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sabato 8 settembre 2012

C'è sempre un luogo che ti aspetta


Con lo sguardo che rivolgo alla mia piccola città abbraccio anche lo sguardo sui viaggi lontani della mia infanzia. Cosi lontana ma anche cosi vicina.  Vicina anche alla lontananza dei miei viaggi di oggi.  Il viaggio che ho intrapreso verso casa mi fa sentire a mio agio nell’aver prima compiuto altri viaggi lontani.  Le desolate lande della Terra del Fuoco o il continente Antartico si ripropongono dentro di me e si candidano ad riaccompagnarmi alla mia infanzia.  Con lo scambio dei viaggi il processo di invecchiamento della mente e dei ricordi si è come interrotto per un attimo.  Appunto, si è spezzato qualcosa nel conto del tempo.
Cosa cerco? Tutta la mia infanzia e la mia adolescenza.  Ma non solo.
 Camminare infatti per queste strade sembra una cosa nuova. Il mio sguardo cerca di cogliere forme e colori, angoli e spazi, che dovrebbero essermi già stati noti.  Non so come dirlo ma assomiglia molto a un gioco a nascondino con la nostalgia. La nostalgia che si risveglia con i ricordi.
Mi consegno alla città con tutto il mio stupore.  Alle volte penso che non avrò materiale a sufficienza per un racconto di un altro viaggio. Intendo qualcosa che avrebbe potuto meritare l’attenzione di coloro che mi hanno seguito in tutti gli altri viaggi. Succede che questo mio nuovo racconto si deve materializzare all’interno di una ambientazione  completamente diversa da tutte le altre.
Ad esempio, dare armonia cronologica al mio racconto sarà del tutto impossibile. I fatti, le persone , sono certo affidabili nella mia memoria, ma non è affidabile la collocazione nel tempo e il contesto preciso.  Ho dovuto ricorrere spesso all’aiuto di vecchi articoli di cronaca o appunti che ho scritto nel corso della mia vita.
Tabucchi diceva spesso che c’era sempre un luogo ad aspettarci.  Potrei dire che i luoghi sono sempre gli stessi. Forse cambia l’arredo. Anche i colori si rinnovano. Arredo urbano, lo chiamano oggi. Prendiamo a esempio quella che io considero la parte più bella della mia piccola città.
Dunque,  quello sul paesaggio è un discorso che devo fare ogni volta. Almeno quello che per me significa.
Cos’è il paesaggio?  Quante volte me lo sono chiesto ogni volta che rimanevo incantato dal fondale  che si svolgeva al mio sguardo.  Tanto più me lo chiedo ora qui, dove ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza.  Non sono cosi stupido da non capire che la risposta è diversa per ognuno di noi. Perché è abbastanza chiaro che il paesaggio è sempre anche un fatto interiore , una dimensione immateriale, spesso legata all’infanzia , magari segnata dall’apparenza di un ricordo.
Sono anche convinto che questa sia la ragione per cui tante volte, nell’età adulta, una certa delusione aspetta chi prova a ritrovare nel paesaggio reale i suoi ricordi lontani.  Dipende da quello che chiamiamo lo stato d’animo di quel momento, gli occhi che guardano il paesaggio insieme ai propri pensieri. Capita che tutto si perda nel nulla , o nell’assenza del tutto , tutto si scontorna e smarrisce nel gioco mutevole dei colori, delle luci, dei riflessi.
Quello che ho davanti non è un paesaggio naturale.  Forse solo in Antartide o nei grandi deserti c’è ancora un paesaggio naturale.

mercoledì 22 agosto 2012

Praga Agosto 1968





In questi afosi giorni di agosto ricorre l'anniversario dell'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del patto di Varsavia , finì in quella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 il sogno di un socialismo dal volto umano. Voglio ricordarlo quel giorno con alcune pagine del libro "Caduti Dal Muro"che ho scritto con Paolo Ciampi.







Allora c’era la Cecoslovacchia, non due paesi – la Repubblica Ceca e la Slovacchia – che si sono separati senza guerra ma con la desolazione che c’è in tutti i divorzi spinti dalla rabbia e dall’esasperazione.
Pensa: Repubblica Ceca e Slovacchia. Non è come Germania dell’Est e Germania dell’Ovest. Per i tedeschi la riunificazione stava nello stesso nome, mentre qui i nomi nuovi accolgono una differenza e allo stesso tempo evocano un’amputazione.  
La Cecoslovacchia.
La Cecoslovacchia e le truppe del Patto di Varsavia che varcarono il confine.
 Era la notte tra il 20 e il 21 Agosto del 1968.
 E io ricordo tutto di quella notte.
Perché c’ero anch’io, quella notte.

