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domenica 20 maggio 2012

Le Rughe di Cortona




Un nuovo viaggio, questa volta verso casa.
Ho imparato da tempo che ogni libro è come un viaggio per chi lo scrive.  Una cartina con cui orientarsi nella geografia della propria anima. Ho anche imparato che la scrittura è un arnese per scavare tra le cose che ci teniamo dentro, nascoste dietro la scorza dell’introversione e della timidezza.
Ogni libro che ho scritto segna un passo avanti come a  scandire l’incedere di un moto interiore. 
Mi prende improvvisamente una certa inquietudine che mi spinge a dar voce e un'altra scrittura  a un luogo che avevo abbandonato nei labirinti della mia memoria.  Informo subito l’eventuale lettore che non voglio fare un passo indietro per raccontare la vita di provincia, velleitaria e remota come quella che ha raccontato Fellini nei suoi film. No il mio sguardo non sarà uno sguardo pietoso su quello che  è stato o poteva essere. Mi guardo solo attorno per invitare a un altro viaggio. 
In viaggio, prima o poi, la nostalgia arriva e fa capolino insistente.
 Mi prende e trascina i miei pensieri dentro un territorio sconosciuto.  Si presenta, alle volte, come un ricordo smarrito, come qualcosa che ho lasciato chissà dove. Una nostalgia di qualcosa accaduta in altre età, che non riesco a mettere a fuoco ma che cerca di riavvolgere il nastro del mio passato. 
Nostalgia di un tempo, ma anche di un luogo naturalmente. La nostalgia vuol dire assenza?  Forse, ma non sono sicuro.  Un sentimento di assenza perché uno vuole qualcosa che non ha in quel momento e in quel luogo.
Vuole tornare a casa e quindi al passato.
Qualcuno ha detto che il viaggio è il prologo del cambiamento. E’ verissimo e, aggiungo io, allo scompiglio della tua normalità.
 Insomma,un inquietudine, un turbamento.
Cerco qualcosa nel viaggio e c’è sempre un vuoto da riempire. Voglia di viaggiare, di muoversi con i mezzi più naturali, spingersi più lontano possibile, incontrare, ascoltare, guardare e non stancarsi mai di capire tutto quello che è diverso da te. Riempire i vuoti per travasarli una volta tornato a casa.  E poi, come Gulliver, ritrovare la nostalgia del viaggio.
Non permetto che la malinconia prenda il sopravvento sulla nostalgia. Ho come l’impressione che, quando la malinconia  si predispone a restare con te,  si porta dietro altri compagni di viaggio. Può portare a una difficoltà nel respiro, una mancanza d’aria.
Però c’è anche da dire che curarsi è facilissimo, basta prendere un mezzo qualsiasi e partire. Oppure basta tornare a casa. Il vostro narratore, per esempio non fa altro che partire e tornare.
Ecco perchè ho deciso di mettermi sulle mie tracce. L’idea mi piace. Raggiungere i luoghi del mio inizio, dove sono vissuto ma anche dove sono arrivato. Insomma, aggirarsi dentro di me.
I narratori di viaggi sono come i marinai di una volta, girano il mondo ma poi, quando viene il momento, tornano a casa. 
 E la leggenda di Cortona sembra fatta apposta per darmi ragione. Mi spinge con forza tra le sue braccia mescolando il vero e l’immaginario.
