Etichette
- " E' uscito il libro "caduti dal Muro"
- ALLA FINE DEL MONDO
- Antartide
- Antartide- recensione N
- Antartide-la foto più bella
- Argentina
- Aspettando Bob Dylan
- Baarìa
- Caduti dal Muro
- Calcutta
- Cambogia - banalità del male
- Centocinquantamila piccoli indiani
- Cortona
- Croce del Sud
- Delta del Mekong
- El Tango
- Etica e Impresa
- Everest - la cina fa pulizia
- Fiat
- Himalaya
- Il volto della follia
- Isola di Pasqua - Triste e sola
- La Birmania e i suoi monaci
- Ladri di bicichette
- Le Galapagos delle meraviglie
- Licio Gelli
- Mekog
- Mitterrand
- Odissea
- Olimpiadi e diritti
- Paesaggio Toscano
- Paolo Ciampi
- Penso a un nuovo libro
- Pio Laghi
- Referendum Bolivia
- Ritorno in Patagonia
- Romano editore
- Salvador Allende
- Scaffai- Normale di Pisa
- Tibet-dono inatteso
- Tito Barbini
- Ulisse
- Ultima Antartide
- VIAGGIO ABERLINO
- Varanasi
- agriturismi veri e falsi
- c'era una volta la casa del popolo
- caduti dal muro ...e ci siamo fatti male
- cambogia
- capsula del tempo
- che guevara
- chiloè
- cile dighe
- coloane
- coloane e don patagonia
- con don patagonia
- dalla parte dei tibetani
- darwin
- elogio della bicicletta
- il piccolo principe
- il vescovo e il venerabile
- il viaggio
- isole galapagos
- l'albergo delle donne tristi
- la legge e il sorriso
- la mia patagonia
- larivoluzione è morta
- lettera dall'Antartide
- lettera dalla patagonia
- lo sciopero degli immigrati
- madri de plaza de mayo
- mapuche
- marcia della pace perugia assisi
- nobel alle madri
- nuovi muri crescono
- padrede agostini
- patagonia tragica e ribelle
- piccolo principe
- premio albatros
- razzismo
- recensione Ciampi
- referendum acqua
- riscaldamento del pianeta
- ritorno Terra Del Fuoco
- ritorno a buenos aires
- ritorno al sogno
- ritorno in Vietnam
- salgari
- scrivono su don patagonia
- terra del fuoco
- terzani
- ultima chiamata per l'Antartide
- ultimo treno
- unità italia
- vallecchi i giorni del riso e della pioggia
- vecchia libreria
- verso casa
- viaggio patagonia novembre 2009
- viva la rivoluzione
giovedì 6 agosto 2009
Il mio libro "Antartide" è arrivato nel rompighiaccio
Hola Tito!
Acabo de recibir el sobre con el libro!! Muchas gracias por tan lindo regalo y por la dedicatoria, ya le avisamos al Capitán, esta temporada estará el libro en nuestra biblioteca!
Muchas gracias nuevamente
saludos cordiales
Reinhardt Kern
Non è stupendo? Oggi mi è arrivata questa lettera da un membro della spedizione in Antartide. Il mio libro "Antartide, perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo" è arrivato nel luogo da dove è partito, nella preziosa biblioteca del rompighiaccio che mi ha accompagnato, alcuni anni fa, nel mio viaggio tra i ghiacci.
venerdì 17 luglio 2009
Praga magica e triste.

Si sta avvicinando l'anniversaro dell'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Sono passati quarant'anni. Oggi non esiste più l'Unione Sovietica e nemmeno la Cecoslovacchia. Debbiamo però ricordare ai giovani una delle pagine più tristi della storia europea. Lo faccio con un capitolo del mio ultimo libro "Caduti Dal Muro"
PRAGA
L’idea di tornare a Praga mi è nata un pomeriggio piovoso mentre rientravo in albergo a Berlino.
Ho preso il treno notturno per il sud e con un solo cambio a Norimberga, mi sono ritrovato all’alba nella stazione centrale di Praga.