Di acqua sotto i ponti ne è davvero passata tanta, ma le immagini che conservo sono ancora nitide. Si affollano dentro di me con la prepotenza di un torrente di montagna.
E come potrei dimenticare?
Quella notte mi svegliarono le esplosioni che provenivano da un punto non lontano e il rombo dei tanks sovietici.
Le finestre della mia camera davano proprio sui viali di Piazza San Venceslao.
Mi alzai, stordito. Mi affacciai e guardai, incredulo.
La piazza era invasa dai carri armati. Si combatteva ancora, se si può qualificare come combattimento un’azione violenta in una situazione di assoluta disparità di forze.
Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentire il rumore sordo dei colpi e poi l’aria solcata dal fumo delle loro traiettorie. Carri armati contro gruppi di ragazzi asserragliati al Museo Nazionale, in un disperato tentativo di resistenza.
Su Praga non era ancora arrivato il gelo delle grandi pianure orientali, ma la sua Primavera era già stata soffocata.
Andò così, con lo strapotere di Golia su Davide, perché poi la storia è così: raramente Golia si lascia sconfiggere e se lo fa quasi sempre è solo per distrazione.

 Ero tornato a Praga poco dopo essermi sposato. Volevo rivedere e abbracciare gli amici della federazione giovanile comunista  praghese che avevo conosciuto due anni prima, al festival internazionale di Helsinki.
  Tutto sembrava tranquillo in quei caldi giorni d’estate. La città era piena di turisti, i praghesi rientravano dalle ferie sui monti Tatra o ai laghi della Boemia.
Le strade brulicavano di gente e nei parchi i vecchi seguivano i giochi dei bambini, con la preoccupazione che è dei nonni di tutto il mondo.
La Primavera di Praga, quella politica, era iniziata presto quell’anno.
  In pochi mesi Alexander Dubcek, il giovane segretario del Partito Comunista, aveva scaldato il cuore del suo paese e riacceso le speranze di milioni di comunisti in Europa e nel mondo.
 La posta in gioco era alta: tenere insieme democrazia e socialismo; far vivere, proprio in un paese comunista, una nuova idea di libertà e di giustizia.
Nell’aria si respirava il profumo pungente della rivoluzione, insomma. Di una rivoluzione giusta e incruenta, che non avrebbe cancellato il passato, ma semmai lo avrebbe riportato sui binari giusti.
Bisognava andare avanti proprio per riannodare i fili spezzati, per completare, e completare bene, quello che a un certo punto era girato male.
La Primavera di Praga era proprio questo: non voltare le spalle al comunismo, ma riappropriarsene; restituire dignità a una grande idea di cambiamento, per ridare anche a noi, che ci credevamo appassionatamente, nuovo vigore, nuovo entusiasmo.
E furono quei colpi, quei colpi che uccidevano la Primavera, a svegliarmi…