E quando ho pensato di tornare a Cortona la prima cosa che ho fatto, prima di principiare il mio viaggio, fu quella di spulciare tra le carte dell’archivio della città. Ricordavo un’antica leggenda o un tipo di racconto molto antico, una cosa che sta in mezzo tra il mito, la fiaba e la favola. Una narrazione che mescola tutto dentro  e rinsalda il suo legame di appartenenza.
 La Leggenda di Cortona è tutta sul viaggio. Il viaggio degli antichi eroi del tempo di Ulisse.  Stento a crederlo ma è proprio cosi. Ecco, sta proprio qui  l’origine dei desideri e dei miei sogni.
 Eccola lì la guida seicentesca di Giacomo Lauro, che rifacendosi a scritti di Annio Viterbese (1432-1502) attinge a molti scrittori dell'antichità, narra che centootto anni dopo il Diluvio Universale Noè, navigando dalla foce del Tevere, attraverso il Paglia entrò nella valle della Chiana e piacendogli questo luogo più di ogni altro d'Italia per essere molto fertile, vi si fermò ad abitare per trenta anni.
La sua discendenza, fra cui un figlio di nome Crano giunto su di un colle e piacendogli assai l'altezza del luogo e l'amenità del paese e la tranquillità dell'aria l'anno duecentosettantatre dopo il "Diluvio Universale" vi edificò la città di Cortona la quale, come Stefano (prima metà del VI secolo d. C. 539-545) grandissimo historiografo greco afferma, fu la terza città d'Italia costruita dopo il diluvio, e metropoli degli antichissimi Turreni.Noè, visto che Crano aveva fatto bene lo nominò Corito, cioè Re e successore di Regno, infatti Curim da cui deriva Corito significa scettro che in lingua latina si dice Quirim, da cui l'appellativo Quirino dato a Romolo. Crano, una volta assunto il titolo di Re, sull'alto della collina si costruì una reggia a forma di torre i cui resti tutt'oggi permangono in località Torremozza.Il regno di Crano venne chiamato Turrenia perché le città che la discendenza di Noè costruì avevano alte torri. Questo fu il primo nome della Toscana e Turreni furono chiamati i suoi abitanti.Ma poiché discendevano da Noè che era stato salvato dalle acque "ab imbribus" alcuni furono chiamati anche Imbri e volgarmente Umbri.
Dalla discendenza di Crano nacque Dardano che, a seguito di discordie interne, fuggito in Samotracia, poi in Frigia infine in Lidia, fondò qui la città di Troia.Da Troia alcuni discendenti di Dardano, ormai greci, tornarono ad abitare la Turrenia, cioè la Toscana e furono gli Etruschi. Fra questi greci che vennero in Turrenia ed a Cortona, ci furono anche Ulisse e Pitagora. Infatti tradizioni antiche, riportate dagli scrittori greci Aristotele (IV sec. a. C.) e dal contemporaneo Teopompo, fanno emigrare Ulisse, dopo il suo ritorno ad Itaca e la strage dei Proci, in Italia e più precisamente in Etruria, nella città che Teopompo chiama in greco Curtonaia, localizzando quivi, proprio a Cortona o nei suoi dintorni la sua sepoltura.
In Etruria Ulisse, dove fu molto stimato, fu detto Nanos che significherebbe errabondo e la sua sepoltura fu identificata nel "monte Perge" vicino alla odierna località di Pergo.
Pitagora dopo un soggiorno a Cortona dove vi morì, fu sepolto in una tomba nominata oggi "Grotta di Pitagora". Secondo Virgilio (Eneide III e VII) Enea della discendenza di Dardano, fuggiasco da Troia distrutta, approdò nel Lazio dove la sua discendenza fondò Roma. Pertanto Cortona avrebbe dato origine prima a Troia e quindi a Roma.



