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giovedì 30 aprile 2009

Caduti dal Muro...e ci siamo fatti male.


Quest'anno cade l'anniversario della caduta del muro. 1989-2009.


Berlino è ancora un grande cantiere a cielo aperto.
Dopo la riunificazione è cominciata la più grande operazione di rinascita di una città dopo quella realizzata, sempre a Berlino, sulle macerie della seconda guerra mondiale. E ancora non è finita.
I lavori proseguono e gli ultimi casermoni socialisti, con quei cubi di cemento che ricordano i pezzi di una costruzione Lego, lasciano inesorabilmente spazio alle nuove forme dell’architettura moderna.
Berlino non è certo povera di motivi di interesse e di seduzione per ogni genere di visitatore: non lo è mai stata.
Però oggi regala un’occasione irripetibile: la possibilità di compiere una sorta di pellegrinaggio in una città che cambia freneticamente, attraverso spazi conquistati e trasformati, idee che si trasformano in opere, squarci di meraviglia per un nuovo che è anche bello, architetture leggere e trasparenti che acquistano volume e fisionomia grazie ai progetti di maestri quali Rogers, Piano, Eisenman, Grassi.
Non credo che tutto questo durerà per molto tempo ancora: se non sei stato ancora a Berlino, non perdere altro tempo.

E così ora cammino per questa città che, nel bene e nel male, è stata al centro delle tragedie e delle speranze, dei crimini e dei desideri di riscatto della nostra epoca.
Guardo la Berlino che una volta c’era e che non c’è più, la Berlino protagonista della Storia e quella che dalla Storia è stata brutalizzata.
L’arietta frizzante, le vetrine illuminate, la gente che si affolla pacificamente alle fermate dei tram, la composta allegria degli imbiss - i chioschetti dove ti puoi sempre fermare per una birra e un panino al wurstel - l’eleganza dei ristoranti di Oranienburger Strasse… tutto questo certo non aiuta a capire.
Per quanto mi riguarda la testa mi gira a forza di pensieri. Mi ritrovo a Postdamer Platz e medito su quella che fu una terra di nessuno.
Mi godo la bellezza della cupola trasparente del Reichstag e ritorno all’incendio che un giorno appiccarono i nazisti, lugubre avvisaglia della successiva catastrofe.
Penso al 9 novembre del Muro fatto a pezzi, strappato con le mani, a martellate, a colpi di piccone, e solo dopo con le ruspe, però poi mi lascio folgorare dal ricordo di un altro 9 novembre, quello della Notte dei Cristalli: la notte di un’altra frenesia collettiva, quella della caccia all’ebreo e delle sinagoghe rase al suolo.
E godo della libertà ritrovata, ma non posso fare a meno di pensare alle tortuosità della Storia, alle sue crudeli contraddizioni, alle inesauribili possibilità di sofferenza che è in grado di infliggerci.
È finita l’epoca del socialismo, che sicuramente non è mai stato il Paradiso in terra, e la disillusione è già in agguato dietro l’angolo, perché anche l’Occidente non è rose è fiori, non è solo supermercati strapieni di delikatessen e pubblicità con sorrisi e promesse di felicità.
È anche miseria, è anche fatica, è anche iniquità.
Pensi almeno di aver girato pagina una volta per tutte ed ecco che le città dell’est, soprattutto le periferie più degradate, si popolano di inquietanti bande naziste. E i “nostalgici”, chiamiamoli così, cominciano a entrare nei parlamenti regionali.
Proprio mentre sono qui viene pubblicato un’inquietante ricerca del centro studi della Spd, il grande partito socialdemocratico della Germania: almeno 15 tedeschi su cento, leggo, potrebbero riconoscersi in un partito di estrema destra, addirittura il 20 per cento coltiverebbe pregiudizi antisemiti…
Come se niente fosse successo… un colpo di spugna sulla tragedia più immane del Novecento.