Il balzo verso la finestra, il tempo di vestirmi, poi giù per le scale con la voglia di uscire nella piazza.
Il dolore, la rabbia, e insieme pure la sensazione di vedere, di vivere la storia….
Avrei voluto protestare, ribellarmi, indignarmi anch’io come la gente di Praga che, sbigottita e umiliata, uscendo dalle case, correva incontro a San Venceslao. 
Non so se ci sarei riuscito, perché poi l’istinto deve misurarsi con le risorse di determinazione e coraggio, prima ancora che del buon senso.
Non so, perché non mi è stata data la possibilità di mettermi alla prova. La porta dell’albergo era sbarrata da due ragazzi in divisa. A nessuno, e soprattutto agli ospiti stranieri, era consentito di uscire.
Era la prima volta che provavo sulla mia pelle la coercizione fisica. Presumibilmente anche l’ultima. E al mondo, certo, ci sono ben altre proibizioni che incidono sulla tua libertà di movimento, sugli spazi della tua vita, però io l’ho trovata ugualmente insopportabile.
Forse la mia percezione sarebbe stata diversa, ad aver sperimentato un carcere o un campo di concentramento, ma la mia volontà era stata comunque frantumata, umiliata. Stritolata prima ancora che dai cingoli dei carri armati dalle parole che un giovane ufficiale dell’Armata Rossa, gentilissimo nei modi, continuò a ripetere senza sosta: «Tranquilli, tranquilli, è solo una normale operazione militare. Siamo stati chiamati per ristabilire l’ordine»
. Come se davvero ci potesse essere qualcosa di “normale”, in quella “operazione”.
Passaporto alla mano, fecero accomodare tutti gli stranieri nella sala del vecchio Caffè Europa da cui ora ti sto scrivendo, Paolo. Qui veniva spesso Franz Kafka, lo scrittore che forse più di tutti ha scandagliato l’inquietudine di un uomo moderno senza possibilità di riscatto nelle religioni e nelle ideologie.
Sedeva davanti a un piccolo tavolo di marmo verde e attraverso le vetrate osservava la piazza. Forse proprio qui ha scritto alcune pagine dei suoi racconti.
 Ti ricordi le prime parole della Metamorfosi?
 «Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregori Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto».
E mi pare che lo strano destino di Gregori Samsa sia stato condiviso anche da questa meravigliosa città, costretta a risvegliarsi in una notte popolata di giganteschi insetti di acciaio che sputavano saliva di fuoco.

Così ricordo quell’agosto 1968, un ricordo così intenso e così spiazzante da cancellarmene altri assai più belli di un anno di colori, fermenti, idee in movimento da un angolo all’altro del pianeta.
Il mio soggiorno in Cecoslovacchia si concluse con un foglio di via obbligatorio e ventiquattro ore di tempo per varcare la frontiera con la Germania. Cosa che feci immediatamente: e quella, in un certo senso, fu la prima volta che voltai le spalle al socialismo da quando, ragazzino, avevo accompagnato mio padre alle riunioni in sezione. 
Intanto i soldati sovietici avevano provveduto a ristabilire l’ordine, così come ci aveva spiegato quel giovane ufficiale. Lo avevano fatto con un bilancio di sangue tutto sommato contenuto rispetto ad altri massacri – i morti furono una trentina – ma imponendo enormi costi umani, ideali, politici.
Dubcek fu arrestato e portato a Mosca. Ai tempi di Stalin non avrebbe fatto ritorno, ma ora invece che la vita provarono a sottrargli la dignità. Finirà a lavorare come manovale in un’azienda forestale nei dintorni di Bratislava.
Allo stesso modo gli altri protagonisti della Primavera di Praga – politici, giornalisti, intellettuali – furono espulsi dal partito e privati del loro lavoro. Diventarono operai, camerieri, muratori. 
L’ordine restaurato, per una volta, seppe fare bene il suo gioco: condannando a morte si generano martiri, condannando a vivere vite umiliate si spezzano le reti della solidarietà. Cinici ma intelligenti.
Qualche mese più tardi, per la precisione era la sera del 16 gennaio 1969, un giovane studente si avvicinò al monumento del Re Santo. Sotto il cappotto nascondeva una tanica di benzina. Se la versò addosso e si diede fuoco con un accendino.
Le fiamme inghiottirono i suoi capelli biondi e la sua esile corporatura da ragazzino.
Si chiamava Jan Palach, quel ragazzino, e bruciò come un bonzo vietnamita.
 Il fuoco si portò via la sua vita, ma accese una speranza che sopravvisse per venti anni tondi tondi, fino a che il muro di Berlino, crollando, non fece rotolare i suoi calcinacci fino a Praga.
Niente di tutto questo mi pare vero, ora che sono di nuovo a Praga, di nuovo all’Hotel Europa, ora che converso con Anna del passato e del presente e poi ancora del passato.
Non mi sembra vero, se solo spingo gli occhi fuori della vetrata, la stessa vetrata di trentasette anni fa, e indugio sulle comitive di turisti giapponesi mordi e fuggi, sulle pubblicità di hot-dog e di videocamere, sulle vetrine scintillanti di negozi che sono altrettanti archi di trionfo del capitalismo ruggente e globale.

venerdì 6 luglio 2012



Finalmente!


La condanna inflitta ieri dal tribunale di Buenos Aires al dittatore Videla e alcuni altri criminali argentini è certamente una notizia che riempie di gioia.