martedì 20 dicembre 2011

Coloane al tempo di Don Patagonia


Chissà perché Francisco Coloane è approdato in questa parte ultima del mondo per depositare le sue tristi storie. Sicuramente è stato spinto quaggiù dalle tempeste della vita.  E’ morto da pochi anni,  alla bella età di novant’anni passati. Le sue ceneri sono sparse nel mare e nella terra indurita dal ghiaccio. Anzi, si racconta che nel momento in cui era gettato in mare un colpo di vento antartico, robusto e traditore, le riportò addosso alle persone che partecipavano al funerale del grande scrittore. E le ceneri si depositarono cosi sulle lacrime di amici e ammiratori.
 Non ho conosciuto Francisco Coloane. So che è venuto in Italia e chi l’ha visto da vicino o ha potuto parlargli assicura che assomigliava, anche fisicamente, ai personaggi dei suoi libri.
Così ce lo racconta Nicola Bottiglieri in uno dei suoi bellissimi scritti sull’esplorazione e sugli esploratori di quella parte di mondo: “Quando incontrai di persona lo scrittore cileno Francisco Coloane nell’agosto del 1999 a Roma, in un albergo vicino al Pantheon, aveva ottantanove e mi diede subito l’impressione che fosse un personaggio dei suoi stessi racconti. Il corpo ancora vigoroso, occhi celesti, un’aria gentile, parlava della sua vita con distacco, come se stesse leggendo le avventure di un racconto scritto da altri. Il segreto di quella conversazione sospesa fra reale e immaginario consisteva nel fatto che egli era stato davvero marinaio e palombaro nello stretto di Magellano, mandriano nella Terra del Fuoco, oltre a essere stato membro della prima spedizione cilena in Antartide, navigando per tre mesi nel mare di Bellinghausen, pertanto riferiva cose straordinarie come se fossero aneddoti banali”.  
Paco, così lo chiamavano gli amici, era uno scrittore che fuggiva alla fama e alla ricchezza. Ho l’impressione che in tutti quegli anni si sia nascosto ai suoi lettori. Come autore tradotto e conosciuto era arrivato tardi, molto tardi in Italia. Non prima della fine degli anni Ottanta. Noi, giovani post sessantottini leggevamo Garcia Marquez e ci lanciavano con entusiasmo nelle avventure del colonnello Buendia e nella fantastica Macondo di Cent’anni di Solitudine.
Anche Neruda, la sua dolce poesia dell’incanto e della tragedia cilena, ci accompagnava alla conoscenza dell’America del sud, per non parlare della Bolivia di Manuel Scorza e del suo Garabondo l’invisibile. Ma Coloane non lo conoscevo.
A parlarcene per primo fu il suo allievo Sepùlveda nella collana che dirigeva in Italia, La frontiera scomparsa. Solo allora conoscemmo il Caronte dei mari ghiacciati. L’umanità coraggiosa che popolava la Terra del Fuoco e i fiordi patagonici. Le storie dei guardiani dei fari alla fine del mondo e i racconti dei balenieri. I cercatori d’oro e gli allevatori, i marinai delle navi naufragate e quelli con l’orecchino d’oro, segno che erano sopravvissuti a Capo Horn e allo scontro dei due grandi oceani.
 E poi, quel Pasquale Rinaldi, napoletano di Castellammare di Stabbia, pirata capace di navigare nello stretto senza radar e alla presenza della nebbia per quasi l’intero anno. 
