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lunedì 25 luglio 2011

Mia vecchia libreria


Oggi ho avuto una brutta notizia da Buenos Aires. La vecchia libreria del signor Schiffer è stata chiusa. Ecco il mio ricordo. 

Ogni giorno che trascorro a Buenos Aires scopro qualcosa di nuovo. Ero di ritorno dalla tomba di Evita, camminavo lungo il muro del Cimitero della Recoleta, ed ecco, m’imbattei in una libreria antica con dentro un intero mondo, anch’esso antico. E’ stato un altro dei preziosi doni che ho ricevuto da questa città.
 Dietro il bancone, un anziano signore dall'aria distinta consultava alcuni cataloghi buttando di tanto in tanto un occhio a un vecchio computer sulla scrivania. Intorno all'anziano libraio, con gli occhiali e il maglione rosso, antichi mobili di ciliegio custodivano sotto chiave rarissimi e preziosissimi volumi dal valore sicuramente inestimabile.
Regnava il silenzio più assoluto, un silenzio rotto soltanto dal rumore delle pagine sfogliate e dei passi che scricchiolavano sul legno del pavimento.
  L’avevo scoperta per caso e subito mi rammentò un bellissimo film con Anthony Hopkins e Anne Brancroft. Ricordate? Helen è una scrittrice americana che vive a New York, è alla ricerca di alcuni libri rari. Entra in contatto con una libreria specializzata di Londra, al numero 84 di Charing Cross (e questo indirizzo è anche il titolo del film). Inizia una relazione epistolare con il direttore della libreria: continuerà anche se i due non s’incontreranno mai.
Per me questa libreria di Baires è diventata l’equivalente della libreria all’84 di Charing Cross. Anche dopo che sono tornato in Italia ho coltivato l'idea di mettermi in corrispondenza con il vecchio professore di storia in pensione che la gestisce. Un professore speciale, che di nome fa Gustavo Schiffer, per una libreria speciale.
Fantasticavo: mi piaceva l'idea di scrivere, di scriversi e ogni tanto di farmi mandare un bel libro, raro e importante, che non avrei mai trovato in Italia.
Libri scomparsi, libri ricercati, libri che nemmeno sapevo di desiderare.
Ma soprattutto mantenere un contatto con un anziano signore che fa un mestiere bellissimo, un mestiere utile, benché oggi poco considerato, quello del libraio. E mantenere questo contatto malgrado la distanza. E magari farsi raccontare la città quando ti manca. 
Tra noi la scintilla era scoccata subito.
"Davvero lei è uno scrittore viaggiatore?" mi aveva chiesto con malcelato interesse. Per poi aggiungere: "Peccato, non ho più il nostro precedente catalogo che avevamo dedicato a un’importante selezione di viaggiatori. C’erano molti libri in cui si racconta che cosa disse e cosa scrisse chi, nel passato, per un motivo o per l’altro, si avvicinò alle nostre coste e in questo modo influì sulla storia argentina. Invariante storica l’abbiamo chiamata".
 Non capivo bene cosa mi stava dicendo ma gli chiesi  di mandarmi in Italia una lista dei libri di viaggio disponibili nei suoi archivi segreti. Chissà, forse avrei trovato qualcosa di importante. Fermo restando che l’aggettivo importante può voler dire molte cose in questo contesto: per esempio, sono importanti parole che ti schiudono la possibilità di un nuovo viaggio.
 Il vecchio signore con il maglione rosso continuava a incuriosirmi.
Gli chiesi, con un certo timore, se la libreria era aperta ai tempi della dittatura e se lui era lì in quegli anni.  "Certo!" mi rispose con slancio. Quasi a sottolineare che le dittature possono anche passare, ma i libri no, i libri in genere rimangono. Messaggio di grande speranza, questo.
  "La libreria è sempre stata della mia famiglia. Semmai proprio in quel periodo  i generali mi imposero di lasciare la scuola e con la scuola l’insegnamento".
E mi sembrò di avvertire la sua amarezza, sapore della sua vita. E allo stesso tempo compresi il riscatto che aveva cercato.
Le pareti di libri intorno a lui, in un rapporto denso con il passato, gli avevano consentito una sorta di isolamento, un parziale distacco dal mondo dei disastri e delle ingiustizie.
"Vuol sapere cosa penso quando qualcuno entra in libreria e mi chiede un libro appena uscito che magari è in testa alle classifiche? "
Lo guardai con curiosità.
"Penso che la lettura dei libri nuovi impedisca la lettura di quelli vecchi ".
Poi è finita come quasi sempre finisce anche con i migliori compagni di viaggio, con i quali ti sei scambiato pure l'indirizzo. Non gli ho mai scritto dall'Italia.
Ora però sono di nuovo a Buenos Aires e quella libreria mi è tornata in mente.
Questa mattina mi sono svegliato con l’idea di farle visita e di salutare di nuovo il mio libraio. Con questa idea e con la voglia di sfidare la sorte.
Vai a sapere, magari il signor Schiffer avrà qualche libro sul mio salesiano.
Scricchiola ancora il pavimento di legno e annuncia l’arrivo del nuovo cliente. Rimane inconfondibile l’odore dolce della carta stampata e dell’inchiostro. Questo posto è pieno di libri che l’umidità dell’estate argentina invecchia precocemente..
Non è un bene per i libri ma d’altronde non siamo in un museo e i condizionatori costano.

