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venerdì 13 marzo 2009

Dalla parte dei Tibetani


In queste ore è ripresa la violenta repressione, da parte degli occupanti cinesi, nei confronti dei tibetani. Non posso far altro che testimoniare la mia vicinanza alla gente del Tibet con un capitolo del mio ultimo libro "Caduti dal Muro".


Sul tetto del mondo


Quando ci penso, provo gratitudine nei confronti di una vita che mi ha concesso questa fortuna: sono capitato in tanti posti meravigliosi di questo nostro mondo che ormai faccio fatica a contarli, o comunque a rammentarli tutti con l’intensità che ciascuno di essi meriterebbe.
Ognuno di questi luoghi è stato per me un dono. Un dono atteso, un dono che era nell’aria, nella maggior parte dei casi.
Più raramente la meraviglia è andata oltre ogni aspettativa. Come ora, qui: tra tutti, Paolo, questo è davvero il dono più inaspettato.
Ho colto al volo un’altra occasione e da ieri sono in Tibet: basta pronunciarlo questo nome – Tibet – e dentro ti si scuote qualcosa.
Il senso di sorpresa che provo, è chiaro, ha poco a che vedere con la casualità di questa destinazione: questa, lo sai bene, non è affatto una novità.
A pensarci bene, poi, non è nemmeno la distanza tra il Tibet che mi si spalanca davanti e le mie aspettative, comunque alte. Semmai a prendermi in contropiede è una coincidenza, tra la realtà e quanto mi illudo di aver sempre sognato.
Ecco, proprio così.
Qui in Tibet sto sperimentando sensazioni confuse, che mi scivolano via piacevolmente come una brezzolina primaverile. Fossi un ragazzino, potrei riconoscerle come i sintomi di una bella cotta. Meglio, di un colpo di fulmine.
Qualcosa del genere mi è successo nelle distese della Patagonia o al cospetto degli sterminati laghi salati dell’altipiano boliviano.
E ora in Tibet: con la stessa meraviglia per la mia capacità di meravigliarmi ancora. Ma anche con qualcosa di diverso: un crampo allo stomaco per qualcosa che si sta irrimediabilmente perdendo.
Gli amori più tenaci, del resto, sono sempre tinti di nostalgia. E figurarsi con il Tibet, un luogo dove a ogni momento non sai se inchinarti a una bellezza che viene da lontano oppure recriminare sulle offese del presente.
Sono sul tetto del mondo: e chissà quante volte hai sentito questa espressione. È banale, ma tanto non è che ci siano molte parole per rendere conto di emozioni come queste.
Puoi solo apprezzarne la sincerità. Intuire cosa si può provare di fronte a una natura che ti si concede con un brivido di eternità. Magari constatare quanto possa essere semplice, essenziale, la tua vita, così come sono semplici, essenziali, i colori di questo mondo, dominato dal bianco, dal verde, dall’azzurro.
E poi c’è la gente del Tibet. Sì, anche questo è davvero importante.
Con tutto quello che vi è successo Lhasa appare ancora come una comunità che trattiene altri tempi. Una città misteriosa e magica, disposta al sorriso.
E il Potala: la residenza del Dalai Lama fino a che non è stato costretto all’esilio.
Con un solo colpo d’occhio provi ad abbracciare questo palazzo unico al mondo che si dice abbia al suo interno almeno mille stanze e capisci all’istante che non potrai giudicarlo solo per la sua spettacolare architettura.
Il Potala ti lascia senza fiato perché, volente o nolente, avverti che non è fatto solo di mattoni, non è solo materia che si innalza al cielo per tredici piani. Qualsiasi cosa sia stata impiegata per costruirlo, nell’impasto non deve essere mancata tanta ancestrale saggezza.