Tutto è in movimento, in questa straordinaria città, tutto è pronto a stupirti perché cambia, non perché rimane uguale a se stesso.
A Berlino Est, però, resiste ancora un grande fantasma di pietra.
La vecchia Stalin Allee, oggi Karl Marx Allee, è certamente la strada più ideologica della Germania e insieme una metafora della nostalgia.
Su questo grande viale, lungo due chilometri e largo più di cento metri, si affacciano gli esempi più classici dell’edilizia socialista. I palazzi, completamente restaurati e ben conservati, riprendono i canoni austeri e compatti dell’edilizia sovietica, senza tuttavia rimuovere completamente l’eredità architettonica della Berlino di Bismarck.
Nel complesso non è male, il colpo d’occhio è tutt’altro che sgradevole, almeno nella misura in cui è possibile serbare uno sguardo freddo, distaccato.
Se le emozioni prendono quota, come succede a me ora, il discorso è un altro.
Questa strada, lo so bene, per oltre cinquant’anni ha impegnato in estenuanti dibattiti urbanisti e architetti di tutto il mondo. Però quanto mi si agita dentro non è certo un dilemma estetico.
Oggi, quasi per un’intera giornata, l’ho percorsa avanti e indietro, all’ombra dei tigli, indugiando su particolari e pensieri. Più volte mi sono soffermato a contemplare i simboli che evocano il regime tramontato.
Anche in altre città della Germania orientale lapidi e monumenti sono stati risparmiati dalla furia iconoclasta, ed è giusto, perché la distruzione di oggi non aiuterà certo la memoria di domani.
Però tutto quello che si vede, che si respira, che si può perfino toccare in questa strada ricorda quel passato: assieme a quel poco che ormai rimane del Muro la Karl Marx Allee ci riporta davvero ai tempi della guerra fredda e dei blocchi contrapposti.
È solo in questa strada che si comprende davvero cos’era Berlino quando era divisa nel cielo e in terra, quando il Muro tagliava quartieri, separava famiglie, lasciava finire nel nulla strade che un tempo congiungevano.
Tutto mi ricorda qualcosa.
Le panchine dei giardinetti a lato, per esempio, sono decisamente affollate. A occuparle non sono i turisti, si capisce al volo, ma gli inquilini dei grandi palazzi che si affacciano sulla strada.
Fossimo in qualsiasi altra parte del pianeta, non ti verrebbe da pensare a nient’altro che a pensionati che ammazzano pigramente il loro tempo al tepore di un pallido sole nordico.
Però non si può abitare per caso in quella che un tempo portava orgogliosamente il nome di Stalin Allee.
Gli alloggi, qui, venivano assegnati a chi aveva acquisito particolari benemerenze nei confronti del regime e del partito. Un appartamento in questa strada era un premio. No, non necessariamente un privilegio riservato a carrieristi e opportunisti, perché c’era anche chi ci credeva, c’era chi avrebbe dato la vita per il socialismo…
Tra questi vecchietti probabilmente c’è anche qualcuno dei “pionieri” che nel dopoguerra accorsero a Berlino da volontari, per spazzare via le macerie e ricostruire una città degna di una patria nuova, di un uomo nuovo…

Proprio in questi giorni lungo la Karl Marx Allee si ricorda la Stalin Allee di un tempo con una serie di mostre fotografiche.
Tra tutte le immagini spicca, anche per dimensioni, quella della parata militare dell’ottobre 1989, in occasione del quarantesimo anniversario della nascita della Germania Est, cioè della DDR.
È un’impressionante esibizione di forza: un esercito imponente che sfila tra masse in delirio.
Un trionfo al quale pare non mancare niente.
Mai vista tanta gente.
Un’enorme festa di popolo, davvero: e invece, a rivedere tutto col senno di poi, nient’altro che un funerale.
Le esequie di un regime anacronistico, fradicio nelle fondamenta, ormai incapace perfino di puntellarsi su qualche tentativo di autoriforma.
La storia spesso è tragica, ma talvolta non manca di ironia. Un mese più tardi, solo un mese, e tutto questo sarebbe sparito, lo stesso Muro sarebbe stato fatto a pezzi!


dal libro "caduti dal muro" di paolo ciampi e tito barbini (vallecchi 2009)

martedì 7 aprile 2009

Riscaldamento del Pianeta


POLO SUD
Antartide, cede ponte di ghiaccio. Alla deriva l'iceberg più grande
Nuovo allarme per il riscaldamento globale: la placca che si è staccata dal continente è grande come la Giamaica.