Sono qui, a perdermi tra i palchi e soppalchi della libreria. Decido di acquistare dieci libri ormai fuori commercio da anni. Mi sono costati una piccola fortuna ma ne è valsa la pena.
Ho comprato anche un’edizione rarissima di un racconto di Salgari. Lo regalerò a Paolo in omaggio al suo bellissimo Gli occhi di Salgari, un libro in cui si parla dei viaggi che si possono fare con i libri, sulle ali della fantasia.
Paolo, da buon salgariano, sa che si può arrivare fino alla fine del mondo anche solo con l’immaginazione.
A me a un certo punto non basta più, ho bisogno di mettermi lo zaino in spalla. Però so che questi dieci libri sono altrettanti viaggi. 
Non ho trovato niente sul mio missionario. Però il signor Schiffer si darà da fare e sa già dove cercare. Me l’ha promesso. Se troverà qualcosa mi scriverà.
Già pregusto la gioia di una sua lettera. Un messaggio dalla libreria di un altro continente. Che emozione.
Nemmeno fosse Charing Cross 84.
Mi mette tristezza pensare che il futuro dei libri possa essere affidato solo ai bookshop on line e ai libri digitali da scaricare come le suonerie del cellulare.
Salviamo i librai come il signor Schiffer.






mercoledì 29 giugno 2011

Sacerdote o esploratore? In viaggio con Don Patagonia. Esce tra poche settimane un mio nuovo libro di viaggio: "Il cacciatore di ombre" (Vallecchi, collana off the road.) Ecco una pagina per introdurlo.




