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lunedì 8 marzo 2010

lo sciopero degli immigrati


E' stato un giorno importante, anche se forse non tutti ce ne siamo accorti. Eppure è così: lo scorso primo marzo centinaia di città, piccole e grandi, in Italia, in Francia, Spagna e Grecia hanno ospitato una singolare protesta: lo “sciopero degli immigrati”, in cui milioni di persone occultate e negate, nonostante il loro contributo alla nostra economia e alla nostra società, hanno alzato la voce per i loro diritti. E si sono svolte manifestazioni un po’ dovunque, ma non ad Arezzo.
Una buona occasione, per restituire dignità a un popolo che semplicemente non si vede. O peggio, che si vede, ma viene visto solo come un fattore di allarme sociale e di angoscia collettiva.
Perciò è stato importante, al di là del numero di quanti hanno partecipato, che il “primo marzo degli immigrati” abbia avuto successo, aprendo la strada ad altre giornate come questa. Ed è assai significativo che, a promuoverlo, siano state, tra gli altri, le comunità straniere: perché qui sta la sfida più ardua, che non si esaurisce certo in ventiquattro ore ma che, al contrario, da questo primo marzo può prendere le mosse.
E allora la domanda è: perché ad Arezzo nessuno si è mosso in appoggio a questo sciopero? E voglio chiamare in causa i partiti e in primo luogo il Partito Democratico. Ma non solo. Perché non hanno espresso la loro solidarietà le istituzioni pubbliche?
E magari mi sbaglio, ma a differenza che in altre realtà toscane non ho visto nemmeno un grande impegno del sindacato.
Se è così, e credo che sia proprio così, non si è capito che in gioco c'erano e ci sono due cose importantissime. La prima è la nostra economia. Se andassero via gli stranieri cosa succederebbe? Chi farebbe un’infinità di lavori indispensabili, soprattutto quelli legati ai servizi alla persona?
In gioco però c’è anche un’altra cosa importantissima, che chiamiamo soggettività: l’identità individuale e collettiva, le biografie e le memorie, le culture e i vissuti e le aspettative. Gli immigrati sono da tempo nella società italiana, profondamente inseriti nelle sue sfere di vita e nei suoi gangli economici: accudiscono i nostri bambini e i nostri vecchi e reggono settori come l’agroalimentare e l’allevamento, l’edilizia, la ristorazione, la siderurgia, la pesca e altri ancora. Sostengono in misura rilevante il nostro sistema di welfare, surrogandolo attraverso il “lavoro di cura” e incrementandolo attraverso la contribuzione previdenziale. Sono nelle case degli aretini e negli uffici, nei mezzi di trasporto e nelle pizzerie, ma semplicemente non li vediamo. Ovvero non li “pensiamo”.
Non è questione di buoni sentimenti e nemmeno di buone intenzioni.
Fino a quando gli immigrati rimarranno una folla anonima e indistinta, senza nome e senza volto, senza personalità e senza passato, ci appariranno molesti e minacciosi e la loro distanza da noi tenderà a crescere.
Mi sono chiesto più volte perché in Italia non è mai nato un movimento di massa come SOS Racisme in Francia. Penso a molti motivi ma uno in particolare va considerato oggi. Lo slogan del movimento francese era: non toccare il mio amico. Ma in Italia quanti possono dire di avere - e non in senso ideologico o solidaristico - un amico immigrato?
Questo paese ha dimenticato cosa è stata l’emigrazione italiana nel mondo. E soprattutto in un periodo di crisi la paura verso il diverso e verso l’emarginato diventa la risposta più facile. Quasi scontata, nell’insopportabile clima di “egoismo sociale” che attraversa il nostro paese.
Abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio, stiamo criminalizzando i poveri del mondo e si sta introducendo una normativa dove, clandestino, è uguale a criminale.
Si parla d’immigrazione clandestina, beninteso, come se l’extracomunitario in regola con le impronte venisse invece accolto fraternamente nei recinti di filo spinato nei cantieri edili al nero, o sottopagati nelle aziende del Nord-Est e nei campi rossi di pomodori del centro o del sud, nei quartieri residenziali dove porta a spasso il vecchietto.
E allora sì, c’è qualcosa di davvero preoccupante in questa nostra assenza allo sciopero degli immigrati. ( tito barbini, corriere di arezzo 6 marzo 2010)