La città è vuota e silenziosa e le strade sono quasi deserte a quest’ora. Un velo sottile di nebbia si attarda ancora sui tetti bagnati dalla brina.
Per arrivare a Piazza Venceslao devo attraversare i binari della tranvia proprio accanto alla stazione. E’ un posto che mi piace.
Mi piace guardare i tram che partono per le prime corse della mattina.
Scelgo di andare a piedi e da lontano già intravedo le guglie e le cupole dorate di Mala Strana, passo accanto alla Sinagoga e al vecchio cimitero ebraico dove è sepolto Franz Kafka e da li mi incammino lungo la strada che porta alla piazza .
Per la prima volta, dopo tanti anni, mi ritrovo al vecchio Hotel Europa. Mi emoziona vederlo di nuovo.
L’evidente restauro non ha rovinato gli antichi stucchi ricamati sui muri e pure gli specchi, scrostati e appannati, sono sempre gli stessi. Anche le intriganti sculture di bronzo continuano ad ammiccarti dagli angoli del salone. La luce proietta sul pavimento i contorni dei campanili gotici e delle guglie di Mala Strana disegnate sulle vetrate colorate del soffitto.
“Avete una camera con le finestre che danno sulla piazza”? Chiedo all’impiegata della reception.
La mia richiesta deve sembrare strana e la mia voce incrinata dall’emozione se la donna, al di là del bancone, mi rivolge uno sguardo dolce e incuriosito. Abbiamo il tempo e la voglia di parlare.
Si chiama Anna.
Aveva solo 17 anni e studiava lingue, quando suo padre gli disse che avrebbe dovuto guadagnare qualcosa per la famiglia.
Si presentò al comitato politico per l’occupazione giovanile e fu assegnata al ricevimento degli stranieri presso l’Hotel Europa.
Proveniente da Tabor, nella Boemia del nord, era arrivata lì circa quarant’anni prima. Da allora non aveva più lasciato l’albergo.
E’ ancora bella e ha un’aria a me familiare, mi lascio andare al pensiero che sia lei, quella ragazzina bionda che, trentasette anni prima, mi accolse sorridendo sulla porta girevole che dalla strada ti aiuta ad entrare nel salone della ricezione.
Sono tornato a quei giorni.
Il viaggio nell’anima e nella memoria continua qui.
Le truppe del Patto di Varsavia entrarono in Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 Agosto del 1968.
Ricordo tutto di quella notte.
Sono passati quasi quarant’anni ma le immagini che mi tornano alla mente sono nitide e si affollano inattese e prepotenti nella mia memoria.
Mi svegliarono le esplosioni che provenivano da un punto non lontano e il rombo dei tanks russi.
Le finestre della mia camera davano proprio sui viali di Piazza San Venceslao.
Le cose che vidi si resero indimenticabili.
La piazza era invasa dai carri armati, gli spari, sordi e fumanti, tutti in direzione del Museo Nazionale dove gruppi di giovani tentavano una coraggiosa, quanto inutile, resistenza.
Ero tornato a Praga, dopo essermi sposato, per rivedere e abbracciare i miei amici della federazione giovanile comunista praghese conosciuti, due anni prima, al festival internazionale di Helsinki.
Tutto sembrava tranquillo in quei caldi giorni d’estate, la città era piena di turisti, i praghesi rientravano dalle ferie dai monti Tatra o dai laghi della Boemia.
Le strade brulicavano di gente e nei parchi i vecchi preoccupati guardavano i bambini giocare.
La “primavera di Praga,” quella politica, era iniziata presto quell’anno.
Alexander Dubcek, il giovane segretario del Partito Comunista, aveva in pochi mesi scaldato il cuore del suo paese e riacceso le speranze di milioni di comunisti in Europa e nel mondo.
La posta in gioco era alta: tenere insieme democrazia e socialismo.
Far vivere proprio in un paese comunista, una nuova idea di libertà e di giustizia. Una nuova rivoluzione, insomma, che abbandonasse il regime imposto dall’Unione Sovietica e spingesse la storia a riappropiarsi di una grande idea di cambiamento, tradita e calpestata, proprio lì e in tanta parte del mondo.