Era una primavera australe dell’anno 1910. Una primavera senza il volo degli albatros, benché in quella stagione migrare in Antartide sia normale.
Il ragazzo con la tonaca e il basco nero è immerso nell’aria argentina dello stretto di Magellano solo sul ponte del traghetto, appoggiato al parapetto. La giornata è sempre più scura, fredda. C’è vento sull’acqua. Non ci sono altri rumori oltre a quello del vento, e del barcone, con quel vecchio motore a scoppio. 
Ora Alberto non distingue quasi più i contorni delle montagne. Sono masse nere che incombono sulle acque. Si vedono affiorare dalla riva piccoli accampamenti con colonne di fumo verticali,  che alle volte il mare gonfio nasconde.
"Ecco, fra poco sono a Punta Arenas. Sto andando incontro al mio destino. Come sarà la città alla fine del mondo?  Come sarà il collegio che mi sta aspettando? Come saranno lassù questi monti della Terra del Fuoco e della Patagonia che si scorgono dal parapetto della nave?"
Il giovane sacerdote si ripete queste parole ancora una volta, mentre il suo lungo viaggio dall’Italia arriva davvero alla fine  con questa lenta navigazione nello stretto di Magellano.
Ora è accovacciato a prua, nella parte esposta al vento della piccola nave. Fa freddo ma sente di essere come a casa, nelle sue Alpi. L’aria fredda gli gela le ossa.
Gli altri passeggeri preferiscono stare riparati nella cabina, lui è solo e guarda verso l’oceano. Respirando, a pieni polmoni.  Questa è aria che viene dal Pacifico. È solo, ma la solitudine difende la sua emozione. Non sa cosa lo aspetta.
L’acqua è mossa, plumbea. Quasi non se ne accorge.
La costa ora è vicina. Può cogliere le fisionomie dei primi abitanti di quelle isole. Facce e corpi arcaici venuti dalla notte dei tempi, così confusi e sradicati che il giovane missionario li avverte prigionieri di una profonda tristezza.
Stanno silenziosi, sulla riva, non salutano, guardano. Lo sguardo sembra fissare quell’enorme canoa che porta ancora uomini bianchi sulla loro terra.
Non sa ancora, Alberto, del “tiro al bersaglio”. Non ha respirato il fumo dei villaggi, l’acre odore della carne macellata e lasciata andare a male, mentre i cani abbaiano. 
Sulle navi che solcavano queste acque c'è gente che si diletta a sparare a tutto ciò che si muove negli accampamenti degli indios. 
Siamo nell’anno 1910, esattamente un secolo fa.

La navigazione è sempre più lenta, il motore della nave ha un respiro affannoso, si avvicina a una piccola isola di sassi preistorici interamente ricoperta di leoni marini.
I maschi pesano quattrocento o cinquecento chili vivono in queste acque dalla notte dei tempi ma Alberto li vede per la prima volta. Enormi e fieri, con la criniera sul groppone, ruggiscono come i loro fratelli nella savana. Stanno ammassati a gruppi circondati dai loro harem di venti o trenta femmine. Sopra di loro, nelle rocce più in alto, migliaia di cormorani immobili come statue di marmo.
Lembi di terra ghiacciata, emersa qua e là quasi per caso.  Ora siamo in estate e Alberto pensa a come saranno queste terre in inverno, con gli artigli del gelo antartico piantati su ogni forma di vita.  E tutt’intorno, per sei mesi, buio, freddo e silenzio.
Già: corre l’anno 1910.
Questo giovane prete della congregazione dei missionari salesiani sbarca nella Terra del Fuoco e comincia la sua nuova vita. In questa terra per lo più ancora da scoprire, percorsa dal vento e dal gelo, abitata da sparuti gruppi di indigeni e da una pessima comunità di avventurieri, finiti in culo al mondo per le ragioni più disparate.
La Patagonia è ancora un parola che evoca un mistero.

mercoledì 8 giugno 2011

Cile, finalmente monta la protesta contro le cinque dighe Enel da costruire in Patagonia