mercoledì 10 febbraio 2010

I Tetti Rossi



Su Franco Basaglia e sulla straordinaria esperienza aretina dei "Tetti rossi" - di Tito Barbini
L'anno passato si ricordavano i 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, ma anche i trent'anni dalla caduta di altri muri di casa nostra: i muri dei manicomi. E’ infatti del 1979 la prima applicazione della legge 180 che porta il nome di Franco Basaglia che per il nostro paese fu un grande traguardo di civiltà.
Una bella ficton televisiva è stata trasmessa dalla Rai in prima serata domenica e lunedì per ricordare questa straordinaria figura di psichiatra e con lui la feconda stagione della chiusura dei manicomi e dell’affermarsi di una nuova pratica e cultura della lotta all’emarginazione. E non possiamo dimenticare che proprio nella nostra Arezzo c’è stata una delle esperienze più significative del nostro paese, con un valore etico, scientifico e anche politico, universalmente riconosciuto.
Ho avuto modo di conoscere Basaglia e Agostino Pirella, direttore storico del manicomio di Arezzo, nel breve periodo in cui sono stato presidente della provincia di Arezzo. La peculiarità dell’esperienza aretina, è importante sottolinearlo, fu la capacità di legare il progetto di chiusura dell’ospedale psichiatrico alla realizzazione dei servizi territoriali di igiene mentale che prefigurarono quelli che poi furono previsti dal servizio sanitario nazionale. Fu una stagione straordinaria che registrò l’impegno di tutti gli operatori, dagli infermieri ai medici, e la partecipazione dell’intera città.
Ricordo le assemblee in cui gli stessi degenti ponevano a tutti noi le domande scomode e terribili sulla realtà di quelle istituzioni e su quell’universo concentrazionario. C’era speranza, c’era passione, in quelle assemblee. C’era la consapevolezza condivisa di stare scrivendo una bella pagina di civiltà.
Cosi il padre della legge 180 ricorda quell’esperienza: “La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibilità diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa (siamo nel 1979) era impossibile pensare che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma in ogni modo abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale”
Oggi la legge 180, nonostante i tentativi di modificarla, non è una legge datata, smentita dai fatti, superata dalle evidenze scientifiche. Oggi dimostra ancora la sua attualità e semmai chiede di essere attuata fino in fondo, perché siano presenti sul territorio e dotate di personale e risorse adeguate tutte le strutture che, in alternativa al manicomio, devono farsi carico del disagio mentale.
La stessa Unione Europea, in un recente atto di indirizzo, ha recepito interamente i principi ispiratori e i contenuti di questa grande riforma, raccomandando a tutti i paesi membri di andare verso un progressivo abbandono delle istituzioni psichiatriche di tipo concentrazionario per andare ad una organizzazione dei servizi territoriali.
Ben venga quindi il ricordo straordinario di Basaglia. Non una celebrazione ma un impegno concreto per il futuro. Non credo sia opportuno fare un dogma della 180, però se cambiare è sempre possibile, non si può permettere che, in un clima di restaurazione, siano cancellate conquiste importanti. Che, in altre parole, siano riproposte strutture residenziali per i cosi detti cronici, disgiunte da un programma riabilitativo e col solo obiettivo di sottrarre i pazienti all’ambiente sociale. Ovvero, di rimuovere il problema nascondendolo, come si fa con la polvere sotto il tappeto.
Certo non possiamo dimenticare che l’Italia è fatta di tante realtà diverse. L’eccezionale esperienza dei servizi territoriali di igiene mentale, le case famiglia gestite dagli ex degenti, non sono un patrimonio esteso all’intero paese. E spesso le famiglie sono sole di fronte al disagio mentale. Vero, tutto vero. Ma i problemi si risolvono solo guardando avanti, con soluzioni per il futuro, non con nostalgie per il passato, per di più troppo comode