Il mio amore per l'Antartide è ancora grande. Questo continente continuerà ad abitarmi dentro e credo di averlo detto con il mio libro. Il libro si conclude con l'impegno a fare qualcosa per difenderlo. Testimoniare quello che accade è per me un imperativo morale. Ecco l'ultima notizia.


SI ERA formato silenziosamente nel corso di diecimila anni. In pochi giorni, sorprendendo tutti gli scienziati, l'iceberg di Wilkins, a nord dell'Antartide, si è spaccato in mille pezzi e i suoi frammenti sono caduti in mare con una serie di schianti fragorosi. Così si è rotto il cordone ombelicale. Il cordone ombelicale che teneva ancorata alla penisola antartica questa piattaforma bianca di 3.700 chilometri quadri era ormai ridotto a una passerella di ghiaccio lunga 40 chilometri e larga 500 metri. Nel corso della settimana scorsa si è sbriciolato quasi completamente lasciando alle correnti dell'Oceano antartico il compito di spazzare via blocchi di iceberg grandi come palazzi. Anche se nella penisola antartica oggi soggiornano diverse spedizioni scientifiche, il cataclisma è avvenuto lontano da testimoni umani. Solo gli occhi del satellite dell'Agenzia spaziale europea Envisat hanno registrato la perdita del più grande e più meridionale fra i pezzi di calotta mai distrutti dal riscaldamento climatico. "Wilkins ha iniziato a restringersi negli anni '90", spiega Angelika Humbert, la glaciologa dell'università tedesca di Munster che segue quotidianamente le immagini del polo sud inviate da Envisat. "Ultimamente però il ritmo della distruzione delle piattaforme di ghiaccio è accelerato. Non passa anno senza registrare la perdita di un iceberg gigante". Da una stazione della British Antarctic Survey, il glaciologo inglese David Vaughan, che a gennaio aveva percorso il corridoio di ghiaccio nel suo punto più stretto - appena 500 metri a 20 metri di altezza dal mare - commenta stupefatto: "Tre giorni fa il corridoio era sottile, ma intatto. È incredibile quanto la distruzione sia stata rapida".
Solo nel 2008 il calore aveva rubato alla piattaforma il 14 per cento della sua superficie, seminando in mare un'accozzaglia di frammenti di iceberg. Nel 1930, quando Hubert Wilkins sorvolò questa piattaforma rivendicandola fra i possedimenti di re Giorgio V e lanciando dall'aereo una bandiera inglese e un certificato di proprietà, la sua area toccava i 13mila chilometri quadri. Al polo sud è ancora conservato il 91 per cento di tutto il ghiaccio del pianeta. Per ragioni non del tutto chiare però, la penisola antartica oggi si sta riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del continente, e anche al pianeta nel suo complesso. Negli ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata di 2,5 gradi e l'emorragia di ghiaccio ha superato la soglia dei 25mila chilometri quadri, restringendo il profilo del continente. Neanche negli ultimi inverni, quando il bilancio fra neve fresca che cade e ghiaccio che si scioglie dovrebbe essere positivo, Wilkins era riuscito a recuperare il volume perduto. Dal momento che l'iceberg era già un blocco galleggiante, il suo distacco e il prevedibile scioglimento non provocheranno di per sé un aumento dei livelli degli oceani. La sua perdita però, come un tappo che salta, faciliterà il deflusso del ghiaccio disciolto che dall'interno della penisola antartica si riversa in mare ogni estate