In Cile finalmente è esplosa la protesta. 
Dico finalmente perché sono stato uno dei primi a denunciare, cinque anni fa, quello che stava succedendo in questa parte della Patagonia Cilena. Avevo dedicato un capitolo intero nel mio libro "Le nuvole non chiedono permesso" alla protesta dei nativi Mapuche contro questo assurdo progetto voluto dalle multinazionali. Cinque grandi dighe da costruire in Patagonia. A volere il progetto Hidroaysèn è il governo cileno. Con il coinvolgimento dell’italiana Enel e della cilena Colbùn. Ma per il terzo fine settimana consecutivo una grande manifestazione ha attraversato il centro di Santiago del Cile per protestare contro un piano energetico, che secondo gli attivisti, causerà danni irreversibili all’ambiente.
Il progetto è stato approvato dalla commissione di Valutazione ambientale della Regione meridionale e patagonica di Aysèn. Ma la commissione è di nomina governativa centrale, come del resto lo sono ancora i governi regionali in Cile. In termini assoluti il numero di partecipanti alle manifestazioni non sembra impressionante. Sono comunque tanti per un paese dove le manifestazioni di massa come una volta non ci sono più. Oltre ventimila sabato 28 maggio a Santiago, trentamila il fine settimana precedente. Questa volta però non ci sono stati incidenti.
Il movimento contro le mega dighe riceve appoggi dagli studenti – che sono in fermento per il diritto allo studio – e dalla minoranza indigena mapuche – i cui attivisti stanno sostenendo lo sciopero della fame di alcuni detenuti politici. Ma soprattutto l’opposizione al mega progetto Enel-Colbùn si è rafforzata nel mondo politico, ha di fatto conquistato gran parte dello schieramento di centro sinistra, della Concertaciòn sconfitta alle elezioni dell’inizio del 2010. Si è assistito così al paradosso dell’ex presidente Ricardo Lagos che prima dichiara il suo appoggio al progetto e poi due giorni dopo lo smentisce con un ragionamento particolare: “Sarei in linea di principio favorevole alle cinque grandi dighe ma in un contesto di piano energetico rinnovabile e di garanzie ambientali che ora non ci sono”. I più giovani ed emergenti tra i protagonisti della passata esperienza governativa della socialista Michelle Bachelet, come ad esempio Carolina Tohà e Ricardo Lagos Weber, sostengono ora che il passato governo non era favorevole ad Hidroaysèn.
È il segno dell’aria che tira nell’opinione pubblica, dopo che un sondaggio ha dato il 60% degli abitanti della regione di Aysèn contrari alle dighe, e quasi altrettanti a livello nazionale. Gli esponenti del governo di Sebastian Piñera ribattono colpo su colpo, ma sono preoccupati di trovarsi da soli a prendere la decisione finale. Per questo il presidente ha pensato di proporre un progetto di rete pubblica per la distribuzione dell’elettricità, che coinciderebbe in parte con il lunghissimo elettrodotto da costruire per portare l’energia dalla remota Patagonia al centro del paese. La discussione parlamentare di questo progetto consentirebbe di prender tempo, di recuperare consenso e di corresponsabilizzare gran parte della opposizione parlamentare. In questo prender tempo si inseriscono le speranze degli ambientalisti, di poter trovare ancora il modo di fermare il progetto.
A dar loro una mano ci si è messo in prima persona il New York Times. Con un editoriale anonimo, quindi ufficiale, il prestigioso quotidiano newyorkese ha preso posizione. Intitolato “Keep Chilean Patagonia Wild”, mantenete selvaggia la Patagonia, l’editoriale sostiene tra l’altro: “Il Cile ha straordinarie fonti rinnovabili di energia, includendo quelle solari, geotermiche ed eoliche, che potrebbero essere sviluppate con molto meno impatto sull’ambiente. Guardando le cose da un punto di vista strategico, il governo cileno, che appoggia le grandi dighe, potrebbe arrivare a capire quello che molti cileni già sanno. E cioè che sacrificare la Patagonia per ottenere energia potrebbe essere un errore irreparabile”. 


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domenica 22 maggio 2011

Chi ha paura dei referendum?