domenica 17 gennaio 2010

Mapuche


I colori di Benetton

Ancora una volta scrivo queste righe da molto lontano. Sto risalendo il grande deserto patagonico, puntando verso Buenos Aires, qui finisce il mio viaggio e tra pochi giorni rientro ad Arezzo. Scrivo in un momento di sosta in questo mio cammino sulla terra che fu degli indiani Mapuche.
Però più mi perdo in queste emozioni e più torno a riflettere sulle infinite relazioni che uniscono terre e realtà del mondo. E c'è sempre qualcosa che, sia più o meno visibile, più o meno scontato, mi riporta comunque all'Italia e alla mia città.
Per esempio, questa. Nel mio primo viaggio nella Patagonia cilena e argentina ho avuto la fortuna di conoscere alcuni membri della comunità Mapuche.
Un popolo che conta un milione di persone in Cile e forse un altro mezzo milione in Argentina.
E cosi ogni volto che torno in Patagonia mi fermo a Esquel, nella provincia del Chubut, per incontrare Rosa e Attilio Curinonco. La loro storia è straordinaria, ho cercato di raccontarla nei miei libri e anche in questo giornale. Oggi voglio capire come è andata a finire.
Va subito ricordato che i Mapuche sono i più poveri ed emarginati tra quanti vivono in Argentina. Da molti anni conducono una lotta e una sacrosanta protesta contro alcune multinazionali. In cima alla lista c’è la United Colors di Luciano Benetton. Le accuse che i Mapuche rivolgono al marchio italiano sono pesanti.
Benetton ha acquistato dai governi dell’Argentina e del Cile centinaia di migliaia di ettari, forse un milione, di terra. Peccato che per gli indios sono i luoghi dove sono vissuti e morti i loro antenati. Oggi, su questo grande latifondo, pascolano più di mezzo milione di pecore della famiglia Benetton.
Oggi i Mapuche, che in queste terre hanno sempre vissuto di pastorizia, non possono più disporre né dei pascoli né dell’acqua. Cancelli e recinti sono ormai ovunque. E se trovano lavoro negli allevamenti il minimo che si possa dire è che è sono sottopagati.
Cosa sta succedendo? Inutile tentare giri di parole, per i Mapuche la risposta è semplice: tutto questo produrrà una ulteriore frattura nel rapporto ancestrale con il loro territorio.
Ma torniamo alla famiglia Curinonco e al loro rapporto con Benetton.
La storia prende lo spunto da una strana sentenza emessa da Tribunale della provincia di Chubut, in Patagonia. Le parti in causa erano il cittadino italiano Luciano Benetton e i coniugi Mapuche Attilio e Rosa Curinonco. Il tribunale, era prevedibile, ha dato ragione al primo.
La “ragione” di chi è più potente ha prevalso sulle ragioni di indigeni che, pur senza lo straccio di un documento, rivendicavano il piccolo pezzo di terra dei loro padri da cui erano stati cacciati.
Oggi, a distanza di più di quattro anni dopo lo sfratto, quella terra è ancora disabitata e inutilizzata. Però credo che una cosa si possa dire con molta chiarezza: la multinazionale di Benetton nasconde dietro la “United Colours of Benetton” una realtà che contraddice pesantemente la sua immagine politica e commerciale.
In ogni caso questa è anche la storia di una grande battaglia, una battaglia in cui il Golia di turno non ha ancora del tutto sopraffatto il suo Davide. Novecentomila ettari della Patagonia, con oltre un milione di pecore al pascolo e in attesa di sfruttamento di giacimenti petroliferi, fanno i conti con una piccola famiglia di indiani Mapuche.
Sfrattati dalla loro terra, sradicati e soli, i coniugi Curinonco continuano a chiedere giustizia. Attendono ancora che qualcuno li ascolti. In Italia sono stati in molti a occuparsi di loro, da Valter Veltroni al giornalista Gianni Minà. Si è cercato anche di fare incontrare i Benetton con la famiglia Curinonco. L’incontro è avvenuto a Roma. Benetton ha fatto l’offerta di “regalare” qualche ettaro alla famiglia Mapuche. Loro hanno rifiutato. Non si regala ciò che appartiene , caso mai si restituisce.
C'è anche un pezzo di Italia, anche in questa storia, e questo è indiscutibilmente vero, sta nei fatti. Ma oggi altre notizie mi rimbalzano dall'Italia, notizie e immagini terribili che guardo allibito attraverso i siti giornalistici on line. I fatti Rosarno, la “caccia al nero”, la battaglia e poi l'espulsione degli immigrati che evidentemente non servono più ora che hanno finito la raccolta delle arance. Prima, quando servivano, erano pagati 20 euro al giorno e su quel “guadagno” dovevano pagare il pizzo alla criminalità organizzata.
Sono sconcertato di fronte a un ministro dell'interno che denuncia quegli schiavi moderni come illegali e si dimentica dell'illegalità che controlla davvero quei territori (e quegli schiavi), cioè la 'ndrangheta. Sono sconcertato di fronte a un ministro della pubblica istruzione che in pratica pensa a quote etniche per le nostre scuole.
E allora questi immigrati mi sembrano in qualche modo fatti della stessa umanità sofferente, sfruttata, umiliata che ho visto nei Mapuche. E sento anch'io un carico di vergogna e di responsabilità. Non so cosa fare, non riesco nemmeno a chiedermi cosa sia diventato il mio paese. Ma torno dall'Argentina sempre più convinto di essere un cittadino del mondo. Anche ad Arezzo porterò questa mia consapevolezza, con le mie parole, i miei gesti quotidiani.

