lunedì 15 giugno 2009

Perù: Salviamo l'Amazzonia!




Il governo del Perù si sta scontrando violentemente con i gruppi indigeni che protestano per la rapida devastazione della foresta pluviale amazzonica da parte di compagnie estrattive, petrolifere e di disboscamento. La foresta è un tesoro mondiale – sosteniamo i protestanti e firmiamo la petizione al Presidente Garcia per fermare la violenza e salvare l’Amazzonia:

Firma la petizione Il Governo peruviano ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo alle compagnie estrattive e di coltivazione su larga scala di distruggere rapidamente la loro foresta pluviale amazzonica.Le popolazioni indigene hanno protestato pacificamente per due mesi chiedendo di poter esprimere legittimamente i propri pareri nei decreti che contribuiranno alla devastazione dell’ecologia e delle popolazioni amazzoniche, e che saranno disastrosi per il clima globale. Ma lo scorso fine settimana il Presidente Garcia ha risposto: inviando forze speciali per sopprimere le proteste in scontri violenti e bollando i protestanti come terroristi.Questi gruppi indigeni sono sulla linea del fronte nella lotta per proteggere la nostra terra - Appoggiamoli ed appelliamoci al Presidente Alan Garcia (che è notoriamente sensibile alla propria reputazione internazionale) affiché fermi immediatamente la violenza e si apra al dialogo. Clicca in basso per firmare l’urgente petizione globale ed un preminente politico latino americano molto rispettato la consegnerà al Governo per nostro conto. http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492 Più del 70 per cento dell’Amazzonia peruviana adesso è pronta per essere afferrata. I giganti del petrolio e del gas, come la compagnia anglo-francese Perenco e le nord-americane ConocoPhillips e Talisman Energy, hanno già impegnato investimenti multimiliardari nella regione. Queste industrie estrattive hanno un record molto basso di benefici apportati alla popolazione locale e nella preservazione dell’ambiente nei paesi in via di sviluppo – motivo per il quale i gruppi indigeni stanno chiedendo il diritto di consultazione sulle nuove leggi, riconosciuto a livello internazionale. Per decenni il mondo e le popolazioni indigene hanno assistito a come le industrie estrattive devastassero la foresta pluviale che è dimora per alcuni ed un tesoro vitale per tutti noi (alcuni climatologi chiamano l’Amazzonia "i polmoni del pianeta" – che inspira le emissioni di carbonio che provocano il surriscaldamento globale e restituisce ossigeno). Le proteste in Perù sono le più forti e disperate mai espresse, non possiamo permettere che falliscano. Firma la petizione, ed incoraggia i tuoi amici e familiari ad unirsi a noi, così che possiamo aiutarele popolazioni indigene del Perù ad ottenere giustizia e prevenire ulteriori atti di violenza da parte di tutti.http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492

giovedì 11 giugno 2009

vent'anni dalla caduta del muro di berlino


BERLINO.
IL MURO DENTRO DI ME

Quando fui a Berlino la prima volta, quarant’anni fa, alcuni anni dopo la costruzione del muro, la cosa che ricordo meglio è la stazione di Friedrich Strasse.
Entrai nella Repubblica Democratica Tedesca da questo posto di frontiera dove a pochi passi i potenti riflettori illuminavano le torrette con le guardiole dei “vopos,” come venivano chiamati i guardiani del muro. Mi colpirono subito le caratteristiche della costruzione.
Il muro, in quel punto, non era una semplice recinzione di cemento armato ma una struttura complessa attraversata da diverse sezioni, ognuna di esse funzionale a scongiurare e reprimere tentativi di fuga. I muri in realtà erano due e tra l’uno e l’altro si metteva in campo una serie di espedienti repressivi ingegnosi e complementari tra di loro.
Il muro di cemento armato, che guardava ad Ovest, era di un colore molto chiaro per mostrare meglio il profilo dei fuggiaschi ed era sormontato da un tubo di cemento per impedire di arrampicarsi. Venivano poi vari fossati e fili spinati con allarmi ottici e sonori.
Una pista era destinata allo scorrimento dei guardiani e una a quello dei cani da guardia, con un lungo guinzaglio che scorre su appositi binari
L’ultima striscia, prima del muro della parte ad est, era una sorta di campo con punte di acciaio conficcate nel terreno, i berlinesi chiamavano questo spazio con un nome bizzarro: “erba di Stalin.”
La frontiera fa sempre un certo effetto. La frontiera è tante cose insieme : paura e inquietudine, ti divide a metà, chiude una porta e ne apre un’altra. Cosi ricordo quella frontiera che divideva il cielo di Berlino. Un tavolo di una stanza grigia, con uniformi grigie sotto uno striscione rosso che ti dava il benvenuto.
Per il resto ho un ricordo meno nitido.
Forse eravamo nell’agosto del 1966. In Italia stava muovendo i primi e incerti passi il movimento studentesco.
In quel periodo ero alle prese con il mio nuovo incarico di segretario provinciale dei giovani comunisti.
Fu proprio grazie a quell’incarico che mi arrivò il viaggio premio con il soggiorno di quindici giorni in una località del Baltico.
Ma il punto della mia riflessione non può essere questo.
Ci vuole più coraggio, è inutile girarci attorno e descrivere da osservatore neutrale un fatto storico che si piazzava come un macigno nella strada della mia formazione politica.
Ripensando a quella sera in treno nella stazione di Berlino vorrei ritrovare il mio stato d’animo di allora. Cosa provavo?
Provai un senso di sgomento? Mi chiesi se tutto ciò era giusto?
Insomma, quali domande mi sono fatto e soprattutto quali risposte mi sono dato?
Quello che è certo non iniziai allora un viaggio critico nella mia coscienza.
Oh, no, io credevo ancora in quei paesi.
In quei tempi ero ancora cieco e giustificavo tutto quello che vedevo e quello che non volevo vedere.
Provavo a seguire un ragionamento nella mia testa che ,più o meno, si svolgeva cosi : la fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazismo, aveva lasciato il posto alla guerra fredda. Il tentativo di isolare l’Unione Sovietica passava dalla destabilizzazione dei paesi socialisti e dal tentativo di stroncare le economie delle giovani democrazie popolari dell’Europa dell’Est.
Ho sempre avuto il sospetto che questa mia resistenza alla verità fosse anche suggerita dalla mia condizione di giovane e promettente dirigente comunista. Ma questo è quello che mi fa stare peggio.
Il muro era anche dentro di me e anche io avevo diviso il cuore dalla ragione.