Pare proprio che le sue tremila finestre siano altrettanti occhi illuminati, capaci di scrutare ben oltre la candida parete dell’Himalaya, sulla vita di tutti, sull’inspiegabile pulsare dell’universo intero.
Che emozione, Paolo, arrampicarsi per le ripide scale che ti conducono al suo interno. L’ascesa non è solo una questione di altitudine e questo lo capisci appena sei su, con il fiato rotto dalla fatica e la sensazione di aver varcato una porta dello spirito, accolto dalla cantilena dei monaci che intonano i mantra.
Non so dirti per quanto tempo me ne sono rimasto lì, davanti alle lampade accese nel burro di yak, mescolato tra le migliaia di pellegrini che ogni giorno salgono alla residenza celeste e si prosternano davanti agli altari dorati.
So solo che a un certo punto anch’io ho chinato il capo sui piatti dove tutti, prima di tornarsene alle loro abitazioni, lasciano la loro offerta.
Alla prima non ci ho fatto caso, ma l’istante dopo ne sono rimasto folgorato.
Ai piedi delle statue dei Budda spuntano decine, centinaia di immagini di Mao Tse Tung.
Non che ci sia niente di straordinario. Semplicemente, il volto del Grande Timoniere è riprodotto in tutte le monete e tutte le banconote cinesi. E oggi, anche da queste parti, è più facile donare denaro, piuttosto che frutta o riso o quant’altro. Segno dei tempi.
Ma segno dei tempi è anche il ritratto di Mao che spunta ovunque, non per devozione o per un omaggio sentito, figurarsi, solo perché è così, perché è la Cina che comanda.
Così ti tocca onorare il Budda con l’uomo che ha inviato il suo esercito per inghiottire il Tibet e farne una provincia remota e anonima della Cina Popolare.
Per non parlare di quello che è successo dopo: dici Mao e pensi al Dalai Lama in esilio, alla rivoluzione culturale che ha provato a cancellare un’intera religione, ai templi bruciati e ai monaci in prigione, al milione di morti tibetani, cifra per approssimazione.
Da oltre mezzo secolo dura l’occupazione cinese del Tibet e ogni giorno viene derubato un frammento di verità e di tradizione autentica.
Perché poi sta succedendo anche questo. I cinesi hanno costruito strade e aeroporti, aperto uffici, fabbriche, negozi. Dopo millenni di isolamento oggi Lhasa la puoi raggiungere comodamente in treno, partendo da Pechino.
Così i cinesi possono gridare ai quattro venti che il paese è uscito da un medioevo che non finiva più. Il Tibet si sta modernizzando, grazie a loro.
E chiamiamola pure modernizzazione. A me piuttosto fa venire in mente una devastante operazione chirurgica, un trapianto innaturale contro la volontà di chi è steso sul tavolo.
Però non è nemmeno questo il punto.
Mi chiedo semmai se il popolo tibetano passerà giorni migliori con la modernizzazione alla cinese. Se vivrà una vita più felice con qualche monastero in meno e qualche fast-food in più.
Discutibile, è ovvio.
Ma in ogni caso quello che mi disturba di più è che ci si riempia la bocca di parole come libertà e democrazia solo quando serva per gli interessi di bottega.
Siano quello che siano, i tibetani. Però siano quello che desiderano, no? Con i loro silenzi, le loro preghiere, i loro sorrisi.
E invece da mezzo secolo sono soli e inascoltati.
Il mondo è indifferente, o meglio, troppo interessato alle ragioni del gigante cinese, con cui si fanno sempre buoni affari.
Perché preoccuparsi di un popolo che può vantare solo maestri di sapienza?
Scendendo per le scale del Potala è come fossero rimaste con me quelle immagini di Mao Tse Tung. E ora mi è chiaro, non potevano che stare lì.
Impresse su una banconota, prima ancora che ai piedi del Budda.