mercoledì 1 aprile 2009

Il volto della follia


AD AREZZO MEMORIA E ATTUALITA’ DI FRANCO BASAGLIA


Vent’anni fa, nel 1989 cadeva il Muro di Berlino e quest’anno si celebra l’anniversario di questo evento storico. Sono passati invece trent’anni dalla caduta di altri muri di casa nostra: i muri dei manicomi. E’ infatti del 1979 la prima applicazione della legge 180 che porta il nome di Franco Basaglia.
Pensavo proprio l’altro giorno a questo anniversario che per me segna malgrado tutto un grande traguardo di civiltà. Ci pensavo l’altra mattina, ascoltando a Radio Rai un programma che prendeva spunto da alcuni terribili fatti di cronaca che hanno visto per protagonisti persone con evidenti disturbi psichici ma abbandonate a se stesso. E inutile dire che anche su questo terreno si respira un’aria sempre più brutta in Italia. In alcuni messaggi pervenuti in redazione non c’era solo voglia di riapertura di manicomi. Peggio, ho sentito evocare la pena di morte e anche la tentazione dell’eugenetica… E chissà, forse le terribili stragi avvenute proprio nello stesso tempo in paesi come l’Alabama e la Germania hanno perlomeno sottratto il terreno alle peggiori strumentalizzazioni politiche.
Basaglia, insomma. Un grande convegno che si terrà ad Arezzo dal 26 al 28 Marzo ricorderà questa straordinaria figura di psichiatra e con lui la feconda stagione della chiusura dei manicomi e dell’affermarsi di una nuova pratica e cultura della lotta all’emarginazione. E non possiamo dimenticare che proprio nella nostra città c’è stata una delle esperienze più significative del nostro paese, con un valore etico, scientifico e anche politico, universalmente riconosciuto.
Ho avuto modo di conoscere Basaglia e Agostino Pirella, direttore storico del manicomio di Arezzo, nel breve periodo in cui sono stato presidente della provincia di Arezzo. La peculiarità dell’esperienza aretina, è importante sottolinearlo, fu la capacità di legare il progetto di chiusura dell’ospedale psichiatrico alla realizzazione dei servizi territoriali di igiene mentale che prefigurarono quelli che poi furono previsti dal servizio sanitario nazionale. Fu una stagione straordinaria che registrò l’impegno di tutti gli operatori, dagli infermieri ai medici, e la partecipazione dell’intera città.
Ricordo le assemblee in cui gli stessi degenti ponevano a tutti noi le domande scomode e terribili sulla realtà di quelle istituzioni e su quell’universo concentrazionario. C’era speranza, c’era passione, in quelle assemblee. C’era la consapevolezza condivisa di stare scrivendo una bella pagina di civiltà.
Cosi il padre della legge 180 ricorda quell’esperienza: “La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibilità diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa (siamo nel 1979) era impossibile pensare che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma in ogni modo abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale”
Oggi la legge 180, nonostante i tentativi di modificarla, non è una legge datata, smentita dai fatti, superata dalle evidenze scientifiche. Oggi dimostra ancora la sua attualità e semmai chiede di essere attuata fino in fondo, perché siano presenti sul territorio e dotate di personale e risorse adeguate tutte le strutture che, in alternativa al manicomio, devono farsi carico del disagio mentale.
La stessa Unione Europea, in un recente atto di indirizzo, ha recepito interamente i principi ispiratori e i contenuti di questa grande riforma, raccomandando a tutti i paesi membri di andare verso un progressivo abbandono delle istituzioni psichiatriche di tipo concentrazionario per andare ad una organizzazione dei servizi territoriali.
Ben venga quindi il convegno di Arezzo. Non una celebrazione ma un impegno concreto per il futuro. Non credo che i promotori dell’iniziativa vogliano fare un dogma della 180, però se cambiare è sempre possibile, non si può permettere che, in un clima di restaurazione, siano cancellate conquiste importanti. Che, in altre parole, siano riproposte strutture residenziali per i cosi detti cronici, disgiunte da un programma riabilitativo e col solo obiettivo di sottrarre i pazienti all’ambiente sociale. Ovvero, di rimuovere il problema nascondendolo, come si fa con la polvere sotto il tappeto.
Certo non possiamo dimenticare che l’Italia è fatta di tante realtà diverse. L’eccezionale esperienza dei servizi territoriali di igiene mentale, le case famiglia gestite dagli ex degenti, non sono un patrimonio esteso all’intero paese. E spesso le famiglie sono sole di fronte al disagio mentale. Vero, tutto vero. Ma i problemi si risolvono solo guardando avanti, con soluzioni per il futuro, non con nostalgie per il passato, per di più troppo comode.