Anche queste parole sono di Bottiglieri: “Se dietro Melville vi è lo spietato spirito protestante che vede il male come una forza enorme e oscura che angoscia il cuore dell'uomo, con Jack London e la sua lotta per la sopravvivenza vi è il rutilante mondo dei pionieri che rappresentano l'avanguardia dell'impero americano, e Conrad vede nella lotta fra l'uomo e la natura, ma soprattutto in quella natura immortale che è l'oceano, la riproposizione dell'eterno duello fra l'uomo e il male, nell'epica del lavoro di Coloane non vi sono né l'imperialismo inglese, né il dinamismo della nascente nazione americana, né il conflitto fra bene e male, bensì le attività di uomini marginali, che lavorano ai confini del mondo, in paesi molto poveri. In quest'epica dei confini – e questo lo differenzia dagli scrittori di lingua inglese – risuona tuttavia l'eco di una passata grandezza: la conquista della Patagonia, i tentativi di popolare lo stretto di Magellano, la Terra del Fuoco. Insomma i racconti di Coloane mettono in luce una sorprendente realtà latinoamericana, che affonda le radici nel passato coloniale, sconosciuta da tutti e forse proprio per questo molto attraente. Un incontro che rafforzò la nascente convinzione di Darwin sull' evoluzione delle specie e sul fatto che alcuni gruppi di uomini si erano evoluti più rapidamente di altri. Descrisse la loro lingua come una serie di rantoli e di colpi di tosse, di suoni inarticolati e di sbuffi. Solo verso la fine del secolo scorso un missionario che aveva vissuto a lungo con gli Yaganes, Thomas Bridges, compilò un dizionario con più di trentamila vocaboli, il cui originale sta al British Museum. Gli Yaganes avevano una lingua molto più ricca ed espressiva delle lingue europee sulla caccia, sulla pesca, sulla natura e su qualsiasi cosa riguardasse da vicino la loro vita. Coloane, che ha fatto a tempo a conoscerne qualcuno, superstite delle grandi mattanze organizzate dai bianchi, dice che si salutavano con una parola olofrastica, dai molteplici significati: "Mamilapatalla", che voleva dire "cosa tu vuoi da me" e nello stesso tempo "cosa voglio io da te". Credevano in un dio chiamato Volapatuc, il "grande assassino", un nome che si adatta perfettamente a Pinochet". Gli Yaganes furono sterminati tra la fine del secolo scorso e l' inizio di questo secolo, come gli Onas, un popolo della Terra del Fuoco alto e veloce, che cacciava il guanaco correndo e credeva in miti poetici: Osec, la balena franca, si era sposata con Xuno, il vento e dalla loro unione era nato il "picaflores", l' uccello mosca. "In Patagonia arrivarono gli emigranti e con loro i merinos, una pecora che ha bisogno di un ettaro l' anno per vivere. Così gli emigranti, per impadronirsi delle terre degli indiani, diventarono invasori e poi sterminatori. Gli allevatori promettevano una sterlina per una coppia di orecchie di Onas. E quando si accorsero che qualche cacciatore tenero di cuore, blando de corazon, tagliava le orecchie senza uccidere, cominciarono a pretendere i cojones, almeno erano sicuri. Gli indiani e le donne, che nel racconto di Coloane non ci sono, compaiono nella sceneggiatura, scritta con Luis Sepulveda. Il film parte dal racconto, ma si ispira a tutto il mondo di Francisco, narrato con tono epico molto scarno, molto duro e incisivo. Un mondo terribile in cui i personaggi sono sempre dei naufraghi, dei sognatori, degli sconfitti, ma anche pieno di tenerezza, di uomini che sono spinti ad avvicinarsi tra loro proprio da una natura ostile.
Ho ritrovato una fotografia di De Agostini trentenne. E’ in un’isola dell’arcipelago fuegino con attorno una famiglia di indigeni Ona. E’ magrissimo, sembra impacciato. Trovo che ha un sorriso imbarazzato, un’aria timida. Vuol dare l’impressione di essere sicuro di se ma non ci riesce, è goffo. È impaziente che la foto venga scattata. Trasandato, nella sua tonaca lisa da curato e gli scarponi da montanaro, l’immancabile basco nero. Ma è il modo in cui hanno vestito gli indios e il loro sguardo che trasmette una tristezza profonda e non solo a noi ma anche al giovane prete. E’ la fotografia che si avvicina di più al sentimento di Alberto dove si avverte i segni premonitori della tragedia che porterà alla loro scomparsa.