domenica 10 gennaio 2010

ritorno a buenos aires





Anche questa, come Arezzo, è ormai la mia città. Poco importa che sono rare le volte che posso respirare la sua aria, addentrarmi nelle sue strade. Buenos Aires è sempre radicata nel mio cuore, nella mia fantasia, anche per i mesi dell'anno in cui vivo a casa mia. Anche se già l'espressione “a casa mia” avrebbe bisogno di essere approfondita, specificata, sicuramente chiarita, prima di tutto a me stesso.
E dunque vi scrivo da Buenos Aires. Sono tornato volentieri in questa città, ho con lei quel legame particolare che puoi avere solo con le città che scegli. Sono stregato da qualcosa che non saprei descrivere bene ma che ha a che fare con l’anima di questo posto. E per tutto questo ci sono poche motivazioni facilmente spendibili.
La città in sé non ha una fisionomia immediatamente accessibile o forme architettoniche che io possa definire, con convinzione, belle. Nel suo primo viaggio a Buenos Aires, l’ispettore Pepe Carvalho, il personaggio di Vàzquez Montalban parla di una delle strade più simboliche della città Avenida Corrientes, come di un “ambiente caotico che invecchia, come se le attività commerciali e gli edifici congiurassero per il massimo disaccordo estetico”.
Naturalmente, per i bonaurensi Corrientes è la strada più bella del mondo.
In realtà è una città che mi fa venire in mente diverse altre città viste e conosciute. Attraversarla è come sfogliare un album di ricordi. Penso ai palazzi di Parigi e Londra, ai grattacieli di New York, alle terrazze con i balconi di ferro battuto come Madrid, forse non belli come gli originali ma dal
fascino discreto e seducente.
Oppure penso a repliche d’interi quartieri, italiano o spagnolo, che qualcuno ha fatto lo scherzo di trapiantare quaggiù popolandoli di attori e comparse che recitano alla perfezione la nostalgia.
Alle volte mi sembra di rivivere scene della mia remota giovinezza. Buenos Aires è una città meticcia, un crogiolo di razze e culture, una città che si crede europea ma che sogni e reinventa New York. In fondo come vorrei che fossero tutte le città del mondo, anche la nostra Arezzo, perché sono convinto che le differenze che riescono a convivere fanno la forza di una città, producono ricchezza, alimentano attrattive.
A Buenos Aires cammini in una grande strada con enormi platani e facciate pompose, quindi ti perdi in tutte le stradine laterali, scoprendo piazzette segrete e caffetterie con baristi dall’aria annoiata, le pareti ingiallite dal tempo e dal fumo, con sale buie e banconi di granito bianco, quasi tutti inaugurati negli anni della grande emigrazione.
E nei mille caffè rivivono anche i luoghi letterari con gli scrittori che hanno creato il suo mito, i poeti del tango e i filosofi dell’esistenzialismo.
Sì, penso davvero che l’argentino abbia preso quasi tutto della vecchia Europa. Spesso ha copiato anche male ma non si è fatto mancare niente.
Qui si confondono tutti gli stili immaginabili. Borges aveva capito tutto questo e diceva: “Io sono sempre stato e sempre starò a Buenos Aires. E’ una città che fa presagire tutte le altre. Non si