Tutto fu inutile
I colpi mi svegliarono... Il balzo verso la finestra, il tempo di vestirmi e giù per le scale con la voglia di uscire nella piazza.
Il dolore, la rabbia, vedere, vivere la ...storia! Forse volevo persino protestare, ribellarmi, indignarmi anch’io come la gente di Praga che, sbigottita e umiliata, uscendo dalle case, correva incontro a San Venceslao.
Tutto fu inutile.
La porta era sbarrata da due ragazzi in divisa. La piazza non era permessa.
La mia libertà non era permessa. Improvvisamente ho conosciuto la coercizione su di me.
Insopportabile.
Anche la mia volontà stritolata dai cingoli, impossibilitata a rialzarsi, frantumata e umiliata.
Umiliata da un giovane ufficiale dell’armata rossa che, gentilissimo e raffinato nei modi, continua a ripetere la stessa cosa : “ ... tranquilli è una normale operazione militare siamo stati chiamati per ristabilire l’ordine.” Fa quindi accomodare tutti gli stranieri con il loro passaporto, nella sala del vecchio Caffè Europa.
In quella sala, ad un piccolo tavolo di marmo verde si sedeva spesso Franz Kafka e forse ha scritto qui, mentre dalla vetrata guardava la piazza animarsi, alcune pagine dei suoi racconti.
Mi viene in mente la Metamorfosi : “ Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregori Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.”
Strano destino questo della sua città che una mattina si sveglia popolata da giganteschi insetti di acciaio che sputano saliva di fuoco.
La storia fini con un foglio di via obbligatorio. Devo lasciare la Cecoslovacchia entro ventiquattro ore se voglio riprendermi, oltre la frontiera tedesca, la mia libertà.
Cosi ricordo quei giorni dell’Agosto del 1968.
Ritorno al presente con Anna che mi racconta dei giorni e degli anni che seguirono.
Non ci furono scontri cruenti e significativi, i morti furono circa trenta e qualche centinaio di feriti.
Dubcek fu arrestato e portato a Mosca. Mezzo milione di comunisti furono espulsi dal partito e privati del loro lavoro.
Gli esponenti della Primavera di Praga, politici, giornalisti e intellettuali diventarono operai, camerieri e muratori.
Dubcek fin, poi, a lavorare come manovale in una azienda forestale vicino a Bratislava.
La sera del 16 gennaio 1969 un giovane studente, esile e biondo, si avvicinò al monumento del Re Santo.
Teneva nascosta nel cappotto una tanica di benzina che si versò addosso. Si chiamava Jan Palach
Il fuoco si portò via la sua vita e accese una speranza che durò vent’anni fino a che il muro di Berlino, crollando, non fece rotolare i suoi calcinacci fino a Praga.
L’idea di tornare a Praga mi è nata un pomeriggio piovoso mentre rientravo in albergo a Berlino.
Ho preso il treno notturno per il sud e con un solo cambio a Norimberga, mi sono ritrovato all’alba nella stazione centrale di Praga.
La città è vuota e silenziosa e le strade sono quasi deserte a quest’ora. Un velo sottile di nebbia si attarda ancora sui tetti bagnati dalla brina.
Per arrivare a Piazza Venceslao devo attraversare i binari della tranvia proprio accanto alla stazione. E’ un posto che mi piace.
Mi piace guardare i tram che partono per le prime corse della mattina.
Scelgo di andare a piedi e da lontano già intravedo le guglie e le cupole dorate di Mala Strana, passo accanto alla Sinagoga e al vecchio cimitero ebraico dove è sepolto Franz Kafka e da li mi incammino lungo la strada che porta alla piazza .
Per la prima volta, dopo tanti anni, mi ritrovo al vecchio Hotel Europa. Mi emoziona vederlo di nuovo.