sabato 22 ottobre 2011

Don Patagonia


Qualche appunto su “Il Cacciatore di ombre. In viaggio con Don Patagonia”
Sauro Sorini



Ballano tenendosi  per mano, i compagni di viaggio evocati da Tito Barbini nel suo ultimo libro “Il cacciatore di ombre. In viaggio con Don Patagonia”.
Danzano in cerchio sotto la volta del cielo - come nella “Danza” di H.Matisse (1910) -  Francisco Coloane, Bruce Chatwin, Louis Sepulveda, Antoine de Saint-Exupery, i narratori celebri e appassionati che l’autore ha radunato idealmente vicino a sé per trasformare il viaggio sulle tracce di Alberto Maria De Agostini in Patagonia e nella Terra del Fuoco in un intreccio di biografie, di storie minacciate dall’oblio del tempo, di testimonianze  civili.
L’eco delle loro parole, e quello delle pagine pressoché sconosciute del prete salesiano, accompagnano Barbini lungo il cammino nelle terre estreme del Sudamerica. E la loro vicinanza è tanto autentica, in questo peregrinare struggente e talora  gravido di malinconia, che le parole si scambiano, i racconti si inseguono e si toccano, le voci si sovrappongono; e gli occhi sono gli stessi occhi che vedono le stesse immagini, solo distinte dallo scarto di tempo che giustifica ogni spaesamento dell’anima.
Ma non si coglie a fondo il valore del libro -  certo non un racconto biografico in senso stretto - se non si presta attenzione alle “ombre” del titolo che popolano il viaggio.  Sono le ombre lunghe che  si riverberano sulle coscienze civili annebbiate dall’arroganza del potere nelle sue varie forme (il regime, la chiesa assoggettata ai militari, gli invasori nel nome del progresso civile): sono le ombre dei nativi, gli indios Alakalue, Yamana, Ona, depredati e uccisi in massa; sono le ombre dei figli della madri di Plaza de Mayo, che ancora oggi ci rivolgono la loro straziante domanda (“Donde estan?”);  sono le ombre degli emigranti del ‘900, di cui non si trova traccia neppure nei libri di storia. E sono anche le ombre di figure inedite e singolari come quella di Severino Di Giovanni, anarchico idealista di origini marchigiane,  fucilato negli anni ’30 per ordine del presidente argentino.
Attraverso la ricostruzione dell’ attività e della personalità di Alberto Maria De Agostini, esploratore, fotografo e antropologo, salesiano scomodo (accusò esplicitamente il governatore Senoret delle persecuzioni degli indios), scrittore capace di restituire la mirabile essenza di luoghi incontaminati, Tito Barbini rinnova un legame profondo con le terre ai confini del mondo che hanno mutato negli anni il senso delle sua stessa esistenza; al punto che questa ultima fatica letteraria, per densità narrativa e  partecipazione emotiva,  sembra contenere e racchiudere i precedenti viaggi, i taccuini già scritti, le esplorazioni intime già svolte: ma con una maggiore acquiescenza nei confronti delle inquietudini proprie dell’autore, che qui pare pervaso da quella forma di serenità d’animo che - come  suggerì Borges -  trova, nella  sospensione tra la gioia e la pena, la sua rara intensità.
La consapevolezza  amara e non taciuta, che i paesaggi  incontaminati di padre De Agostini non esistono più  (“Scorgo i profili ormai stanchi della sua cordigliera. Sembra che abbiano deciso di non difendersi più dall’attacco dei nuovi tempi. (…) Nel porto sono ancorate le gloriose rompighiaccio dell’ex marina sovietica e una luccicante nave da crociera alta come un palazzo di dieci piani. Le nuove frontiere del turismo antartico o quasi. Una fila di turisti aspetta il turno per fotografarsi vicino al grande cartello che, al molo, avverte che sono arrivati alla fine del mondo”) sembra allontanare Barbini dalle insidie di costruire, sui luoghi dell’anima che gli hanno alimentato una scrittura fervida e mai scontata, una “mitologia  dell’altrove”, ad uso e consumo della fuga alla ricerca di sé stessi.
Dopo aver utilizzato le forme letterarie dell’autobiografia morale e del taccuino di viaggio, la narrazione di Tito Barbini lascia invece intravedere sviluppi coerenti verso modalità espressive in cui il resoconto di viaggio si fonde con il racconto d’invenzione, che a tratti affiora già in questo suo “Il cacciatore di ombre” , anche in una dimensione evocativa e perfino cinematografica (si legga, per esempio, la descrizione dello sbarco a Buenos Aires di De Agostini:  “E’ lui. Un ragazzo alto con un corpo spigoloso, costretto in una tonaca abbottonatissima fino a non poterne più uscire, con un paio di scarpe da montanaro. Munito di due braccia che usa come remi per farsi largo tra la folla della banchina”).
I lettori che lo apprezzano da tempo sanno che comunque si manterrà costante in Barbini il tratto più solido della sua dimensione narrativa:  una visione compassionevole del mondo e delle vicende degli uomini che non è mai asettica, ma muove con risolutezza dalla difesa dei diseredati e degli oppressi.  Ed è in tal senso che si può affermare che ciò che anima, nel profondo, il viaggiatore e lo scrittore insieme, è l’impegno e la passione civile della sua intera esistenza.  