(dal libro "Caduti dal Muro" ediz. Vallecchi 2009)

lunedì 23 febbraio 2009

razzismo


Disobbedienza Civile


Lo voglio dire subito a voce alta. Spero proprio che i medici e il personale del servizio sanitario di Arezzo non denuncino i cittadini extracomunitari privi di permesso di soggiorno (clandestini) che si presentano per una qualsiasi necessità nei loro ambulatori o al Pronto Soccorso ospedaliero. Insomma, che anche dalla nostra città si levi una disobbedienza civile contro quest’assurdità suggerita dal cosidetto Decreto Maroni. Proprio cosi i medici potranno denunciare gli immigrati clandestini che si presentano per farsi curare, stracciando cosi il loro codice deontologico. Ridotti a delatori e inducendo gli immigrati a non farsi curare per paura. Non ci sono aggettivi per qualificare le recenti disposizioni che il ministro leghista ha proposto al Parlamento. Vergognose, schifose, feroci? Che esagerazione, che parole improprie, generiche, roboanti e vuote. Mi riesce più facile chiamarle semplicemente razziste e razzisti i suoi autori, cosi possono querelarmi. Disposizioni che marcano gli extracomunitari senza permesso di soggiorno come criminali a cui dare la caccia ed espellere dalla nostra società. Che cosa volete che sia, prendere nome e cognome quando uno di questi diversi si presenta dal medico per curarsi. Che cosa volete che sia ,prendere le impronte digitali a chi chiede un permesso di soggiorno per vivere, magari per pulire i cessi o raccogliere i pomodori o spaccare la legna per l’uomo bianco che questi lavori proprio non vuole più farli. Insomma non si illuda il clandestino extracomunitario di essere un lavoratore regolarmente sfruttato e quindi un cittadino o magari una persona ma tenga bene a mente di essere un ostaggio. Quando non servirà più verrà cacciato via. Questo è lo spirito del decreto Maroni. Il provvedimento prevede anche la schedatura dei senza tetto e la legalizzazione delle “ronde padane” seppur non armate.
La nostra emigrazione , intendo quella italiana , su cui abbiamo versato tante lacrime, in confronto fu una pacchia. E’ vero che ha sofferto le pene dell’inferno ma ora siamo orgogliosi dei nostri nonni che andarono a popolare le americhe, alle quali, è vero, abbiamo regalato anche delinquenti rinomati ma soprattutto manovali e cuochi. Ma avevamo la stessa pelle, lo stesso colore, fu questa la fortuna. Questo decreto è passato al Senato con troppi silenzi nelle forze politiche e nella società. La stessa Chiesa ha lasciato nelle fragili mani di Famiglia Cristiana e della Caritas un argomento che forse avrebbe meritato ben altra posizione. Ma oggi tutti sono presi dal tema della sicurezza. E insicurezza è sinonimo di immigrato in questo nostro Paese.Pubblica sicurezza, ai miei tempi, era sinonimo di polizia. Ora sembra diventata un’aspirazione assoluta, un’ideologia, lo scopo massimo della politica. Tutti parlano di sicurezza, il governo, per non affrontare i grandi temi dell’economia, ha varato un provvedimento vergognoso e non c’è un politicante di destra o centro che non faccia della sicurezza il suo programma elettorale.

(tito barbini, corriere di arezzo,21/02/2009)

giovedì 5 febbraio 2009

"Caduti dal Muro"



Cari amici, oggi dedico il post all'uscita del libro che ho scritto con Paolo Ciampi. Spero che perdonerete questo mio protagonismo ma il libro racconta di un grande viaggio.




In libreria “Caduti dal muro” di Tito Barbini e Paolo Ciampi, Vallecchi Editore
X titolo per la collana Off The Road
Dedicata da Vallecchi alla letteratura di viaggio

L’opera

Nel 2009 saranno esattamente 20 anni dalla caduta del Muro di Berlino e sotto quel muro, che si sbriciolava sotto i colpi di piccone, spariva il mondo che aveva creduto nel socialismo e nella sua realizzazione. Finiva un impero che da Berlino arrivava fino alle sponde del Pacifico, tramontava di colpo il “sole dell'avvenire”, cambiavano all'improvviso mappe geografiche, bandiere, nomenclature. E ora, 20 anni più tardi, cosa ne è stato di quei paesi su cui un tempo regnava la falce e martello? Per capirlo niente di meglio che un viaggio lento attraverso l'altra metà del pianeta, zaino in spalla e un treno dietro l'altro per attraversare le sterminate distese di due continenti, tra miserie e splendori, delusioni e incanti. Un viaggio dall'Europa orientale alla Russia, dalla Cina fino al Vietnam, alla Cambogia e al Tibet, che è anche un viaggio nel tempo, nella memoria, nell'esperienza di chi, in Italia, ha coltivato il sogno della rivoluzione e poi se l'è sentito scivolare tra le mani. Per diventare poi confessione e dialogo tra due scrittori divisi dall'anagrafe e dalle parabole della politica – uno che ha creduto fino in fondo nelle possibilità della politica e perfino nella forza dell'utopia, l'altro che ha trovato ben poco a cui aggrapparsi – ma che riescono a ritrovarsi insieme: con ironia e leggerezza, come se da tante macerie potesse di nuovo spuntare un'altra speranza, fosse pure solo un altro viaggio, un altro orizzonte che si schiude.

lunedì 26 gennaio 2009

Ritorno dall'Argentina



QUELLE MADRI DELLA PLAZA DE MAYO


Sono trascorsi trent'anni dalla notte della dittatura argentina e le madri marciano ancora. Con i cartelli e le foto dei figli e dei nipoti desaparecidos camminano lentamente intorno a Plaza De Mayo, ormai da tre decenni ogni giovedì pomeriggio. E' cosi che tutto il mondo ha conosciuto queste straordinarie donne: madri e nonne che con i loro fazzoletti bianchi hanno sfidato i potenti e i loro bracci armati durante e dopo la dittatura militare.

