Etichette

lunedì 4 aprile 2011

Il cacciatore di Ombre




Perchè non dirlo, sono emozionato. Tra pochi mesi uscirà il mio nuovo libro "Il cacciatore di ombre" edito nella splendida collana Off the road  della Vallecchi. Un viaggio insieme a Don Patagonia.
 Ho sempre pensato che le storie di viaggio non siano mai storie personali.
 Almeno, non sono storie solo personali. Come dire, sono come un bene comune, su cui tutti possono accampare qualcosa. Almeno la gioia della condivisione.
 Vale anche quando le parabole di vita sono distanti tra loro, magari accomunate solo da quel desiderio di scoprire e di conoscere nuovi mondi. Che poi non è un brutto punto di partenza, questo pianeta immenso da leggere con la nostra voglia di non stare fermi.
Un pianeta fatto apposta per noi, perché a tutti, in fondo, è rimasta la natura del nomade, anche al più stanziale tra noi. Si tratta solo di risvegliarla, di alimentarla.
Serve a questo, l'immaginazione. Serve come l'acqua mescolata alla farina e al lievito per farne pane.  Ci sono così tanti sogni in giro per il mondo.
Serve senza preoccuparsi troppo del tempo e dello spazio che prova a separarci, tanto anche le storie più distanti possono camminare insieme.
E scoprire che non sono per niente distanti.
Come questa storia, per esempio. Una distanza che si tramuta in condivisione. Un viaggio insieme che è anche un viaggio nel tempo.
Con il tempo che in fondo conta il giusto. Non troppo.
Perché quello che conta è cosa successe veramente. O anche quello che poteva succedere. 
Innanzi tutto è giusto fissare un inizio. Di questo hanno bisogno le storie, anche se quasi sempre l'inizio è incerto, sfumato. E anche se forse i migliori inizi sono proprio quelli che danno l'idea di essere qualcos'altro.
Tanto c'è sempre qualcosa di arbitrario nel modo con cui si comincia.
Proverò a stabilire questo inizio partendo dalle carta geografica. Si può arrivare anche così al tempo.
E allora, c’è questo lembo di terra che si affaccia nello stretto di Magellano per poi frantumarsi, oltre lo stretto, in una miriade di piccole isole e fiordi gelati.
Quando lui è arrivato qua, era poco più di un ragazzo, però aveva la consapevolezza della grande distanza. Un giovane prete della congregazione dei missionari salesiani che sta per incominciare una nuova vita.
Corre l'anno 1910 e questa è la Terra del Fuoco.
Un viaggio che ti porta lontano, magari in un paese fatto di lontananze, d’incontri rarefatti, di silenzi, un viaggio come in Patagonia o in Terra del Fuoco, aiuta a riordinare le priorità della vita, di tutta la vita.
Allora è questo che avrà pensato: un viaggio è così, soprattutto quando arrivi al confine ultimo del mondo e delle cose.
Perché questa è una terra ignota, per lo più ancora da scoprire, percorsa dal vento e dal gelo, abitata da sparuti gruppi di indigeni e da una pessima comunità di avventurieri, finiti in fondo al mondo per le ragioni più disparate.
Gente che per lo più ha vissuto quaggiù le proprie solitudini trasformando sovente i giorni in cattive azioni. 
La Terra del Fuoco.
Un secolo più tardi, anno più anno meno, anch'io ho camminato ai piedi di queste montagne, di questi ghiacciai di una bellezza sconvolgente.  E ho ripensato a lui, al giovane prete, che a dorso di mulo raggiungeva i lontani accampamenti che, giusto all’inizio del secolo scorso, si preparavano a dissolversi. Che si avventurava su fragili barche che sfidavano le burrasche dell’ultima acqua della terra e dell’oceano. Che raggiungeva lo Hielo Continental, il grande cuore ghiacciato della Patagonia.
Gli capitava spesso di pensare che c’è sempre un luogo che ti aspetta e che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Non finiva di sorprendersi.
Con i suoi racconti ha portato anche me dentro un mondo magico. 

venerdì 25 marzo 2011

La bandiera dell’Italia perbene




 Nei giorni scorsi ho esposto la bandiera italiana alla finestra della mia casa in via Garibaldi. Anzi, prima di tutto sono andato a comprarmela.  E devo essere sincero, devo cconfessare che alcuni anni fa questo gesto mi sarebbe apparso come retorico e  declamatorio di un nazionalismo che non mi è mai appartenuto.
 D’altronde sono stato un comunista e un internazionalista e al tricolore accompagnavo sempre la bandiera rossa. “Sentimenti complicati” ha detto qualcuno l'altro giorno rispetto a tutto ciò che rappresentava il tricolore: ed è proprio così.
 E allora, cosa è cambiato? Perché ora mi sento orgoglioso di essere italiano?