lascia mai del tutto, si continua a costruirla ricombinando le istantanee sbiadite che emergono dalla memoria”.
Penso spesso a Jorge Luis Borges in questo mio errare per la città e temo che, forse, la sua Buenos Aires non esista più. Chissà se oggi, dopo anni di dittatura militare e di liberismi selvaggi e improvvisati, dopo le sommosse della gente armata di pentole, Borges potrebbe ancora rizzare le sue costruzioni fantastiche, regalando altre dosi di magia a questa città bellissima e abbandonata all’incuria, assediata e conquistata da migliaia di nuovi poveri.
Chissà se potrebbe ancora inventare i suoi labirinti e situare nella circolarità del tempo i suoi specchi misteriosi.
Amo questa città, nonostante tutto.
E la amo perché è fatta di gente in carne e ossa, perché è uno spezzatino di anime e culture, un miscuglio di caratteri diversi, così grande da far dubitare che esista.
Però esiste davvero. E mi ci trovo bene.
E forse dico tutto questo perché sono ancora alla ricerca del luogo cui appartengo, e non so se sarà un posto antico cui fare ritorno o un nuovo posto verso cui emigrare.
Cerco di sentirla ancora questa città e cercando le tracce di anni lontani e recenti forse comprenderò cosa è diventato il presente. Mi svestirò degli stereotipi segnalati dalle guide e ignorerò l’aneddotica che la riempie infarcendola, spesso, di ovvietà.
Molte cose di Buenos Aires mi aiuteranno ancora.
Per esempio le librerie di Florida, sempre aperte, molti piani di scaffali con i pertugi per le rare edizioni che altrove sono introvabili, librerie che mi accolgono anche a notte fonda quando la città si prepara a dormire. Per esempio l’antico Caffè Tortoni, i suoi tavolini neri di legno intarsiato, le
cioccolate bollenti sulle porcellane bianche, gli argenti spessi e opachi per il tè, anch’essi sciupati dal tempo. Un posto dove ti guardano e ti commuovono le poesie autografe di Borges appese sui muri, assieme agli spartiti dei tanghi di Gardel o agli schizzi dei pittori amati dagli argentini.
E ancora il maestoso Colon, teatro che trattiene magie, intriso di voci e di canto, il preferito da Caruso. Il cimitero della Recoleta con i vialetti liberty e la tomba di Evita, ma anche il cimitero immenso della Cacharita, sconfinata ultima stazione di arrivo di generazioni antiche di migranti, con la statua di Gardel sorridente cui non manca mai una sigaretta accesa tra le dita.
E la gente che corre nel maestoso parco del quartiere Palermo o incede nelle stradine che portano alla parte vecchia del barrio. I banchi degli ambulanti a San Telmo, gli ubriachi della nuova immigrazione del nord che dormono, gonfi di birra, sulle banchine di Porto Madero.
E, infine, la casa della Madri di Plaza De Mayo con la sua Università popolare, le foto e i fascicoli sempre aperti, dei figli o nipoti desaparecidos. E al caffè delle Madri, le insalate e le torte
più buone della città.
Parlerei all’infinito di questa città. Portandomi dietro questa città mi sentirò meglio anche ad Arezzo.
(tito barbini, corriere di arezzo 9/01/2010)

