Etichette

sabato 22 ottobre 2011

Don Patagonia


Qualche appunto su “Il Cacciatore di ombre. In viaggio con Don Patagonia”
Sauro Sorini



Ballano tenendosi  per mano, i compagni di viaggio evocati da Tito Barbini nel suo ultimo libro “Il cacciatore di ombre. In viaggio con Don Patagonia”.
Danzano in cerchio sotto la volta del cielo - come nella “Danza” di H.Matisse (1910) -  Francisco Coloane, Bruce Chatwin, Louis Sepulveda, Antoine de Saint-Exupery, i narratori celebri e appassionati che l’autore ha radunato idealmente vicino a sé per trasformare il viaggio sulle tracce di Alberto Maria De Agostini in Patagonia e nella Terra del Fuoco in un intreccio di biografie, di storie minacciate dall’oblio del tempo, di testimonianze  civili.
L’eco delle loro parole, e quello delle pagine pressoché sconosciute del prete salesiano, accompagnano Barbini lungo il cammino nelle terre estreme del Sudamerica. E la loro vicinanza è tanto autentica, in questo peregrinare struggente e talora  gravido di malinconia, che le parole si scambiano, i racconti si inseguono e si toccano, le voci si sovrappongono; e gli occhi sono gli stessi occhi che vedono le stesse immagini, solo distinte dallo scarto di tempo che giustifica ogni spaesamento dell’anima.
Ma non si coglie a fondo il valore del libro -  certo non un racconto biografico in senso stretto - se non si presta attenzione alle “ombre” del titolo che popolano il viaggio.  Sono le ombre lunghe che  si riverberano sulle coscienze civili annebbiate dall’arroganza del potere nelle sue varie forme (il regime, la chiesa assoggettata ai militari, gli invasori nel nome del progresso civile): sono le ombre dei nativi, gli indios Alakalue, Yamana, Ona, depredati e uccisi in massa; sono le ombre dei figli della madri di Plaza de Mayo, che ancora oggi ci rivolgono la loro straziante domanda (“Donde estan?”);  sono le ombre degli emigranti del ‘900, di cui non si trova traccia neppure nei libri di storia. E sono anche le ombre di figure inedite e singolari come quella di Severino Di Giovanni, anarchico idealista di origini marchigiane,  fucilato negli anni ’30 per ordine del presidente argentino.
Attraverso la ricostruzione dell’ attività e della personalità di Alberto Maria De Agostini, esploratore, fotografo e antropologo, salesiano scomodo (accusò esplicitamente il governatore Senoret delle persecuzioni degli indios), scrittore capace di restituire la mirabile essenza di luoghi incontaminati, Tito Barbini rinnova un legame profondo con le terre ai confini del mondo che hanno mutato negli anni il senso delle sua stessa esistenza; al punto che questa ultima fatica letteraria, per densità narrativa e  partecipazione emotiva,  sembra contenere e racchiudere i precedenti viaggi, i taccuini già scritti, le esplorazioni intime già svolte: ma con una maggiore acquiescenza nei confronti delle inquietudini proprie dell’autore, che qui pare pervaso da quella forma di serenità d’animo che - come  suggerì Borges -  trova, nella  sospensione tra la gioia e la pena, la sua rara intensità.
La consapevolezza  amara e non taciuta, che i paesaggi  incontaminati di padre De Agostini non esistono più  (“Scorgo i profili ormai stanchi della sua cordigliera. Sembra che abbiano deciso di non difendersi più dall’attacco dei nuovi tempi. (…) Nel porto sono ancorate le gloriose rompighiaccio dell’ex marina sovietica e una luccicante nave da crociera alta come un palazzo di dieci piani. Le nuove frontiere del turismo antartico o quasi. Una fila di turisti aspetta il turno per fotografarsi vicino al grande cartello che, al molo, avverte che sono arrivati alla fine del mondo”) sembra allontanare Barbini dalle insidie di costruire, sui luoghi dell’anima che gli hanno alimentato una scrittura fervida e mai scontata, una “mitologia  dell’altrove”, ad uso e consumo della fuga alla ricerca di sé stessi.
Dopo aver utilizzato le forme letterarie dell’autobiografia morale e del taccuino di viaggio, la narrazione di Tito Barbini lascia invece intravedere sviluppi coerenti verso modalità espressive in cui il resoconto di viaggio si fonde con il racconto d’invenzione, che a tratti affiora già in questo suo “Il cacciatore di ombre” , anche in una dimensione evocativa e perfino cinematografica (si legga, per esempio, la descrizione dello sbarco a Buenos Aires di De Agostini:  “E’ lui. Un ragazzo alto con un corpo spigoloso, costretto in una tonaca abbottonatissima fino a non poterne più uscire, con un paio di scarpe da montanaro. Munito di due braccia che usa come remi per farsi largo tra la folla della banchina”).
I lettori che lo apprezzano da tempo sanno che comunque si manterrà costante in Barbini il tratto più solido della sua dimensione narrativa:  una visione compassionevole del mondo e delle vicende degli uomini che non è mai asettica, ma muove con risolutezza dalla difesa dei diseredati e degli oppressi.  Ed è in tal senso che si può affermare che ciò che anima, nel profondo, il viaggiatore e lo scrittore insieme, è l’impegno e la passione civile della sua intera esistenza.  