Intendiamoci, la parola orgoglio non mi piace. E in questo momento difficile non userei nemmeno l’aggettivo “contento”. Credo però, oggi, nella necessità del sentimento di italianità. In un senso dell'italianità che ovviamente deve essere interpretato in chiave moderna, con la consapevolezza, comunque, che l’unità nazionale è un valore da difendere in un paese cosi sconnesso.  
C’è chi sorriderà e commenterà che questa non è l’Italia ma il paese degli scandali e dell’ingiustizia. Dei ladri di stato e dei politici corrotti. Un paese dove la scuola viene massacrata, la ricerca umiliata, la cultura soppressa e strangolata. Un paese dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il trenta per cento e ai ragazzi e alle ragazze viene rubato il futuro.
 È vero.
Ma a volte il futuro si costruisce attraverso il passato. A volte è più importante lo sforzo per raggiungere un traguardo che il traguardo stesso
E, io credo ancora nell’Italia perbene. Quell’Italia nella quale hanno creduto Falcone e Borsellino, e prima di loro i caduti del Risorgimento e della Resistenza, Enrico Berlinguer e Alcide De Gasperi, Piero Calamandrei e Piero Gobetti. Ed è per questa Italia che vorrei che gli aretini esponessero ogni anno le loro bandiere, bandiere reduci dall’ultima partita della nazionale, bandiere dimenticate in soffitta, o semplici panni tricolori appesi ad asciugare nelle terrazze.
Intendiamoci, l’idea che debba essere una sorta di amor di patria il movente decisivo dello scontro contro Berlusconi, la sua cultura (o incultura) politica, la sua gestione della cosa pubblica e degli affari privati, ha qualcosa che non mi convince.
Se Silvio Berlusconi incarnasse una riedizione postmoderna del populismo fascista le piazze festanti, i richiami all’etica, l'indignazione in tutte le sue più colorite forme, i sentimenti democratici di tanti cittadini non sarebbero certamente sufficienti. Se ci trovassimo di fronte ad un regime antidemocratico bisognerebbe agire come sulla sponda sud del Mediterraneo, con altrettanto rischio e altrettanta decisione.
Berlusconi non è il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall'«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, anche se queste istituzioni democratiche sta tentando di delegittimare e cambiare a colpi di maggioranza.
 Però questo governo si regge in piedi grazie a un partito, la Lega di Bossi, che della divisione e del disprezzo dei valori unitari ha fatto la sua bandiera. 

Per questo è importante il tricolore. Per questo sono importanti le bandiere dell’Italia perbene. E credetemi, come è accaduto lo scorso 17 marzo, queste bandiere avranno un grande valore simbolico e politico.

sabato 19 febbraio 2011

La lezione delle donne





In Italia più di un milione di donne e uomini hanno invaso le strade delle nostre città. E’ vero, erano milioni nel mondo, ma anche nella mia città erano tantissimi anni che non si vedeva in piazza tanta gente. Io per primo non me lo aspettavo, perché è capitato tante volte in questi anni che l'indignazione che mi portavo dietro, la rabbia che sentivo covare, non trovasse corrispondenza in una capacità di mobilitazione. Cosa è accaduto, questa volta?
E' accaduto, in primo luogo, che è stato oltrepassato un segno. Un limite estremo che ha ben poco a che vedere anche con la politica, almeno con la politica dove contano ancora le identità, le appartenenze, le scelte di campo non motivate dalla più bassa bottega per non dire di peggio.
E questa volta c'è stata una reazione. Una vera immensa gioiosa reazione.
Hanno preso una sonora sberla, come non se la immaginavano (e neppure io, del resto) E ora, illividiti e improvvisamente tutti verdi (per la bile), si agitano senza stile in televisione, sui giornali, nei ministeri femminili e nei quartieri alti della presidenza del consiglio, per dimostrare che non è successo nulla ( o che è successo troppo).
Insomma: amano la loro poltrona assai più della democrazia e sono cosi abituati a ritenersi vincitori che non sanno perdere. Ma come si fa a negare il grande valore politico e culturale, inequivocabile, delle manifestazioni delle donne?
Tutto il mondo ne parla come del più grande evento di questi ultimi anni. Domenica scorsa, quando sono entrato, con la mia compagna, a Piazza del Popolo a Roma non potevo crederci.  
Allora ho telefonato alle mie figlie, che a loro volta erano in Piazza Guido Monaco, ad Arezzo: e con loro c’erano i miei nipotini. Un mondo intero che si apriva ai miei occhi. Generazioni diverse unite. Persone immensamente diverse, anche, ma unite.
Sono stato travolto dalla gioia di partecipare. Le persone esprimevano qualcosa di diverso dall’anti berlusconismo, non perché il bisogno di ricacciare indietro la vergogna del paese fosse secondario, ma perché avvertivi che qualcosa stava travolgendo quel cambiamento antropologico che sembrava, almeno a me,  irreversibile nel nostro paese.
 Questo è il senso della discesa in campo delle donne. Al di là e al di fuori di qualsiasi appartenenza politica o religiosa.
Mi è venuto da pensare che altre volte nella storia gli uomini hanno monopolizzato il potere e hanno provato a dettare i tempi e i modi della storia. Ma poi, nella lunga durata, sono state le donne, a cambiare davvero le cose. Come l'acqua che scorre incessantemente e alla fine incide la roccia.
Sono rimasto sorpreso perché in questi anni mi ero spaventato.
 Si tratta di un mutamento felice e rivoluzionario, che è insieme di protesta e di libertà .Mi appare come una grande vittoria, dopo molte sconfitte.
Se poi volesse regalarci anche una crisi di governo e le dimissioni di Berlusconi , meglio ancora: l’onda è quella buona.