 Ma, purtroppo mi spiace constatare che anche questa volta piena giustizia è stata negata alle madri e alle nonne di Plaza De Mayo. Ho dedicato a loro molte pagine del mio ultimo libro "Il Cacciatore di Ombre". 
Eccone alcune:
 Alle tre del pomeriggio il caldo è opprimente in piazza De Mayo. Però sono contento di stare camminando con le Madri, anche solo il tempo per fare il giro della piazza. La cosa giusta da fare.
 Da fare da oltre trent’anni, perché è da tanto che tutti i giovedì queste donne si ritrovano e marciano con i loro cartelli e i loro fazzoletti bianchi. Ormai sono rimaste in poche, ma va bene così.
Ormai mi vedono quasi ogni anno e mi salutano con affetto. Ho parlato di loro in Antartide e nel mio primo libro Le Nuvole non chiedono permesso.
  Torniamo a piedi al numero 1584 di via Hipolito Yrigoyen, dove c’è la loro associazione. Più che una sede è un grande centro sociale.  Con le sue stanze per le riunioni, le sale per il cinema, il teatro assomiglia alle nostre vecchie case del popolo, prima che diventassero discoteche. La libreria è propria all’entrata e mette a disposizione libri e pubblicazioni di ogni genere. Per la maggior parte riguardano la sinistra radicale e movimentista di tutta l’America Latina: questo fa parte di una scelta politica ben precisa delle Madri.
Mi commuove sempre un grande stanzone, dove si preparano gli striscioni delle proteste e dove sono accatastate migliaia di cartelli con le foto dei figli e dei nipoti desaparecidos. Ora non lasciano quasi più questa stanza, le foto dei ragazzi e delle ragazze che sono scomparsi nella notte dei generali, sono rare le manifestazioni di massa. Però le madri tutti i giovedì si ritrovano ancora in Plaza de Mayo.  Fino a quando? Ogni volta che azzardo questa domanda la risposta è sempre la stessa.  “Fino a quando ci sarà una sola madre, quella marcerà”.
 Marcerà, marceranno: e la domanda sarà sempre la stessa. Semplice e drammatica. “Adonde estan?”. Dove sono? Dove sono i loro figli? Loro continueranno a ripetere questa domanda, senza mai rassegnarsi.
E io aggiungerò la mia voce alla loro.
Non sono pazze, queste donne. Ancora oggi rappresentano la coscienza critica di questo paese. La memoria viva di questo paese, dopo esserne state l’unica voce che raccoglieva e denunciava l’orrore di ciò che accadeva.
Non potevano stare in silenzio e non potevano stare ferme. Quando fu loro proibito di rimanere davanti alla Casa Rosada, sede del governo, cominciarono a camminare in cerchio. Una fila infinita, senza soluzione di continuità.
In questo modo hanno conquistato il rispetto e l'ammirazione del mondo intero. I militari non sono riuscite a ridurle al silenzio.
Più volte caricate dalla polizia, picchiate e arrestate, tre di loro hanno seguito la sorte dei loro figli. 
Non hanno scelto ciò che si è abbattuto su di loro, ma ne hanno assunto la responsabilità, trasformandola in scelta etica, in un non poter essere altrimenti.
E oggi, l'ho visto con i miei occhi: ogni volta che arrivano in piazza la gente applaude, il popolo le abbraccia e le dà il benvenuto.
La piazza è diventata la loro piazza. Se oggi è possibile pensare al riscatto etico del paese è grazie alla loro costanza, alla loro tenacia.
Madri e donne. Se i militari non avessero fato l’errore di sottovalutare le donne argentine, molte cose non si sarebbero sapute e quella sarebbe stata un’altra tranquilla macelleria del Novecento.
Un altro errore fu non restituire i cadaveri. All’inizio parve una mossa sensata. In realtà credo che proprio il fatto di non dare un corpo e una tomba su cui piangere, su cui elaborare il lutto, abbia contribuito non poco a scatenare questa ribellione unica al mondo. Reazione che, di fatto, ha determinato anche la fine della dittatura e la sua sconfitta.
Grandi invece sono le responsabilità degli italiani che ricoprivano cariche e posti autorevoli. Politici, diplomatici, gerarchie cattoliche non solo non hanno fatto nulla per impedire quella che è stata la strage più grande di italiani dopo la seconda guerra mondiale.
Poi con una vergognosa decisione politica si è chiusa la questione. E invece sarebbe molto importante continuare i processi e riaprirne di nuovi se necessario, anche in Italia.