domenica 9 ottobre 2011

Una nuova avventura


   Verso Casa

Ho imparato da tempo che ogni libro è come un viaggio per chi lo scrive.  Una cartina con cui orientarsi nella geografia della propria anima. Ho anche imparato che la scrittura è un arnese per scavare tra le cose che ci teniamo dentro, nascoste dietro la scorza dell’introversione e della timidezza.
Ogni libro che ho scritto segna un passo avanti come a  scandire l’incedere di un moto interiore.  
E cosi, dopo l’uscita del “Cacciatore di Ombre”, mi sono messo al lavoro per una nuova avventura.  Un nuovo viaggio, questa volta verso casa.
Eravamo noi, i bambini usciti dalla guerra, in una piccola città etrusca. Le mura la cingevano tutta, un ammasso di pietre arenarie disposte in forme severe e imponenti prima dagli etruschi e poi dai romani, e si faceva presto, almeno da casa mia, a raggiungere la campagna con le sue terrazze di viti e olivi e i greppi con il finocchio selvatico.
La sera, quando mi coricavo, sentivo abbaiare i cani e la mattina d’estate le cicale frinivano incessantemente dai castagni del grande spiazzo che chiamavano mercato.  Le strade fuori dalle mura ancora si perdevano in sentieri sterrati contornati da alberi che, nelle loro stagioni, si caricavano di frutti. Era un buon posto per viverci, dove tutti si conoscevano e dove tutti si salutavano.
Da bambino non pensavo che il mondo fuori da quelle mura fosse accogliente, anzi pensavo che con la crescita si spalancassero gli abissi e che la specie umana avrebbe deciso di trascendere se stessa e mutarsi in qualcos’altro. E’ stata la fantasia del viaggio a ricondurmi sulla buona strada.  Ancora oggi mi rasserena pensare che le cose avrebbero preso un’altra piega se fossi rimasto prigioniero di quelle mura.
Alla fine me ne sono andato e, oggi, guardandomi indietro posso dire a me stesso che forse poteva andare peggio. Insomma, alla fine, sono contento di essere diventato cosi.

E allora ho deciso di mettermi sulle mie tracce. L’idea mi piace. Raggiungere i luoghi della mia infanzia, dove sono vissuto ma anche dove sono andato. Insomma, aggirarsi dentro di me.
I narratori di viaggi sono come i marinai di una volta, girano il mondo ma poi, quando viene il momento, tornano a casa. 
Quelle parti del mondo che hanno segnato i miei anni. Certo, quei luoghi sono cambiati e non sono più gli stessi. Oggi sono abitati da un’umanità smemorata, incerta e confusa.  Non ritrovo più la comunità di un tempo. Tutto è cambiato e non in meglio.
Rischio di andare incontro a grandi delusioni, a incontri con conoscenti che non ricordano, poco o nulla interessati alla mia ricerca.  Però, se quegli anni riuscissi a ritrovarli. Ripercorrerli, tenendomi per mano, non lasciarmi fuggire quando vorrei abbandonare l’impresa ma far salire la commozione assieme alla tenacia e alla passione.
Perché lo faccio?
Sono tante le ragioni inconfessabili ma quello che cerco sta in quei luoghi. La mia identità storicizzata in un viaggio che volge alla fine e che torna a riaffacciasi al suo inizio, per quello che può contare nella memoria degli altri.  Serve a me e spero serva ai miei figli e ai miei nipoti.
Restituire gli odori, le facce, i sapori. Non solo. Tenere insieme una serie di anelli che rischiano di spezzarsi.  E poi sento il bisogno di cercare il punto esatto in cui ciò che si è vissuto incontra ciò che si è scritto. Non leggo mai gli oroscopi ma oggi mi è caduto l’occhio su quello dell’’Internazionale e ho letto una specie di ammonimento: “…non tornare mai nel posto a cui appartenevi in passato. Va verso quello a cui apparterrai in futuro…” Una frase senza senso ? Quando mi fermo dopo un viaggio e dico: “Non c’è altro da vedere” so perfettamente che non è vero.
Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. Le cose che hai visto la mattina non sono più le stesse della sera  e gli angoli che hai scoperto sono diversi se vengono scorti dalla parte opposta.