(tito barbini, il corriere di arezzo, sabato 28 marzo)

venerdì 13 marzo 2009

Dalla parte dei Tibetani


In queste ore è ripresa la violenta repressione, da parte degli occupanti cinesi, nei confronti dei tibetani. Non posso far altro che testimoniare la mia vicinanza alla gente del Tibet con un capitolo del mio ultimo libro "Caduti dal Muro".


Sul tetto del mondo


Quando ci penso, provo gratitudine nei confronti di una vita che mi ha concesso questa fortuna: sono capitato in tanti posti meravigliosi di questo nostro mondo che ormai faccio fatica a contarli, o comunque a rammentarli tutti con l’intensità che ciascuno di essi meriterebbe.
Ognuno di questi luoghi è stato per me un dono. Un dono atteso, un dono che era nell’aria, nella maggior parte dei casi.
Più raramente la meraviglia è andata oltre ogni aspettativa. Come ora, qui: tra tutti, Paolo, questo è davvero il dono più inaspettato.
Ho colto al volo un’altra occasione e da ieri sono in Tibet: basta pronunciarlo questo nome – Tibet – e dentro ti si scuote qualcosa.
Il senso di sorpresa che provo, è chiaro, ha poco a che vedere con la casualità di questa destinazione: questa, lo sai bene, non è affatto una novità.
A pensarci bene, poi, non è nemmeno la distanza tra il Tibet che mi si spalanca davanti e le mie aspettative, comunque alte. Semmai a prendermi in contropiede è una coincidenza, tra la realtà e quanto mi illudo di aver sempre sognato.
Ecco, proprio così.
Qui in Tibet sto sperimentando sensazioni confuse, che mi scivolano via piacevolmente come una brezzolina primaverile. Fossi un ragazzino, potrei riconoscerle come i sintomi di una bella cotta. Meglio, di un colpo di fulmine.
Qualcosa del genere mi è successo nelle distese della Patagonia o al cospetto degli sterminati laghi salati dell’altipiano boliviano.
E ora in Tibet: con la stessa meraviglia per la mia capacità di meravigliarmi ancora. Ma anche con qualcosa di diverso: un crampo allo stomaco per qualcosa che si sta irrimediabilmente perdendo.
Gli amori più tenaci, del resto, sono sempre tinti di nostalgia. E figurarsi con il Tibet, un luogo dove a ogni momento non sai se inchinarti a una bellezza che viene da lontano oppure recriminare sulle offese del presente.
Sono sul tetto del mondo: e chissà quante volte hai sentito questa espressione. È banale, ma tanto non è che ci siano molte parole per rendere conto di emozioni come queste.
Puoi solo apprezzarne la sincerità. Intuire cosa si può provare di fronte a una natura che ti si concede con un brivido di eternità. Magari constatare quanto possa essere semplice, essenziale, la tua vita, così come sono semplici, essenziali, i colori di questo mondo, dominato dal bianco, dal verde, dall’azzurro.
E poi c’è la gente del Tibet. Sì, anche questo è davvero importante.
Con tutto quello che vi è successo Lhasa appare ancora come una comunità che trattiene altri tempi. Una città misteriosa e magica, disposta al sorriso.
E il Potala: la residenza del Dalai Lama fino a che non è stato costretto all’esilio.
Con un solo colpo d’occhio provi ad abbracciare questo palazzo unico al mondo che si dice abbia al suo interno almeno mille stanze e capisci all’istante che non potrai giudicarlo solo per la sua spettacolare architettura.
Il Potala ti lascia senza fiato perché, volente o nolente, avverti che non è fatto solo di mattoni, non è solo materia che si innalza al cielo per tredici piani. Qualsiasi cosa sia stata impiegata per costruirlo, nell’impasto non deve essere mancata tanta ancestrale saggezza.