venerdì 29 giugno 2012

Addio vecchio George


Addio vecchio George

La morte di una tartaruga non dovrebbe far notizia, ma questa volta è diverso. Il vecchio George era una personaggio importante.
L'avevano chiamato Lonesome George, George il solitario, perché era l'ultimo esemplare rimasto della sua sottospecie.
Avevo conosciuto George durante il mio viaggio nelle Galapagos ed eravamo subito diventati amici.
Il vecchio con la corazza è diventato simbolo inconsapevole di una lotta per la sopravvivenza e aveva catalizzato diverse iniziative di tutela di un ecosistema tra più delicati e anche più minacciati al mondo.
Prima dell'arrivo dell'uomo la popolazione di tartarughe giganti delle Galapagos raggiungeva le 250mila unità. Un numero che si era ridotto drasticamente già nel diciottesimo secolo, con la strage perpetrata dagli equipaggi delle baleniere che facevano scalo nell'arcipelago. I marinai avevano scoperto che i poveri animali potevano essere mantenuti vivi a bordo per mesi e mesi, quindi spesso deviavano per fare cambusa alle Galapagos.
In seguito le tartarughe giganti hanno dovuto affrontare una minaccia ancora peggiore: gli animali introdotti con gli insediamenti umani. In assenza di predatori alcuni mammiferi alieni, ad esempio capre e ratti, si sono riprodotti a dismisura; i ratti predavano le tartarughe appena nate, le capre si nutrivano delle stesse specie vegetali dei rettili e quindi erano in competizione per il cibo.
Se si aggiungono la predazione delle uova da parte di cani e di maiali e qualche eruzione vulcanica di tanto in tanto, si spiega facilmente come le tartarughe giganti abbiano seriamente rischiato l'estinzione.
Oggi di lavoro ce n'è ancora tanto, ma grazie alle iniziative di tutela ambientale e ai programmi di riproduzione in cattività e reintroduzione, sostenuti dal governo dell'Ecuador con la comunità scientifica internazionale, dai tremila esemplari nel 1974 si è passati alle circa ventimila tartarughe attualmente presenti in varie isole delle Galapagos.
Purtroppo i ripetuti tentativi di far riprodurre Lonesome George con un paio di femmine di sottospecie diverse sono falliti. Con la scomparsa della tartaruga gigante dell'isola di Pinta le Galapagos ci perdono in variabilità. Fu proprio la presenza di tante variazioni osservate da Charles Darwin all'interno delle popolazioni di uccelli e tartarughe a fornire la prova che le specie non sono fisse ma possono mutare in risposta alle diverse condizioni ambientali.
Quando il mio  gommone attracca sulla lingua di lava dell’isola Isabella lo spettacolo e’ davvero stupefacente. A un tratto l’azzurro intenso dell’oceano avvolge di spuma le scogliere nerissime e rimani con lo sguardo sperduto al di là delle dune bianche . Rimane li, ferma e severa, con il muso verso il sole l’iguana marina su cui rischio di inciampare. E’ strano , una delle cose che attraggono di più quelli che conoscono le Galapagos solo per sentito dire sono le tartarughe giganti che si chiamano appunto “Galapago”. Bisogna venire qui per accorgersi dell’incredibile mondo di creature a noi sconosciute che abitano un pianeta che sembra venire da un altro spazio siderale. Mi rendo conto che chiamarle “creature”, qui dove Darwin ha concepito l’origine della specie, è perlomeno insolito ma assomiglia veramente a un immaginario giardino dell’Eden. Queste creature, ispiratrici di una rivoluzione nel pensiero scientifico, sono le uniche al mondo che si disinteressano dell’uomo e agiscono ignorandolo del tutto. Cominciamo dalle Iguane Marine. Pigre e graziose nella loro mostruosità primordiale si scaldano il ventre immobili nei caldi scogli di lava vulcanica. Fanno raramente il bagno, preferendo le alghe che crescono negli scogli lambiti dalle onde. Nere con i riflessi dell’arcobaleno si distinguono da quelle terrestri per il muso piatto. Si è evoluto cosi per brucare le alghe che poi è il loro unico cibo.
Gli uccelli hanno avuto la sorte migliore nel lungo processo evolutivo. I cosi detti fringuelli di Darwin hanno dato vita a sedici specie prima sconosciute, tutte diverse tra loro per la forma del becco e per i colori vivacissimi. Tutti ci saltellano attorno nella speranza di avere un po’ di acqua dolce.
Che dire poi dei grandi uccelli! Le Fregate, con i maschi che si pavoneggiano mostrando e gonfiando il gozzo rtosso vermiglio o gli Albatros che oscurano il sole quando volano in formazione. Ma il più bello di tutti è lui: l’Azula dalle zampe azzurre. Danza nel corteggiamento alzando una zampa alla volta e regala alla compagna un rametto profumato che porta nel becco. Puoi sederti accanto a loro e contemplarli per ore senza stancarti. Anche una specie di Pinguini è arrivata alle Galapagos. La più piccola del mondo generando un miracolo di questo arcipelago: gli abitanti dell’Antartide che si sono adattati in isole sulla linea dell’equatore. Con loro e con le Otarie possiamo nuotare tranquillamente.