giovedì 1 settembre 2011



Tito e Don Patagonia, cacciatori di ombre


(Paolo Ciampi ha dedicato al mio "Cacciatore di Ombre" una bellissima recensione )


C'è una frase che ci arriva dall'antica saggezza greca, per diventare un titolo di Antonio Tabucchi ma anche la chiave di lettura dell'ultimo bellissimo libro del mio amico Tito Barbini (Il cacciatore di ombre, Vallecchi, collana Off the Road)

Inseguendo l'ombra il tempo invecchia in fretta

E questo è davvero un libro in cui si insegue un'ombra per trovare molte ombre, popoli di ombre. Un libro che in questo inseguimento si impasta di tempo, si fa tempo, si preoccupa del tempo. Senza che in questo modo, necessariamente, il tempo debba invecchiare in fretta. Anzi, mi sa che è solo così, facendo in modo che il viaggio non sia solo distanza, ma anche profondità (e quindi tempo), che il tempo si rinnova e torna a farci compagnia.

Ho cominciato, in questo modo. Ma forse avrei dovuto dire subito che Tito questa volta ha spiazzato anche me. Spiazzerà anche voi, se grazie alle sue pagine vi siete fatti portare tra i ghiacciai della Terra del Fuoco o se con lui avete attraversato le distese dell'Antardide o risalito le correnti del Mekong.

Mi ha spiazzato, perché nel momento stesso in cui ci racconta un viaggio autentico -  e si respira la sua stessa aria, si sente la sua stessa fatica  - Tito riesce a sovvertire convenzioni, luoghi comuni, dati di fatto troppo scontati per non diventare prigione.

Insegue un'ombra, Tito, l'ombra di un uomo straordinario, Alberto Maria De Agostini (per inciso, il fratello del De Agostini sulle cui carte abbiamo tutti studiato e sognato), geografo, alpinista, fotografo, esploratore (uno degli ultimi grandi esploratori della nostra storia), missionario controcorrente, testimone del genocidio degli ultimi indios dell'America australe (altre ombre...). Un uomo che in Italia ci siamo troppo facilmente dimenticati, sarà perché pone qualche domanda imbarazzante, sarà che troppo spesso ci fa fatica guardare oltre il risaputo. In Argentina e in Cile, no, De Agostini è Don Patagonia, un mito, un monumento, un chiaro ricordo.

Ma non è questo, ovviamente, a spiazzare. Tito non cerca la biografia, ma il viaggio. E non il viaggio sulle orme di chi è già passato. Il viaggio in compagnia.


Non ho mai provato a definire in modo preciso le ragioni per cui mi sono messo a viaggiare con De Agostini, anche perché mi sembrava che fosse naturale. Succede che quando incontri per la prima volta alcune persone ti sembra di conoscerle da sempre.
Comunque uno dei motivi è di sicuro che con lui potevo andarmene via, puntare altrove

Viaggiano insieme, Tito e Don Alberto. L'ex militante comunista e il missionario cattolico. L'uomo che ci è contemporaneo e l'uomo a cavallo dell'Otto e del Novecento. Il vivo e il morto. I due vivi, anzi. I due cacciatori di ombre.

sabato 20 agosto 2011

Cambogia in Agosto


Ora sono di nuovo in Cambogia.