Pare proprio che le sue tremila finestre siano altrettanti occhi illuminati, capaci di scrutare ben oltre la candida parete dell’Himalaya, sulla vita di tutti, sull’inspiegabile pulsare dell’universo intero.
Che emozione, Paolo, arrampicarsi per le ripide scale che ti conducono al suo interno. L’ascesa non è solo una questione di altitudine e questo lo capisci appena sei su, con il fiato rotto dalla fatica e la sensazione di aver varcato una porta dello spirito, accolto dalla cantilena dei monaci che intonano i mantra.
Non so dirti per quanto tempo me ne sono rimasto lì, davanti alle lampade accese nel burro di yak, mescolato tra le migliaia di pellegrini che ogni giorno salgono alla residenza celeste e si prosternano davanti agli altari dorati.
So solo che a un certo punto anch’io ho chinato il capo sui piatti dove tutti, prima di tornarsene alle loro abitazioni, lasciano la loro offerta.
Alla prima non ci ho fatto caso, ma l’istante dopo ne sono rimasto folgorato.
Ai piedi delle statue dei Budda spuntano decine, centinaia di immagini di Mao Tse Tung.
Non che ci sia niente di straordinario. Semplicemente, il volto del Grande Timoniere è riprodotto in tutte le monete e tutte le banconote cinesi. E oggi, anche da queste parti, è più facile donare denaro, piuttosto che frutta o riso o quant’altro. Segno dei tempi.
Ma segno dei tempi è anche il ritratto di Mao che spunta ovunque, non per devozione o per un omaggio sentito, figurarsi, solo perché è così, perché è la Cina che comanda.
Così ti tocca onorare il Budda con l’uomo che ha inviato il suo esercito per inghiottire il Tibet e farne una provincia remota e anonima della Cina Popolare.
Per non parlare di quello che è successo dopo: dici Mao e pensi al Dalai Lama in esilio, alla rivoluzione culturale che ha provato a cancellare un’intera religione, ai templi bruciati e ai monaci in prigione, al milione di morti tibetani, cifra per approssimazione.
Da oltre mezzo secolo dura l’occupazione cinese del Tibet e ogni giorno viene derubato un frammento di verità e di tradizione autentica.
Perché poi sta succedendo anche questo. I cinesi hanno costruito strade e aeroporti, aperto uffici, fabbriche, negozi. Dopo millenni di isolamento oggi Lhasa la puoi raggiungere comodamente in treno, partendo da Pechino.
Così i cinesi possono gridare ai quattro venti che il paese è uscito da un medioevo che non finiva più. Il Tibet si sta modernizzando, grazie a loro.
E chiamiamola pure modernizzazione. A me piuttosto fa venire in mente una devastante operazione chirurgica, un trapianto innaturale contro la volontà di chi è steso sul tavolo.
Però non è nemmeno questo il punto.
Mi chiedo semmai se il popolo tibetano passerà giorni migliori con la modernizzazione alla cinese. Se vivrà una vita più felice con qualche monastero in meno e qualche fast-food in più.
Discutibile, è ovvio.
Ma in ogni caso quello che mi disturba di più è che ci si riempia la bocca di parole come libertà e democrazia solo quando serva per gli interessi di bottega.
Siano quello che siano, i tibetani. Però siano quello che desiderano, no? Con i loro silenzi, le loro preghiere, i loro sorrisi.
E invece da mezzo secolo sono soli e inascoltati.
Il mondo è indifferente, o meglio, troppo interessato alle ragioni del gigante cinese, con cui si fanno sempre buoni affari.
Perché preoccuparsi di un popolo che può vantare solo maestri di sapienza?
Scendendo per le scale del Potala è come fossero rimaste con me quelle immagini di Mao Tse Tung. E ora mi è chiaro, non potevano che stare lì.
Impresse su una banconota, prima ancora che ai piedi del Budda.