Più rifletto sul voto di domenica e più cresce in me un senso di gioia e di speranza. Non ho le traveggole, non ho scambiato i sogni con la realtà, per una volta in Italia hanno davvero vinto la lealtà, la competenza, la politica intesa come servizio, l’energia delle nuove generazioni. E davvero hanno perso l’arroganza,  l’insulto, la prepotenza. i candidati di plastica da tv del pomeriggio, la rabbia che acceca modello Santanchè, Sallusti e gli altri servitori del Cavaliere.
E per dirla con tutta franchezza: ha torto chi dice che questo risultato era previsto.
Mi auguro il Pd sappia leggere nel voto una fase nuova della politica italiana. Anche perché questo mi sembra un voto che rimette in circolo molte energie fino a ieri disperse, che riassorbe l’astensione, che premia la sinistra assai più del centro. La cui moderazione, del resto, ha dato punti a quella dei sedicenti moderati.
E adesso al lavoro, perché siamo appena all’inizio. Dopo le città il governo. E si vada finalmente a votare per i referendum. La parola ai cittadini, alzi la mano chi ne ha paura.
E poi Arezzo.
Faccio subito i miei complimenti a Giuseppe Fanfani. Anche se con una percentuale inferiore a quella ottenuta alle scorse elezioni  è riuscito a strappare una bella vittoria, non concedendo chance alla platea clamorosamente divisa e votata al suicidio del centro destra aretino.
Ma siccome guardo al futuro, alle sfide che ci attendono nelle prossime settimane, io prima ancora che di scenari politici voglio parlare di acqua e di referendum.
Fanfani è  una persona intelligente e non avrebbe firmato per il referendum abrogativo dei processi di privatizzazione se non fosse convinto di avviare un processo per riprendersi la gestione dell’acqua.
Intendiamoci, anche io sono un pentito della privatizzazione. L’importante è riconoscerlo e fare un passo avanti.
Oggi per cambiare il referendum è lo strumento più adeguato (per la partecipazione), anche se non il solo per far riappropriare interamente dalla comunità di un bene cosi prezioso.
 Ho parlato in un precedente articolo della grande mobilitazione mondiale per l’acqua. Acqua buona e per tutti nel mondo. Ora è il momento di una riflessione sull’acqua di casa nostra e sul bisogno urgente di farla tornare interamente nelle mani del pubblico.
La Toscana e' la regione dove l'acqua per uso domestico costa di più in Italia, con una spesa media annua di 330 euro, a fronte di una spesa media nazionale pari a 253 euro. Sono toscane ben sette tra le 10 città più care: in assoluto Arezzo, quindi Firenze, Pistoia, Prato, Livorno, Grosseto, Siena.
Sono dati diffusi recentemente da importanti riviste, economiche e non solo. In media, nell'ultimo anno l'incremento tariffario registrato in Toscana e' stato del 5,8%, leggermente superiore a quanto registrato a livello nazionale (5,4%).
Consola almeno il fatto che Arezzo, e meno male, non ha richiesto deroghe. Questo vuol dire che abbiamo un ottima acqua.
Abbiamo avuto anche una buona gestione, ma questo non toglie nulla alla necessità di essere coerenti. Avevo avuto l’impressione che il Pd aretino avesse preso una posizione nuova e coraggiosa affiancandosi ai partiti della sinistra e all’Italia dei Valori nell’iniziativa referendaria.
Poi non ne ho saputo più nulla. Forse hanno fatto marcia indietro?
Quando si ha il coraggio di cambiare occorre farlo fino in fondo, e la gente non capisce più il gioco delle convenienze e degli equilibrismi per non scontentare qualcuno.
Ora servono parole chiare e iniziativa concreta per portare la gente al voto referendario. Serve subito darsi una mossa.  (titobarbini@libero.it)

domenica 15 maggio 2011

La lezione di Mitterand


I socialisti francesi celebrano in questi giorni  il trentesimo anniversario della vittoria di Francois Mitterand. C'ero anch'io, quel giorno, in cui questa grande figura della politica francese ed europea si insediava come presidente della Repubblica. C'ero anch'io, perché di Mitterand ero amico. Qualcuno se n'è ricordato e mi ha anche invitato, per celebrare questo anniversario. Purtroppo non potrò recarmi a Parigi, però voglio ricordare quel giorno e quello che ha significato per me e per tanti di noi.
E dunque, il 10 maggio 1981 un socialista venne eletto all’Eliseo e ci rimase 14 anni. Dopo di lui la sinistra  non riuscirà più a vincere. Né Lionel Jospin né Sègoléne Royal saranno capaci di sconfiggere la destra. Oggi, a un anno dalle prossime elezioni presidenziali e a qualche mese dalle primarie nelle quali i socialisti sceglieranno il loro candidato, il ricordo di quella vittoria diventa importante.