Sono qui perché la Cambogia è un paese bellissimo.
Perché è un paese che si porta ancora le ferite di uno dei peggiori crimini dei nostri tempi. 
Vorrei ricordarlo, dopo molti anni dal mio primo viaggio.
E perché quel crimine è anch’esso figlio di un tentativo di costruire l’“uomo nuovo”.
Cominciò così, per costruire l’“uomo nuovo”, e si lasciò alle spalle solo mucchi di cadaveri.
Aranyaprathet è l’ultima città della Thailandia, prima del confine. Fino a non troppi anni fa doveva essere solo un modesto avamposto, una manciata di casupole di gente condannata a vivere, o a sopravvivere, con i traffici leciti e illeciti della frontiera. 
Poi dall’altra parte è arrivato Pol Pot e chi ha potuto sottrarsi al suo orrore, alla sua follia, non ci ha pensato due volte. Aranyaprathet è diventato un gigantesco campo di raccolta di rifugiati, uno smisurato ricettacolo di sofferenze e disperazione. 
Oggi quelle che furono verdi e rigogliose risaie sono state cancellate da una sconfinata baraccopoli. Una concentrazione di vite umane che ha del girone dantesco con coreografia asiatica.
Già al primo impatto sei soverchiato da un senso di accumulo, di eccesso: troppi rumori, troppi colori, troppe attività che si addensano e sgomitano negli stessi metri quadri, troppa confusione e troppa concitazione.

E questo, in realtà, può valere per molte delle città dell’estremo oriente. Non mi è nuova questa sensazione di un mondo che intorno si muove vorticosamente e in fretta, come una sorta di microcosmo senza un minimo ordine apparente.

Però qui, ai confini di quello che un tempo fu l’inferno dei Khmer rossi, c’è altro. Tutti sono impegnati allo spasimo per trarre vantaggio da una, chiamiamola così, riconquistata libertà. Sempre che di libertà si tratti: perché questa è più che altro possibilità di vendersi al miglior offerente e, più facilmente, di svendersi a prezzi di liquidazione.

È libertà dagli eccidi di massa e dalle fosse comuni, e certo questo non è poco, ma non libertà dalla miseria più nera e dalla violenza quotidiana che a essa si affianca e che non finirà mai davanti a uno dei tribunali della storia.

Magari qualcosa cambierà, prima o poi. Però a Aranyaprathet stento a intravedere uno straccio di futuro.

Piuttosto mi pare che non ci possa essere termine, a questa spirale di dolore: e io, viaggiatore occidentale, questo dolore posso guardarlo stando alla finestra, oppure anche condividerlo.

Ma riscattarlo, questo proprio no.

Sono entrato in Cambogia in un pomeriggio di caldo spaventosamente appiccicoso, di quelli che solo qui, con l’umidità che mangia le ossa e il sudore che dilaga a chiazze sulla camicia.

Per arrivarci dalla Thailandia bisogna percorrere un lungo ponte, ingombro all’inverosimile di uomini e cose in perenne transito. Molti si trascinano dietro vecchie carrette di legno. E lì dentro, è plausibile, custodiscono tutti i loro beni, il poco che hanno racimolato in un’esistenza di stenti.

C’è anche chi prova a venderti qualcosa, sul ponte.  Soprattutto donne: sopra i loro sarong, consumati dal tempo e dall’uso, hanno steso il poco da cui dipenderà la loro giornata, si tratti di un casco di banane annerite o di qualche ananas ammaccato.

E poi ci sono i bambini, tanti, tantissimi, nugoli di bambini che sul ponte presumibilmente ci vivono, bambini che a ogni passo ti sbucano davanti e ti strattonano da dietro, bambini quasi nudi che ti rincorrono per implorarti un’elemosina o per proporti il loro niente.

Né dalle donne né dai bambini ti aspetteresti quei sorrisi impenetrabili, quegli sguardi che non sono mortificati: ma forse proprio per questo gli uni e gli altri sono altrettanti pugni allo stomaco.

Ho attraversato questo ponte a piedi, senza curarmi delle proposte di sgangherati taxi abusivi. E così, a piedi, ho varcato anche la frontiera.


Dall’altra parte del ponte c’è Poipet, un altro nome sulla cartina che non mi può, non ti può dire nulla.

Qui, non c’è da sorprendersi, ritrovo tutto quello che ho lasciato dall’altra parte. In peggio, se possibile: ed è possibile.

Questa città – esito a definirla in questo modo – ospita ventimila famiglie di diseredati, migrati qui da zone ancora più povere del paese: e da quale orrore più insopportabile di questo siano fuggiti, io non riesco proprio a concepirlo.