domenica 9 ottobre 2011

Una nuova avventura


   Verso Casa

Ho imparato da tempo che ogni libro è come un viaggio per chi lo scrive.  Una cartina con cui orientarsi nella geografia della propria anima. Ho anche imparato che la scrittura è un arnese per scavare tra le cose che ci teniamo dentro, nascoste dietro la scorza dell’introversione e della timidezza.
Ogni libro che ho scritto segna un passo avanti come a  scandire l’incedere di un moto interiore.  
E cosi, dopo l’uscita del “Cacciatore di Ombre”, mi sono messo al lavoro per una nuova avventura.  Un nuovo viaggio, questa volta verso casa.
Eravamo noi, i bambini usciti dalla guerra, in una piccola città etrusca. Le mura la cingevano tutta, un ammasso di pietre arenarie disposte in forme severe e imponenti prima dagli etruschi e poi dai romani, e si faceva presto, almeno da casa mia, a raggiungere la campagna con le sue terrazze di viti e olivi e i greppi con il finocchio selvatico.
La sera, quando mi coricavo, sentivo abbaiare i cani e la mattina d’estate le cicale frinivano incessantemente dai castagni del grande spiazzo che chiamavano mercato.  Le strade fuori dalle mura ancora si perdevano in sentieri sterrati contornati da alberi che, nelle loro stagioni, si caricavano di frutti. Era un buon posto per viverci, dove tutti si conoscevano e dove tutti si salutavano.
Da bambino non pensavo che il mondo fuori da quelle mura fosse accogliente, anzi pensavo che con la crescita si spalancassero gli abissi e che la specie umana avrebbe deciso di trascendere se stessa e mutarsi in qualcos’altro. E’ stata la fantasia del viaggio a ricondurmi sulla buona strada.  Ancora oggi mi rasserena pensare che le cose avrebbero preso un’altra piega se fossi rimasto prigioniero di quelle mura.
Alla fine me ne sono andato e, oggi, guardandomi indietro posso dire a me stesso che forse poteva andare peggio. Insomma, alla fine, sono contento di essere diventato cosi.

E allora ho deciso di mettermi sulle mie tracce. L’idea mi piace. Raggiungere i luoghi della mia infanzia, dove sono vissuto ma anche dove sono andato. Insomma, aggirarsi dentro di me.
I narratori di viaggi sono come i marinai di una volta, girano il mondo ma poi, quando viene il momento, tornano a casa. 
Quelle parti del mondo che hanno segnato i miei anni. Certo, quei luoghi sono cambiati e non sono più gli stessi. Oggi sono abitati da un’umanità smemorata, incerta e confusa.  Non ritrovo più la comunità di un tempo. Tutto è cambiato e non in meglio.
Rischio di andare incontro a grandi delusioni, a incontri con conoscenti che non ricordano, poco o nulla interessati alla mia ricerca.  Però, se quegli anni riuscissi a ritrovarli. Ripercorrerli, tenendomi per mano, non lasciarmi fuggire quando vorrei abbandonare l’impresa ma far salire la commozione assieme alla tenacia e alla passione.
Perché lo faccio?
Sono tante le ragioni inconfessabili ma quello che cerco sta in quei luoghi. La mia identità storicizzata in un viaggio che volge alla fine e che torna a riaffacciasi al suo inizio, per quello che può contare nella memoria degli altri.  Serve a me e spero serva ai miei figli e ai miei nipoti.
Restituire gli odori, le facce, i sapori. Non solo. Tenere insieme una serie di anelli che rischiano di spezzarsi.  E poi sento il bisogno di cercare il punto esatto in cui ciò che si è vissuto incontra ciò che si è scritto. Non leggo mai gli oroscopi ma oggi mi è caduto l’occhio su quello dell’’Internazionale e ho letto una specie di ammonimento: “…non tornare mai nel posto a cui appartenevi in passato. Va verso quello a cui apparterrai in futuro…” Una frase senza senso ? Quando mi fermo dopo un viaggio e dico: “Non c’è altro da vedere” so perfettamente che non è vero.
Bisogna ricominciare il viaggio, sempre. Le cose che hai visto la mattina non sono più le stesse della sera  e gli angoli che hai scoperto sono diversi se vengono scorti dalla parte opposta.