Ogni volta che torno a Buenos Aires non posso fare a meno d'incontrarle. Sono rimaste in poche, anzi pochissime, e hanno quasi tutte un'età intorno ai novant'anni. Pochi giorni fa è scomparsa anche come Polda Barsottini, una toscana che pur essendo emigrata in Argentina a soli 6 anni, è sempre rimasta legata alla sua regione, portando più volte la sua testimonianza di impegno civile e coraggio.

A vederle, i loro fazzoletti sembrano meno bianchi dei loro capelli. Però oggi ho un motivo in più per sentirmi loro vicino. Ho trovato un legame con Arezzo, importante per me, importante per loro

E il legame è dato dalla notizia che un nostro concittadino, tristemente famoso in Argentina, ha avuto una condanna definitiva per aver diffamato e calunniato i giudici Turone e Colombo in merito alla vicenda della strage alla stazione di Bologna. Si tratta, come avrete capito, di Licio Gelli. La condanna, oltre agli anni di carcere, ha sanzionato la confisca di alcuni lingotti d'oro trovati nella villa di Gelli ad Arezzo. Ebbene, i giudici diffamati sono stati risarciti proprio con l'oro di Gelli; e loro con grande sensibilità hanno deciso di dare il prezioso metallo alle vittime delle stragi italiane e a quelle della dittatura argentina.

E' stato cosi che le Madri di Plaza De Mayo hanno ricevuto una parte dell'oro confiscato al venerabile capo della P2. Ed è giusto, perché lui c'entra molto con la dittatura argentina. Licio Gelli, non dimentichiamolo, è stato addirittura console onorario d'Italia in Argentina nel periodo della dittatura militare .

E soprattutto non dimentichiamo che i grandi responsabili della terribile dittatura, i generali Videla, Massera e Agosti erano, guarda caso, iscritti alla loggia massonica P2.

Oggi le madri di Plaza De Mayo sono un vero e proprio movimento politico orientato fortemente verso la sinistra. Nella serata che ho trascorso al loro centro ho potuto conoscere meglio i loro programmi politici. Non sono legati a nessun partito ma rivendicano le idee di tutti i trentamila desaparecidos. E' come se in questo modo fossero riuscite a dipanare il filo della memoria, ma anche dell'impegno, che le lega, e ci lega tutti ai ragazzi scomparsi.

Ma non sono di nuovo qui per analizzare o giudicare un progetto politico. Mi soffermo nella grande sala del loro centro a guardare le migliaia di foto delle ragazze e dei ragazzi che nei giorni del terrore furono presi all'uscita di scuola o per strada da un auto scura e senza targa, portati alla Scuola Militare o al Garage Olimpo, torturati e uccisi oppure narcotizzati, fatti salire su un aereo militare e gettati ancora vivi nell'oceano.

Sono tante tantissime queste foto. Mi guardano con visi luminosi e sorridenti. In quegli anni avevo la loro stessa età. Anch'io volevo cambiare il mondo. Per fortuna vivevo in un paese dove, anche con i tanti Licio Gelli, la democrazia riusciva a resistere anche alle trame più oscure.

Mi perdo a leggere i nomi di origine italiana e cammino con loro verso Plaza de Mayo. Come sempre improvvisano un piccolo comizio sullo scalino del monumento della piazza che guarda la Casa Rosada. Parlano di temi attuali per l'Argentina : la crisi economica e i rapporti con il Fondo Monetario Internazionale, l'elezione di Obama, lo stato dei processi che riguardano i responsabili della dittatura e le nuove responsabilità che vengono accertate.

Ogni giovedì, insomma, le madri fanno il punto sulla politica argentina, e non solo su essa. Ho l'impressione che questo appuntamento settimanale sia seguito con una certa attenzione dalla stampa e dall'opinione pubblica di questo paese.

Mi attardo, in fondo al corteo, a parlare con una Madre di origine italiana. Mi viene da chiederle per quante settimane ancora sfileranno in Plaza De Mayo. La risposta è decisa, viene con voce ferma e mi fa salire un groppo alla gola: "Sarà per sempre, per tutta la vita, basta che viva una sola madre, e lei marcerà".