L’evidente restauro non ha rovinato gli antichi stucchi ricamati sui muri e pure gli specchi, scrostati e appannati, sono sempre gli stessi. Anche le intriganti sculture di bronzo continuano ad ammiccarti dagli angoli del salone. La luce proietta sul pavimento i contorni dei campanili gotici e delle guglie di Mala Strana disegnate sulle vetrate colorate del soffitto.
“Avete una camera con le finestre che danno sulla piazza”? Chiedo all’impiegata della reception.
La mia richiesta deve sembrare strana e la mia voce incrinata dall’emozione se la donna, al di là del bancone, mi rivolge uno sguardo dolce e incuriosito. Abbiamo il tempo e la voglia di parlare.
Si chiama Anna.
Aveva solo 17 anni e studiava lingue, quando suo padre gli disse che avrebbe dovuto guadagnare qualcosa per la famiglia.
Si presentò al comitato politico per l’occupazione giovanile e fu assegnata al ricevimento degli stranieri presso l’Hotel Europa.
Proveniente da Tabor, nella Boemia del nord, era arrivata lì circa quarant’anni prima. Da allora non aveva più lasciato l’albergo.
E’ ancora bella e ha un’aria a me familiare, mi lascio andare al pensiero che sia lei, quella ragazzina bionda che, trentasette anni prima, mi accolse sorridendo sulla porta girevole che dalla strada ti aiuta ad entrare nel salone della ricezione.
Sono tornato a quei giorni.
Il viaggio nell’anima e nella memoria continua qui.
Le truppe del Patto di Varsavia entrarono in Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 Agosto del 1968.
Ricordo tutto di quella notte.
Sono passati quasi quarant’anni ma le immagini che mi tornano alla mente sono nitide e si affollano inattese e prepotenti nella mia memoria.
Mi svegliarono le esplosioni che provenivano da un punto non lontano e il rombo dei tanks russi.
Le finestre della mia camera davano proprio sui viali di Piazza San Venceslao.
Le cose che vidi si resero indimenticabili.
La piazza era invasa dai carri armati, gli spari, sordi e fumanti, tutti in direzione del Museo Nazionale dove gruppi di giovani tentavano una coraggiosa, quanto inutile, resistenza.
Ero tornato a Praga, dopo essermi sposato, per rivedere e abbracciare i miei amici della federazione giovanile comunista praghese conosciuti, due anni prima, al festival internazionale di Helsinki.
Tutto sembrava tranquillo in quei caldi giorni d’estate, la città era piena di turisti, i praghesi rientravano dalle ferie dai monti Tatra o dai laghi della Boemia.
Le strade brulicavano di gente e nei parchi i vecchi preoccupati guardavano i bambini giocare.
La “primavera di Praga,” quella politica, era iniziata presto quell’anno.
Alexander Dubcek, il giovane segretario del Partito Comunista, aveva in pochi mesi scaldato il cuore del suo paese e riacceso le speranze di milioni di comunisti in Europa e nel mondo.
La posta in gioco era alta: tenere insieme democrazia e socialismo.
Far vivere proprio in un paese comunista, una nuova idea di libertà e di giustizia. Una nuova rivoluzione, insomma, che abbandonasse il regime imposto dall’Unione Sovietica e spingesse la storia a riappropiarsi di una grande idea di cambiamento, tradita e calpestata, proprio lì e in tanta parte del mondo.
Tutto fu inutile
I colpi mi svegliarono... Il balzo verso la finestra, il tempo di vestirmi e giù per le scale con la voglia di uscire nella piazza.
Il dolore, la rabbia, vedere, vivere la ...storia! Forse volevo persino protestare, ribellarmi, indignarmi anch’io come la gente di Praga che, sbigottita e umiliata, uscendo dalle case, correva incontro a San Venceslao.
Tutto fu inutile.
La porta era sbarrata da due ragazzi in divisa. La piazza non era permessa.
La mia libertà non era permessa. Improvvisamente ho conosciuto la coercizione su di me.
Insopportabile.
Anche la mia volontà stritolata dai cingoli, impossibilitata a rialzarsi, frantumata e umiliata.