 Ora sopravvivono in stamberghe di lamiera e foglie prive di acqua potabile e di fognature. Gli escrementi finiscono in rivoli di melma putrida e nera che scorrono a due passi, dove giocano i bambini o si vendono gli alimenti. I più disperati frugano nell’immondizia, assieme a cani spelacchiati che da soli basterebbero a deprimerti.


Tutto questo è di per se stesso insopportabile, ma lo è ancora di più perché qui, a Poipet, non c’è solo questo. A pochi metri da qui si aprono le porte di casinò che
 forse non saranno lussuosi come a Macao o a Hong Kong, però scintillano in questo mare di fango. Qui turisti e nuovi ricchi del sud-est asiatico possono sperperare a cuor leggero cifre con cui sfameresti tutta Poipet.

Poipet,  è anche la principale base cambogiana del traffico di bambini verso la Thailandia.
Bambini da vendere per adozioni illegali, bambini da usare come mendicanti o da utilizzare come forza lavoro a costi irrisori. Bambini da ridurre in schiavitù o da avviare alla prostituzione.
Per lo meno è educativo: in posti come questi si può davvero toccare con mano che il comunismo è riuscito a produrre effetti esattamente agli antipodi di quelli auspicati e proclamati.
Un mondo senza classi doveva cancellare l’economia di mercato e invece ora il mercato è  padrone di tutto. E tutto si può vendere e comprare.
Ma questa è la Cambogia. E se dici Cambogia, non puoi non tornare continuamente alla mente a quello che è stato, che ha fatto, che ha rappresentato Pol Pot.
Allo stesso modo degli orrori del nazismo, nessuno potrà mai spiegare i tre anni, otto mesi e venti giorni di questa pazzia criminale.
Come è potuto succedere che un popolo così sereno e dolce precipitasse in questo inferno?
Me lo chiedo e chiedo ancora, e non ho risposte.
Però per quanto mi riguarda avverto il bisogno di una espiazione. Perché quello che è accaduto in Cambogia riguarda tutti.
Siamo parte della stessa storia, degli stessi ideali.
Nessuno di coloro che hanno combattuto per una società più libera e giusta poteva immaginarsi Pol Pot.
 Maè nel nostro album di famiglia. E con lui un genocidio nel nome del comunismo.

lunedì 25 luglio 2011

Mia vecchia libreria


Oggi ho avuto una brutta notizia da Buenos Aires. La vecchia libreria del signor Schiffer è stata chiusa. Ecco il mio ricordo. 