Una celebrazione rituale? L’impressione è piuttosto che i socialisti cerchino un’ispirazione, provino a riconquistare un’eredità andata perduta. e indubbiamente ne hanno bisogno.
 La notizia dell'arresto a New York del direttore del Fondo Monetario Internazionale, con l'accusa infamante di stupro,  e potenziale candidato socialista alle prossime presidenziali francesi rende ancora più difficile questa ripresa.
E allora è questa la domanda da farsi: può davvero aiutarli il ritorno al pensiero e all'opera di Francois Mitterrand, a quella stagione straordinaria in cui non si ebbe paura di scelte coraggiose e addirittura controcorrente del neo presidente, come fu quella di abolire la pena di morte (la maggioranza dei francesi non era d’accordo)?
Nelle analisi si scava nel passato, si ricordano le virtù del presidente socialista. Gli storici parlano dell’uomo che voleva “dare tempo al tempo” e non aveva paura della lentezza. 
Io vorrei ricordare il politico che credeva più nel buon senso che nei sondaggi.
Quando gli parlavo della situazione italiana mi richiamava sempre alla determinazione ad andare avanti con ottimismo  anche quando amici e nemici prevedevano la disfatta.

Ma con tutto questo a quella domanda devo rispondere in modo che forse deluderà qualcuno. Le celebrazioni sono sentite, ma l’impressione è che l’eredità di Francois Mitterand oggi possa aiutare poco i socialisti francesi. Che alle prossime elezioni e soprattutto dopo, se vinceranno (e non è improbabile), dovranno cavarsela da soli.
Mitterand non aveva di fronte a sé una globalizzazione che ha destrutturato il mercato del lavoro e cancellato gran parte della fiducia dei francesi nel loro Stato. Mitterand non ha assistito all’allontanamento di parte consistente dell’elettorato popolare dalla sinistra come invece è accaduto per la sinistra italiana e oggi, drammaticamente per il PD. Quando ha governato era ancora vitale la via francese all’integrazione degli immigrati. E non c’era un Fronte nazionale che oggi, come la Lega in Italia, toglie spazio e voti alla sinistra fra gli operai e nelle periferie  cavalcando la paura dello straniero.

La destra contro cui il presidente francese combatté e vinse era quella laica, repubblicana erede del gollismo e del conservatorismo francese, rispettosa dello Stato e delle istituzioni.
La nostra destra, poi, è quella di Berlusconi e di Bossi,  pronta cambiare le istituzioni, nemica del multiculturalismo, attenta a progetti di espulsione più che di integrazione, legata a doppio filo, e con evidente mancanza di scrupoli, a tutto ciò che distrugge valori e riferimenti alla Costituzione.
Ho l’impressione che il berlusconismo sia sul viale del tramonto ma la strada per vincere e per governare è ancora lunga.  Che le ricette e le risposte del passato, anche le migliori, quelle che Mitterand seppe dare alla crisi economica degli anni Ottanta e alla disoccupazione che si era quadruplicata, siano oggi improponibili.

Se il Mitterand da celebrare è quello del maggio 1981 quello che oggi può ancora dare molto a tutta la sinistra europea appare quello del giugno 1971, il segretario socialista che superò le divisioni, le barriere e i tabù, che volle a sinistra pluralismo politico e culturale, che seppe unificare senza chiedere abiure e rinunce.
Il Mitterand che rifondò la sinistra. E che poi governò la Francia. Forse di tutto questo abbiamo ancora bisogno in Italia.