martedì 12 giugno 2012









LE RUSPE CINESI NEL GRANDE MEKONG


Ho disceso il Nam Ou in barca fino al suo incontro con il Mekong e poi fino a Luang Prabang. Lo spettacolo mozza il fiato, soprattutto al tramonto. Il cielo, la foresta e il fiume sfumano in colori morbidi e mutevoli. Il grigio e il marrone strisciano lenta-mente dal fiume per lambire i verdi profili della foresta e distendersi infine nei rosa e rossi delle nuvole.
Le montagne dai contorni arrotondati si colorano di un blu notte. Tutto rimanda a un’atmosfera magica.
Ogni tanto, su entrambe le rive sono adagiati piccoli villaggi con le loro palafitte di bambù e foglie e poche barche tirate a secco. Spesso intorno ai villaggi stazionano gruppi di bufali, fieri e immobili nelle loro corazze di fango.
È proprio lungo il Mekong laotiano che alle volte appaiono le “grandi sfere di fuoco”.
Solo per questo spettacolo meriterebbe risalire il fiume. Per questo spettacolo e per la possibilità di stupirsi ancora, di arrendersi all’evidenza che manda in frantumi persino il buon senso.
Anch’io ho fatto fatica a crederci ma poi ho dovuto arrendermi.
In certi periodi dell’anno sembrano emergere dal fiume delle palle rosa o rossastre che cominciano a fluttuare nelle onde per poi alzarsi fino a diversi metri di altezza e volare via. Avviene verso il tramonto e pare che si accendano di fuoco vivo.
Insomma, uno spettacolo bellissimo e inquietante. Senz’altro più facile da contemplare che da descrivere e soprattutto da spiegare. La fantasia popolare ci ha provato in vari modi.
Non sono pochi quelli che pensano al respiro del sacro naga, lo spirito simile a un drago che popola i corsi dell’Asia orientale. Altri ancora richiamano i soldati laotiani, ubriachi e burloni, che sparano speciali proiettili in aria magari in speciali occasioni di festa.
Io ho semplicemente pensato che fosse il sole rosso della sera che si specchia sull’acqua.
Ma l’ipotesi più realistica è che il fenomeno sia prodotto da bolle di gas metano, imprigionate nel fango del fiume, che si liberano nell’aria a particolari temperature.
È un fatto che sull’altra sponda del Mekong, in Thailandia insomma, in certi momenti si radunano migliaia e migliaia di persone, per gridare al miracolo, nella comune appartenenza al buddismo theravada.
Visto dal Laos non ti verrebbe di gridare al miracolo, ma solo di abbandonarti alla meraviglia.
Mi hanno detto che la Cina, in accordo con gli altri paesi che si affacciano sul Mekong, sta progettando di eliminare alcuni tratti di rapide del fiume e renderlo interamente navigabile.
Non so come andrà veramente a finire, ma di una cosa sono sicuro. Qualunque sia la vera causa delle sfere di fuoco mi sa tanto che finiranno sotto le ruspe e le draghe dei distruttori cinesi.
Devo ricredermi sul Laos, almeno per la parte che riguarda il fiume.
 Forse proprio qui il Mekong dà il meglio di sé.
Corre in tratti che sono incastonati tra foreste rigogliose e incorrotte, si inoltra dentro improvvise discese di acqua spumeggiante, si infrange in enormi massi levigati come uova preistoriche.
Cose strane accadono lungo il fiume, e non si tratta solo delle sfere di fuoco.
La prima volta che mi è capitato di sentire questa storia è stato all’inizio del mio viaggio, sul delta, se non ricordo male. Però non avevo dato molta importanza alle parole di quel contadino vietnamita.
«I problemi del delta cominciano a monte», aveva provato a spiegarmi, contrastando una convinzione ricavata, penso, da qualche lettura, e cioè che i problemi del fiume arrivassero dal mare, da quel nemico del delta che è la salinità.