Umiliata da un giovane ufficiale dell’armata rossa che, gentilissimo e raffinato nei modi, continua a ripetere la stessa cosa : “ ... tranquilli è una normale operazione militare siamo stati chiamati per ristabilire l’ordine.” Fa quindi accomodare tutti gli stranieri con il loro passaporto, nella sala del vecchio Caffè Europa.
In quella sala, ad un piccolo tavolo di marmo verde si sedeva spesso Franz Kafka e forse ha scritto qui, mentre dalla vetrata guardava la piazza animarsi, alcune pagine dei suoi racconti.
Mi viene in mente la Metamorfosi : “ Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregori Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.”
Strano destino questo della sua città che una mattina si sveglia popolata da giganteschi insetti di acciaio che sputano saliva di fuoco.
La storia fini con un foglio di via obbligatorio. Devo lasciare la Cecoslovacchia entro ventiquattro ore se voglio riprendermi, oltre la frontiera tedesca, la mia libertà.
Cosi ricordo quei giorni dell’Agosto del 1968.
Ritorno al presente con Anna che mi racconta dei giorni e degli anni che seguirono.
Non ci furono scontri cruenti e significativi, i morti furono circa trenta e qualche centinaio di feriti.
Dubcek fu arrestato e portato a Mosca. Mezzo milione di comunisti furono espulsi dal partito e privati del loro lavoro.
Gli esponenti della Primavera di Praga, politici, giornalisti e intellettuali diventarono operai, camerieri e muratori.
Dubcek fin, poi, a lavorare come manovale in una azienda forestale vicino a Bratislava.
La sera del 16 gennaio 1969 un giovane studente, esile e biondo, si avvicinò al monumento del Re Santo.
Teneva nascosta nel cappotto una tanica di benzina che si versò addosso. Si chiamava Jan Palach
Il fuoco si portò via la sua vita e accese una speranza che durò vent’anni fino a che il muro di Berlino, crollando, non fece rotolare i suoi calcinacci fino a Praga.
lunedì 15 giugno 2009
Perù: Salviamo l'Amazzonia!
Il governo del Perù si sta scontrando violentemente con i gruppi indigeni che protestano per la rapida devastazione della foresta pluviale amazzonica da parte di compagnie estrattive, petrolifere e di disboscamento. La foresta è un tesoro mondiale – sosteniamo i protestanti e firmiamo la petizione al Presidente Garcia per fermare la violenza e salvare l’Amazzonia:
Firma la petizione Il Governo peruviano ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo alle compagnie estrattive e di coltivazione su larga scala di distruggere rapidamente la loro foresta pluviale amazzonica.Le popolazioni indigene hanno protestato pacificamente per due mesi chiedendo di poter esprimere legittimamente i propri pareri nei decreti che contribuiranno alla devastazione dell’ecologia e delle popolazioni amazzoniche, e che saranno disastrosi per il clima globale. Ma lo scorso fine settimana il Presidente Garcia ha risposto: inviando forze speciali per sopprimere le proteste in scontri violenti e bollando i protestanti come terroristi.Questi gruppi indigeni sono sulla linea del fronte nella lotta per proteggere la nostra terra - Appoggiamoli ed appelliamoci al Presidente Alan Garcia (che è notoriamente sensibile alla propria reputazione internazionale) affiché fermi immediatamente la violenza e si apra al dialogo. Clicca in basso per firmare l’urgente petizione globale ed un preminente politico latino americano molto rispettato la consegnerà al Governo per nostro conto. http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492 Più del 70 per cento dell’Amazzonia peruviana adesso è pronta per essere afferrata. I giganti del petrolio e del gas, come la compagnia anglo-francese Perenco e le nord-americane ConocoPhillips e Talisman Energy, hanno già impegnato investimenti multimiliardari nella regione. Queste industrie estrattive hanno un record molto basso di benefici apportati alla popolazione locale e nella preservazione dell’ambiente nei paesi in via di sviluppo – motivo per il quale i gruppi indigeni stanno chiedendo il diritto di consultazione sulle nuove leggi, riconosciuto a livello internazionale. Per decenni il mondo e le popolazioni indigene hanno assistito a come le industrie estrattive devastassero la foresta pluviale che è dimora per alcuni ed un tesoro vitale per tutti noi (alcuni climatologi chiamano l’Amazzonia "i polmoni del pianeta" – che inspira le emissioni di carbonio che provocano il surriscaldamento globale e restituisce ossigeno). Le proteste in Perù sono le più forti e disperate mai espresse, non possiamo permettere che falliscano. Firma la petizione, ed incoraggia i tuoi amici e familiari ad unirsi a noi, così che possiamo aiutarele popolazioni indigene del Perù ad ottenere giustizia e prevenire ulteriori atti di violenza da parte di tutti.http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492
giovedì 11 giugno 2009
vent'anni dalla caduta del muro di berlino
BERLINO.