(dal libro "Caduti dal Muro" ediz. Vallecchi 2009)

lunedì 23 febbraio 2009

razzismo


Disobbedienza Civile


Lo voglio dire subito a voce alta. Spero proprio che i medici e il personale del servizio sanitario di Arezzo non denuncino i cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno (clandestini) che si presentano per una qualsiasi necessità nei loro ambulatori o al Pronto Soccorso ospedaliero. Insomma, che anche dalla nostra città si levi una disobbedienza civile contro quest’assurdità suggerita dal cosidetto Decreto Maroni. Proprio cosi i medici potranno denunciare gli immigrati clandestini che si presentano per farsi curare, stracciando cosi il loro codice deontologico. Ridotti a delatori e inducendo gli immigrati a non farsi curare per paura. Non ci sono aggettivi per qualificare le recenti disposizioni che il ministro leghista ha proposto al Parlamento. Vergognose, schifose, feroci? Che esagerazione, che parole improprie, generiche, roboanti e vuote. Mi riesce più facile chiamarle semplicemente razziste e razzisti i suoi autori, cosi possono querelarmi. Disposizioni che marcano gli extracomunitari senza permesso di soggiorno come criminali a cui dare la caccia ed espellere dalla nostra società. Che cosa volete che sia, prendere nome e cognome quando uno di questi diversi si presenta dal medico per curarsi. Che cosa volete che sia ,prendere le impronte digitali a chi chiede un permesso di soggiorno per vivere, magari per pulire i cessi o raccogliere i pomodori o spaccare la legna per l’uomo bianco che questi lavori proprio non vuole più farli. Insomma non si illuda il clandestino extracomunitario di essere un lavoratore regolarmente sfruttato e quindi un cittadino o magari una persona ma tenga bene a mente di essere un ostaggio. Quando non servirà più verrà cacciato via. Questo è lo spirito del decreto Maroni. Il provvedimento prevede anche la schedatura dei senza tetto e la legalizzazione delle “ronde padane” seppur non armate.
La nostra emigrazione , intendo quella italiana , su cui abbiamo versato tante lacrime, in confronto fu una pacchia. E’ vero che ha sofferto le pene dell’inferno ma ora siamo orgogliosi dei nostri nonni che andarono a popolare le americhe, alle quali, è vero, abbiamo regalato anche delinquenti rinomati ma soprattutto manovali e cuochi. Ma avevamo la stessa pelle, lo stesso colore, fu questa la fortuna. Questo decreto è passato al Senato con troppi silenzi nelle forze politiche e nella società. La stessa Chiesa ha lasciato nelle fragili mani di Famiglia Cristiana e della Caritas un argomento che forse avrebbe meritato ben altra posizione. Ma oggi tutti sono presi dal tema della sicurezza. E insicurezza è sinonimo di immigrato in questo nostro Paese.Pubblica sicurezza, ai miei tempi, era sinonimo di polizia. Ora sembra diventata un’aspirazione assoluta, un’ideologia, lo scopo massimo della politica. Tutti parlano di sicurezza, il governo, per non affrontare i grandi temi dell’economia, ha varato un provvedimento vergognoso e non c’è un politicante di destra o centro che non faccia della sicurezza il suo programma elettorale.

(tito barbini, corriere di arezzo,21/02/2009)