Ed è vero: le grandi risaie che sostengono l’economia vietnamita sono, ogni anno di più, minacciate dall’acqua salata del mare che prende il posto di quella dolce. Tuttavia è nulla in confronto a quanto si accingono a fare i cinesi. I particolari di questa storia sono agghiaccianti e assumono i contorni di un evento epocale destinato a mutare la vita di milioni di persone.
Esagero? Forse, ma i fatti non hanno bisogno di essere ingigantiti per assumere un valore emblematico.
Quello che hanno in programma di fare i cinesi sul Mekong, con la delicatezza dell’elefante in una cristalleria, è un’impresa destinata a far impallidire i bombardamenti americani nella zona.
Ma andiamo per ordine. Lungo mille dei cinquemila chilometri del Mekong la Cina ha spianato le rapide a colpi di dinamite e cancellato tutte le isole che secoli di correnti e detriti avevano formato nel letto del fiume.
Un impatto poderoso, devastante, senza precedenti, neppure nella foresta amazzonica ai tempi in cui si pensava di costruire un’autostrada che la attraversasse dalle Ande all’Oceano Atlantico.
Eppure siamo solo all’inizio.
L’obiettivo è quello di rendere navigabile il Mekong sul tratto che va dal porto fluviale di Simao nello Yunnan fino all’antica capitale del Laos Luang Prabang.
In questo modo i cinesi pensano di far transitare le grandi navi che trasportano i prodotti nei mercati del Sudest asiatico, mercati che sono aumentati moltissimo nello spazio di pochi anni, tanto che aerei e autotreni non bastano più a trasportare i prodotti cinesi.
La dinamite e gli sbancamenti sono solo una parte delle ferite che si stanno procurando al Mekong.
I progetti più preoccupanti, per i prevedibili effetti sugli habitat dell’intero Mekong ma anche sulla vita di milioni e milioni di persone, sono quelli relativi alle grandi opere idrauliche.
Dighe ovunque, insomma. Oltre cento, se si contano anche quel- le pensate per i fiumi tributari. Non intendono risparmiare nemmeno la straordinaria foresta vergine del Nakai Plateau, qui in Laos.
E lo sfregio più grande di tutti lo dovrà sopportare proprio il
Laos: un paese che fino a oggi era sfuggito al selvaggio sviluppo che ha interessato la maggior parte dei paesi vicini, preservato così da decenni di isolamento.
I governanti dei paesi bagnati dal Mekong plaudono a quest’ope-ra imponente, parlano di modernizzazione e di investimenti infra- strutturali, si fregano le mani pregustando i finanziamenti della Banca Mondiale. Ma per le popolazioni locali l’impatto è già un dis- astro. E altre sofferenze sono scaturite dalle proteste più che sacrosante: le dimostrazioni dei contadini e della gente del fiume sono state duramente represse. In alcune zone della Birmania in cui si stanno costruendo otto nuove dighe si parla addirittura di deporta- zioni forzate. Pechino non ha perso tempo: ha già provveduto all’evacuazione di migliaia di persone nella regione dello Yunnan per far posto ai bacini artificiali. E non sono in ballo solo i diritti umani delle popolazioni interessate. I prevedibili contraccolpi ambientali non sono meno inquietanti.
L’acqua nella regione del delta comincerà a ritirarsi, le foreste di mangrovie a seccarsi, i pesci a scomparire. Già ora è sempre più raro il grande pesce gatto del Mekong, il più grande pesce di acqua dolce del mondo.
Quando ascolto o leggo queste cose è come se una mano invisi- bile mi stringesse il cuore e lo scuotesse a lungo. Non so più se prevalga lo scoramento o lo sdegno, so solo che non finisco mai di stupirmi delle capacità distruttive dell’uomo.
Come se non avessi già visto abbastanza, nella mia vita.