IL MURO DENTRO DI ME
Quando fui a Berlino la prima volta, quarant’anni fa, alcuni anni dopo la costruzione del muro, la cosa che ricordo meglio è la stazione di Friedrich Strasse.
Entrai nella Repubblica Democratica Tedesca da questo posto di frontiera dove a pochi passi i potenti riflettori illuminavano le torrette con le guardiole dei “vopos,” come venivano chiamati i guardiani del muro. Mi colpirono subito le caratteristiche della costruzione.
Il muro, in quel punto, non era una semplice recinzione di cemento armato ma una struttura complessa attraversata da diverse sezioni, ognuna di esse funzionale a scongiurare e reprimere tentativi di fuga. I muri in realtà erano due e tra l’uno e l’altro si metteva in campo una serie di espedienti repressivi ingegnosi e complementari tra di loro.
Il muro di cemento armato, che guardava ad Ovest, era di un colore molto chiaro per mostrare meglio il profilo dei fuggiaschi ed era sormontato da un tubo di cemento per impedire di arrampicarsi. Venivano poi vari fossati e fili spinati con allarmi ottici e sonori.
Una pista era destinata allo scorrimento dei guardiani e una a quello dei cani da guardia, con un lungo guinzaglio che scorre su appositi binari
L’ultima striscia, prima del muro della parte ad est, era una sorta di campo con punte di acciaio conficcate nel terreno, i berlinesi chiamavano questo spazio con un nome bizzarro: “erba di Stalin.”
La frontiera fa sempre un certo effetto. La frontiera è tante cose insieme : paura e inquietudine, ti divide a metà, chiude una porta e ne apre un’altra. Cosi ricordo quella frontiera che divideva il cielo di Berlino. Un tavolo di una stanza grigia, con uniformi grigie sotto uno striscione rosso che ti dava il benvenuto.
Per il resto ho un ricordo meno nitido.
Forse eravamo nell’agosto del 1966. In Italia stava muovendo i primi e incerti passi il movimento studentesco.
In quel periodo ero alle prese con il mio nuovo incarico di segretario provinciale dei giovani comunisti.
Fu proprio grazie a quell’incarico che mi arrivò il viaggio premio con il soggiorno di quindici giorni in una località del Baltico.
Ma il punto della mia riflessione non può essere questo.
Ci vuole più coraggio, è inutile girarci attorno e descrivere da osservatore neutrale un fatto storico che si piazzava come un macigno nella strada della mia formazione politica.
Ripensando a quella sera in treno nella stazione di Berlino vorrei ritrovare il mio stato d’animo di allora. Cosa provavo?
Provai un senso di sgomento? Mi chiesi se tutto ciò era giusto?
Insomma, quali domande mi sono fatto e soprattutto quali risposte mi sono dato?
Quello che è certo non iniziai allora un viaggio critico nella mia coscienza.
Oh, no, io credevo ancora in quei paesi.
In quei tempi ero ancora cieco e giustificavo tutto quello che vedevo e quello che non volevo vedere.
Provavo a seguire un ragionamento nella mia testa che ,più o meno, si svolgeva cosi : la fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazismo, aveva lasciato il posto alla guerra fredda. Il tentativo di isolare l’Unione Sovietica passava dalla destabilizzazione dei paesi socialisti e dal tentativo di stroncare le economie delle giovani democrazie popolari dell’Europa dell’Est.