martedì 5 gennaio 2010

piccolo principe



Il postino della Patagonia

Da Nahuel Pan, nel mezzo della Patagonia più arida e dimenticata, un po’ prima della fine del mondo, ogni giorno, o quasi, parte un treno. Torna a Esquel da dove è partito, frontiera di neve col Cile. Forse sono più quelli che vengono da quelli che vanno.
Anch'io ho preso il treno patagonico invece di proseguire verso lo Stretto di Magellano. Oggi mi sento davvero lontano da Arezzo e da tutto quello che è stata la mia vita precedente. Sono ormai nella parte della Patagonia che annuncia la Terra del Fuoco, dove il continente si sbriciola nel verde dello stretto e le colonie dei pinguini ammorbano l’aria con il loro odore, inconfondibili.
Però non sei mai così distante da tutto. Per quanto lontano tu vada c'è sempre qualcosa che ti riporta a casa, con il cuore o con la testa. Intendendo per casa, a volte, non solo la tua terra, la tua città natale, ma proprio la dimensione più domestica e famigliare.
Più o meno è questo che mi succede anche ora. Perché il nome in cui mi imbatto, decisamente, a sorpresa, è un nome che credo moltissimi di voi conoscono e amano. Sicuramente è un nome che conoscono e amano i vostri bambini, se ce li avete. Sono convinto che per diversi di loro questo nome corrisponde a un libro che hanno trovato sotto l'albero di Natale. Per altri è una lettura consigliata o ricercata proprio in questi giorni di vacanze.
Insomma, penso al Piccolo Principe. Più precisamente all'autore del Piccolo Principe.
Quando il treno arriva a San Antonio Oeste, lo sguardo mi cade sulla nuova costruzione, alcuni chilometri prima delle case. E’ nuova, un piccolissimo aeroporto che la comunità ha dedicato proprio a lui, all’autore del Piccolo Principe, ad Antoine de Saint-Exupèry. Il Principito come lo chiamano qui.
Non era solo uno scrittore, quest'uomo. Anzi, era in primo luogo un pilota di aerei. Di più, sono convinto che senza le sue esperienze di volo non ci sarebbero state nemmeno le sue pagine. Bisogna volare alto, anche metaforicamente, per raggiungere cose molte concrete. Un libro o anche qualcosa di buono, di utile, per la nostra famiglia, per la nostra comunità, per la nostra città. E questo è il primo augurio per questo 2010 che con il Piccolo Principe mi rende vicino a tutti voi, a tutti noi, anche dalla Patagonia.
Pilotava l’aeropostale delle Ande, il giovane Antoine. Tutti i giorni. Da Bahia Blanca a Sant Antonio Oeste e da qui a San Julian e Rio Gallego. Arriva anche a Punta Arenas quasi ogni giorno, e non può non aver incontrato anche Alberto De Agostini, il salesiano di cui voglio raccontare la storia.
“Ho fatto un lungo volo di duemilacinquecento chilometri in un solo giorno - scrisse Antoine alla madre - è stato bellissimo tornare dall’estremo sud, dove il sole tramonta alle dieci di sera, presso lo stretto di Magellano. Là è tutto verde: città su dei prati. Strane piccole città di lamiere ondulate. E gente che, a forza di sentire freddo e di raccogliersi attorno ai fuochi, è divenuta simpaticissima”.
Quando il giovane lasciò il Sudamerica per dedicarsi al giornalismo e poi alla letteratura lasciò un vuoto enorme in questa terra, dove gli eroi e gli esploratori si riconoscevano da lontano.
Nessuno sa invece dire quando scomparve invece di morire. Come il Piccolo Principe, forse, decise di farsi mordere dal serpente per lasciare il pianeta nel quale si sentiva troppo solo.
Fu abbattuto con il suo aeroplano nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, al largo di Marsiglia. Anche il Piccolo Principe, insomma, è stato travolto dalla guerra. Per questo il mio augurio per il 2010 non può che essere di nuovo, di nuovo ancora, con tutta la forza che ho dentro, un augurio di pace. Di più, un augurio che richiama alla responsabilità di tutti noi, al nostro impegno per la pace. Il Piccolo Principe ce lo ha insegnato, la pace parte da quello che siamo e vogliamo essere.
Ho letto da qualche parte, prima di partire per il mio viaggio, che un anziano ex pilota della Luftwaffe, ha ammesso di aver sparato a un aereo che poteva essere quello di Saint Exupéry.
Mi hanno fatto una certa impressione e colpito le sue emozioni. Ha detto che conosceva i suoi libri a memoria, che aveva cominciato a volare grazie a lui, che aveva sperato per anni di non averlo colpito. Chissà cosa gli sarà passato per la testa quando ha scoperto di aver abbattuto un poeta che stava volando ad ali spiegate.