sabato 22 gennaio 2011

Quei comunisti prima di Berlusconi




Sui novant’anni dalla fondazione del PCI si è aperta a Roma una bellissima mostra. Sono andato a vederla e mi sono commosso.
È così: e finisce che non riesco mai completamente a disfarmi del bagaglio delle domande. Piuttosto me le porto dietro, appiccicate come una seconda pelle.
 Volente o nolente: perché il mio percorso di oggi è anche lo specchio del mio passato. Ed è un peccato che il mio passato non se ne stia buono là dove se ne dovrebbe stare, come un anziano cane che ti ha accompagnato per una vita e ora non si muove più dalla sua cuccia. 
Ecco, una delle domande che più mi rovista dentro riguarda il senso del mio cammino politico. Mio e di milioni e milioni di persone che con me, negli anni, nei decenni, hanno coltivato quell’enorme speranza – com’altro chiamarla? – cristallizzata in un termine che per altri racchiudeva invece un incubo.
Una parola sola: comunismo.
Sì, lo so che oggi non è particolarmente di moda dirlo, se non nella forma dell’abiura.
Io però lo dico: una volta, qualche tempo fa, ero comunista.
Sono nato in una famiglia comunista, ho frequentato una scuola di partito comunista, sono stato militante comunista, sindaco comunista di Cortona, assessore comunista della Toscana… Da giovane ho distribuito migliaia di volantini. Ho trascorso notti intere in discussioni, fino a che gli occhi non si chiudevano per la stanchezza e gli eccessi da tabacco. Ho partecipato a congressi e assemblee, direttivi e attivi, riunioni di sezione e feste dell’Unità, e quant’altro, quanto davvero, tanto che se ora mi guardo indietro la mia vita mi pare un fiume di parole in piena… Sono stato per anni nel Comitato Centrale del PCI . Ho conosciuto  uomini che hanno fatto la storia di questo paese. Uomini come Enrico Berlinguer. Ho persino incontrato Gorbaciov.
Ho studiato ho parlato, ho scherzato, mi sono accapigliato e poi mi sono riappacificato da comunista.
E poi, cosa è successo?
O peggio ancora: e adesso?  

Non voglio dire che parlo solo  della miseria umana e morale in cui Berlusconi ha trascinato il mio paese, è ovvio.
E questo non è il passato che posso elegantemente liquidare con una nuova tessera, una nuova appartenenza. Potrei farlo, dovrei farlo, ma non basta.
Perché qui c’è la vita in ballo: la mia vita.
La mia vita e, assieme, una gigantesca tragedia: quella dei paesi che sono stati attraversati, o meglio dire schiacciati, da quel socialismo “reale” tanto crudelmente diverso dal socialismo dei miei sogni.
Ecco, questo è stato un buon motivo per partire e scrivere libri.
Dalle macerie del muro di Berlino verso l’Est europeo e poi verso l’Asia. E quindi ancora dalla Cina di oggi, falce e martello e capitalismo rampante, fino ai Balcani del muro contro muro di popoli e religioni.
Un viaggio a ritroso, alla ricerca di tracce di passato, fallimenti e delusioni della grande utopia comunista
Ma anche il viaggio di chi, per anni, nell’età dei conflitti, ha creduto che in quella utopia si annidassero libertà e democrazia, la giustizia assieme all’eguaglianza.
 Il viaggio è in corso, ma nel mio bagaglio c’è interamente la grande esperienza che ho trascorso nel PCI. Un grande partito democratico e nazionale che nulla aveva a che fare con le tragedie del comunismo ma i suoi silenzi e, per troppi anni, la mancanza di coraggio, lo hanno travolto nel suo fallimento.
                                   