Ogni giorno che trascorro a Buenos Aires scopro qualcosa di nuovo. Ero di ritorno dalla tomba di Evita, camminavo lungo il muro del Cimitero della Recoleta, ed ecco, m’imbattei in una libreria antica con dentro un intero mondo, anch’esso antico. E’ stato un altro dei preziosi doni che ho ricevuto da questa città.
 Dietro il bancone, un anziano signore dall'aria distinta consultava alcuni cataloghi buttando di tanto in tanto un occhio a un vecchio computer sulla scrivania. Intorno all'anziano libraio, con gli occhiali e il maglione rosso, antichi mobili di ciliegio custodivano sotto chiave rarissimi e preziosissimi volumi dal valore sicuramente inestimabile.
Regnava il silenzio più assoluto, un silenzio rotto soltanto dal rumore delle pagine sfogliate e dei passi che scricchiolavano sul legno del pavimento.
  L’avevo scoperta per caso e subito mi rammentò un bellissimo film con Anthony Hopkins e Anne Brancroft. Ricordate? Helen è una scrittrice americana che vive a New York, è alla ricerca di alcuni libri rari. Entra in contatto con una libreria specializzata di Londra, al numero 84 di Charing Cross (e questo indirizzo è anche il titolo del film). Inizia una relazione epistolare con il direttore della libreria: continuerà anche se i due non s’incontreranno mai.
Per me questa libreria di Baires è diventata l’equivalente della libreria all’84 di Charing Cross. Anche dopo che sono tornato in Italia ho coltivato l'idea di mettermi in corrispondenza con il vecchio professore di storia in pensione che la gestisce. Un professore speciale, che di nome fa Gustavo Schiffer, per una libreria speciale.
Fantasticavo: mi piaceva l'idea di scrivere, di scriversi e ogni tanto di farmi mandare un bel libro, raro e importante, che non avrei mai trovato in Italia.
Libri scomparsi, libri ricercati, libri che nemmeno sapevo di desiderare.
Ma soprattutto mantenere un contatto con un anziano signore che fa un mestiere bellissimo, un mestiere utile, benché oggi poco considerato, quello del libraio. E mantenere questo contatto malgrado la distanza. E magari farsi raccontare la città quando ti manca. 
Tra noi la scintilla era scoccata subito.
"Davvero lei è uno scrittore viaggiatore?" mi aveva chiesto con malcelato interesse. Per poi aggiungere: "Peccato, non ho più il nostro precedente catalogo che avevamo dedicato a un’importante selezione di viaggiatori. C’erano molti libri in cui si racconta che cosa disse e cosa scrisse chi, nel passato, per un motivo o per l’altro, si avvicinò alle nostre coste e in questo modo influì sulla storia argentina. Invariante storica l’abbiamo chiamata".
 Non capivo bene cosa mi stava dicendo ma gli chiesi  di mandarmi in Italia una lista dei libri di viaggio disponibili nei suoi archivi segreti. Chissà, forse avrei trovato qualcosa di importante. Fermo restando che l’aggettivo importante può voler dire molte cose in questo contesto: per esempio, sono importanti parole che ti schiudono la possibilità di un nuovo viaggio.
 Il vecchio signore con il maglione rosso continuava a incuriosirmi.
Gli chiesi, con un certo timore, se la libreria era aperta ai tempi della dittatura e se lui era lì in quegli anni.  "Certo!" mi rispose con slancio. Quasi a sottolineare che le dittature possono anche passare, ma i libri no, i libri in genere rimangono. Messaggio di grande speranza, questo.
  "La libreria è sempre stata della mia famiglia. Semmai proprio in quel periodo  i generali mi imposero di lasciare la scuola e con la scuola l’insegnamento".
E mi sembrò di avvertire la sua amarezza, sapore della sua vita. E allo stesso tempo compresi il riscatto che aveva cercato.
Le pareti di libri intorno a lui, in un rapporto denso con il passato, gli avevano consentito una sorta di isolamento, un parziale distacco dal mondo dei disastri e delle ingiustizie.
"Vuol sapere cosa penso quando qualcuno entra in libreria e mi chiede un libro appena uscito che magari è in testa alle classifiche? "
Lo guardai con curiosità.
"Penso che la lettura dei libri nuovi impedisca la lettura di quelli vecchi ".
Poi è finita come quasi sempre finisce anche con i migliori compagni di viaggio, con i quali ti sei scambiato pure l'indirizzo. Non gli ho mai scritto dall'Italia.
Ora però sono di nuovo a Buenos Aires e quella libreria mi è tornata in mente.
Questa mattina mi sono svegliato con l’idea di farle visita e di salutare di nuovo il mio libraio. Con questa idea e con la voglia di sfidare la sorte.
Vai a sapere, magari il signor Schiffer avrà qualche libro sul mio salesiano.
Scricchiola ancora il pavimento di legno e annuncia l’arrivo del nuovo cliente. Rimane inconfondibile l’odore dolce della carta stampata e dell’inchiostro. Questo posto è pieno di libri che l’umidità dell’estate argentina invecchia precocemente..
Non è un bene per i libri ma d’altronde non siamo in un museo e i condizionatori costano.

Sono qui, a perdermi tra i palchi e soppalchi della libreria. Decido di acquistare dieci libri ormai fuori commercio da anni. Mi sono costati una piccola fortuna ma ne è valsa la pena.
Ho comprato anche un’edizione rarissima di un racconto di Salgari. Lo regalerò a Paolo in omaggio al suo bellissimo Gli occhi di Salgari, un libro in cui si parla dei viaggi che si possono fare con i libri, sulle ali della fantasia.
Paolo, da buon salgariano, sa che si può arrivare fino alla fine del mondo anche solo con l’immaginazione.
A me a un certo punto non basta più, ho bisogno di mettermi lo zaino in spalla. Però so che questi dieci libri sono altrettanti viaggi. 
Non ho trovato niente sul mio missionario. Però il signor Schiffer si darà da fare e sa già dove cercare. Me l’ha promesso. Se troverà qualcosa mi scriverà.
Già pregusto la gioia di una sua lettera. Un messaggio dalla libreria di un altro continente. Che emozione.
Nemmeno fosse Charing Cross 84.
Mi mette tristezza pensare che il futuro dei libri possa essere affidato solo ai bookshop on line e ai libri digitali da scaricare come le suonerie del cellulare.
Salviamo i librai come il signor Schiffer.