Ho sempre avuto il sospetto che questa mia resistenza alla verità fosse anche suggerita dalla mia condizione di giovane e promettente dirigente comunista. Ma questo è quello che mi fa stare peggio.
Il muro era anche dentro di me e anche io avevo diviso il cuore dalla ragione.
IL MURO DENTRO DI ME
Quando fui a Berlino la prima volta, quarant’anni fa, alcuni anni dopo la costruzione del muro, la cosa che ricordo meglio è la stazione di Friedrich Strasse.
Entrai nella Repubblica Democratica Tedesca da questo posto di frontiera dove a pochi passi i potenti riflettori illuminavano le torrette con le guardiole dei “vopos,” come venivano chiamati i guardiani del muro. Mi colpirono subito le caratteristiche della costruzione.
Il muro, in quel punto, non era una semplice recinzione di cemento armato ma una struttura complessa attraversata da diverse sezioni, ognuna di esse funzionale a scongiurare e reprimere tentativi di fuga. I muri in realtà erano due e tra l’uno e l’altro si metteva in campo una serie di espedienti repressivi ingegnosi e complementari tra di loro.
Il muro di cemento armato, che guardava ad Ovest, era di un colore molto chiaro per mostrare meglio il profilo dei fuggiaschi ed era sormontato da un tubo di cemento per impedire di arrampicarsi. Venivano poi vari fossati e fili spinati con allarmi ottici e sonori.
Una pista era destinata allo scorrimento dei guardiani e una a quello dei cani da guardia, con un lungo guinzaglio che scorre su appositi binari
L’ultima striscia, prima del muro della parte ad est, era una sorta di campo con punte di acciaio conficcate nel terreno, i berlinesi chiamavano questo spazio con un nome bizzarro: “erba di Stalin.”
La frontiera fa sempre un certo effetto. La frontiera è tante cose insieme : paura e inquietudine, ti divide a metà, chiude una porta e ne apre un’altra. Cosi ricordo quella frontiera che divideva il cielo di Berlino. Un tavolo di una stanza grigia, con uniformi grigie sotto uno striscione rosso che ti dava il benvenuto.
Per il resto ho un ricordo meno nitido.
Forse eravamo nell’agosto del 1966. In Italia stava muovendo i primi e incerti passi il movimento studentesco.
In quel periodo ero alle prese con il mio nuovo incarico di segretario provinciale dei giovani comunisti.
Fu proprio grazie a quell’incarico che mi arrivò il viaggio premio con il soggiorno di quindici giorni in una località del Baltico.
Ma il punto della mia riflessione non può essere questo.
Ci vuole più coraggio, è inutile girarci attorno e descrivere da osservatore neutrale un fatto storico che si piazzava come un macigno nella strada della mia formazione politica.
Ripensando a quella sera in treno nella stazione di Berlino vorrei ritrovare il mio stato d’animo di allora. Cosa provavo?
Provai un senso di sgomento? Mi chiesi se tutto ciò era giusto?
Insomma, quali domande mi sono fatto e soprattutto quali risposte mi sono dato?
Quello che è certo non iniziai allora un viaggio critico nella mia coscienza.
Oh, no, io credevo ancora in quei paesi.
In quei tempi ero ancora cieco e giustificavo tutto quello che vedevo e quello che non volevo vedere.
Provavo a seguire un ragionamento nella mia testa che ,più o meno, si svolgeva cosi : la fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazismo, aveva lasciato il posto alla guerra fredda. Il tentativo di isolare l’Unione Sovietica passava dalla destabilizzazione dei paesi socialisti e dal tentativo di stroncare le economie delle giovani democrazie popolari dell’Europa dell’Est.
Ho sempre avuto il sospetto che questa mia resistenza alla verità fosse anche suggerita dalla mia condizione di giovane e promettente dirigente comunista. Ma questo è quello che mi fa stare peggio.
Il muro era anche dentro di me e anche io avevo diviso il cuore dalla ragione.
Iscriviti a:
Post (Atom)