Il comunismo è fallito, va bene: e poi?
Le ragioni che hanno alimentato il comunismo, e che il comunismo ha ridotto a torto, non è che siano venute meno.  Bobbio lo diceva benissimo già nel 1989, con le macerie del muro di Berlino ancora fumanti.
«La democrazia ha vinto la sfida sul comunismo storico ammettiamolo. Ma con quali mezzi e con quali ideali si dispone ad affrontare gli stessi problemi da cui era nata la sfida comunista? Ora che di barbari non ce ne sono più che cosa sarà di noi senza barbari?»
Già: cosa sarà di noi?
Sono passati più di venti anni e a questa domanda ancora non ho una risposta. 

Non ho una risposta in questa Italia immobile e ingiusta. Dove ai giovani è stato rubato il futuro, dove un vecchio affetto da satiriasi compulsiva, accerchiato da una corte di ruffiani e papponi, urla contro la magistratura e nasconde il paese reale dietro la vergogna dei suoi festini e delle sue menzogne.
 Però ho ben presente anche un’esortazione che non ha perso di attualità. Ancora una volta, sono parole di Bertolt Brecht:
«Cambia il mondo, ce n’è bisogno».

venerdì 7 gennaio 2011

L'Argentina di Che Guevara




E dunque, qui dovevo fermarmi, per forza. Sono a Cordoba, la città dove è nato Che Guevara. Non sono un nostalgico, ma non potevo mancare.
Sono quarant’anni che il  Che è morto e ancora non trovo nemmeno qui, nella sua città natale, come in tutta l’Argentina, il giusto riconoscimento a quello che ritengo il loro figlio più conosciuto al mondo. E non credo di sbagliarmi.
Più di Evita Peron, di Gardel  di Borges o dello stesso Maradona.
La cosa singolare è che il Che, ancora oggi, viene un po’ usato da tutti nella sinistra della politica argentina. Perfino una parte del movimento peronista, che lo accosta a Peron e alla amata Evita.
Le foto che ho scattato a una manifestazione possono rendere l’idea.
E allora, quando il Che morì in Bolivia, così come negli anni immediatamente successivi, le contingenze storiche e le passioni politiche impedirono, a coloro che rifiutavano di fare dell’Argentina un’altra Cuba un’analisi serena della figura e dell’opera del “comandante”.
Oggi a tanti anni di distanza, una simile analisi potrebbe essere fatta. E
allora cos'è che rimane, qual è la lezione vera che si può trarre da una vita che generazione dopo generazione  è diventato il mito più grande della storia moderna?
Proverò a rispondere così. Ciò che rimane non è nei sogni ormai ingialliti di un marxismo morto o agonizzante, ma nell’esigenza di un rovesciamento radicale della società e del potere, un’immagine della rivoluzione come atto assoluto, come gesto puro ben oltre gli angusti limiti del marxismo storico.
Ecco, Che Guevara come rivoluzionario assoluto: così mi piace ricordarlo e
così generazioni e generazioni di giovani ne hanno fatto un simbolo virtuale.
Tutto ciò che è antiautoritario e liberale passa attraverso la sua immagine.
Il Che è l'alfiere di una utopia che proprio nella sua sconfitta realizza  i suoi valori morali, sottraendosi al banale e corruttore compito della gestione di una vittoria che non poteva venire.
Penso questo mentre sto seduto davanti al liceo che il Che ha frequentato
quando era ragazzo a Cordoba.
Dalla panchina assolata riesco a vedere i ragazzi che sciamano fuori e
qualcuno porta con sè, nella maglietta o appiccicata allo zainetto dei libri, proprio l’immagine del Che. Quella bellissima immagine con lo sguardo diritto e il sorriso dolce.
Ha ragione Guccini “gli eroi sono sempre giovani e belli”.
Entro dentro la scuola e trovo scolpita in una parete una poesia di Rafael
Alberti. Eccola qui. 

Ti ho conosciuto bambino
lì, in quella terra di Cordoba argentina
mentre giocavi tra i pioppi e il granturco,
le mucche delle vecchie fattorie, i braccianti

Non ti ho più rivisto, finché un giorno seppi
che eri luce insanguinata, il nord,
quella stella che ogni attimo bisogna guardare
per sapere dove ci troviamo

Non c’entra nulla con Che Guevara però il pensiero vola al mio paese e ad un’
altra rivoluzione: quella berlusconiana. 
Che pena. Che tempi. Buon anno a tutti.