giovedì 13 settembre 2012

SOLO AL POLO SUD





Il 19 Ottobre 2012 presenterò Antartide nella "Libreria Del Mare" di Palermo
Per questa occasione ripropongo ai miei amici viaggiatori della Sicilia una 
bella recensione di Augusto Guidi







Eccolo il Polo Sud, altrimenti detto Antartide. E “Antartide. Perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo” è appunto, il titolo de suo libro di viaggi nel continente estremo, ora in libreria. Cento pagine nelle quali l’autore racconta il suo lungo, lento avvicinamento al continente di giaccio che gli si annuncia come “una linea infinita di tessuto bianco immacolato”. Quella “linea d’ombra” che arriva attraverso i sogni, i ricordi, le emozioni di un vecchio ragazzo che, come il protagonista del famoso racconto di Conrad “... avverte di dover lasciare alle spalle le ragioni della prima gioventù ...”.
Eppure, l’autore ha ben altre età rispetto al giovane ufficiale conradiano. Quello che sorprende nel libro di Tito Barbini è il fresco ed intatto incantamento dei giovani che consente di vedere le cose come se fossero state create in quel momento: proprio per noi. E, ancora, la febbrile inquietudine dell’attesa, poi disciolta nel ritmo del viaggio e nel flusso ininterrotto di immagini e pensieri. In maniera struggente, in queste pagine,  sembra che il tempo si sia effettivamente fermato alla fatata età dell’infanzia e dell’adolescenza  e resti intatta la voglia di vedere cose nuove e di perdersi in un luogo estremo, di sperimentare in profondità gli impalpabili fantasmi della solitudine, unica e ineluttabile condizione per fare i conti con sé stesso e comprendere il senso della propria vita. La prima metà del libro, scandita nelle tappe del lungo viaggio, si intreccia senza soste nel percorso a ritroso tra le ormai inafferrabili ombre del passato. Quasi che al succedersi di paesaggi e cose sempre nuove si sovrapponessero la lontana realtà della piccola città natale, il calore della famiglia, le passioni e le illusioni della politica. Qui tornano, come nel precedente libro di Tito Barbini, ma forse in forma più sofferta e compiuta, i ricordi del babbo, la delicata immagine della sorella Gimma, la scoperta del mondo sulla grande carta geografica De Agostini dell’aula scolastica e sul piccolo mappamondo con la luce dentro. Intanto la Patagonia, Punta Arenas e Ushuaia, le città più meridionali del mondo, Capo Horn e le sue tempeste, lo stretto di Drake, le guizzanti balenottere, sempre più giù verso il limite estremo della terra in un viaggio che diventa realmente un rito iniziatico, ricco di attesa e di mistero. Infine, a bordo di quel curioso rompighiaccio ex sovietico, incongruo ma sottilmente evocativo residuo del passato, quella linea che preannuncia l’Antartide. I colori del cielo, il lento navigare dei giganteschi icebergs, le lontane vette innevate e, su tutto, l’immane profondissimo silenzio di un mondo intero inesplorato, eguale a se stesso da millenni. Non deve essere stato certamente facile descrivere quei luoghi. Tito Barbini ci è riuscito con grazia, senza indulgere agli stereotipi di una facile letteratura di consumo, rifuggendo da molesti punti esclamativi, portandoci con sé e restituendoci con grande pudore, oltre ai colori e ai profili sconosciuti di una natura estrema, la verità di un viaggio interiore e di una esperienza alla maggior parte di noi negata, per tutti irripetibile. Una Antartide, quella di Tito Barbini, misteriosa e fantastica, quasi inesprimibile, ma anche una Antartide vicinissima a tutti noi, umana e familiare direi, quanto le ragioni del cuore e le urgenze del ricordo.





sabato 8 settembre 2012

lenuvolenonchiedonopermesso: C'è sempre un luogo che ti aspetta

lenuvolenonchiedonopermesso: C'è sempre un luogo che ti aspetta: Con lo sguardo che rivolgo alla mia piccola città abbraccio anche lo sguardo sui viaggi lontani della mia infanzia. Cosi lo...

C'è sempre un luogo che ti aspetta


Con lo sguardo che rivolgo alla mia piccola città abbraccio anche lo sguardo sui viaggi lontani della mia infanzia. Cosi lontana ma anche cosi vicina.  Vicina anche alla lontananza dei miei viaggi di oggi.  Il viaggio che ho intrapreso verso casa mi fa sentire a mio agio nell’aver prima compiuto altri viaggi lontani.  Le desolate lande della Terra del Fuoco o il continente Antartico si ripropongono dentro di me e si candidano ad riaccompagnarmi alla mia infanzia.  Con lo scambio dei viaggi il processo di invecchiamento della mente e dei ricordi si è come interrotto per un attimo.  Appunto, si è spezzato qualcosa nel conto del tempo.
Cosa cerco? Tutta la mia infanzia e la mia adolescenza.  Ma non solo.
 Camminare infatti per queste strade sembra una cosa nuova. Il mio sguardo cerca di cogliere forme e colori, angoli e spazi, che dovrebbero essermi già stati noti.  Non so come dirlo ma assomiglia molto a un gioco a nascondino con la nostalgia. La nostalgia che si risveglia con i ricordi.
Mi consegno alla città con tutto il mio stupore.  Alle volte penso che non avrò materiale a sufficienza per un racconto di un altro viaggio. Intendo qualcosa che avrebbe potuto meritare l’attenzione di coloro che mi hanno seguito in tutti gli altri viaggi. Succede che questo mio nuovo racconto si deve materializzare all’interno di una ambientazione  completamente diversa da tutte le altre.
Ad esempio, dare armonia cronologica al mio racconto sarà del tutto impossibile. I fatti, le persone , sono certo affidabili nella mia memoria, ma non è affidabile la collocazione nel tempo e il contesto preciso.  Ho dovuto ricorrere spesso all’aiuto di vecchi articoli di cronaca o appunti che ho scritto nel corso della mia vita.
Tabucchi diceva spesso che c’era sempre un luogo ad aspettarci.  Potrei dire che i luoghi sono sempre gli stessi. Forse cambia l’arredo. Anche i colori si rinnovano. Arredo urbano, lo chiamano oggi. Prendiamo a esempio quella che io considero la parte più bella della mia piccola città.
Dunque,  quello sul paesaggio è un discorso che devo fare ogni volta. Almeno quello che per me significa.
Cos’è il paesaggio?  Quante volte me lo sono chiesto ogni volta che rimanevo incantato dal fondale  che si svolgeva al mio sguardo.  Tanto più me lo chiedo ora qui, dove ho vissuto la mia infanzia e la mia adolescenza.  Non sono cosi stupido da non capire che la risposta è diversa per ognuno di noi. Perché è abbastanza chiaro che il paesaggio è sempre anche un fatto interiore , una dimensione immateriale, spesso legata all’infanzia , magari segnata dall’apparenza di un ricordo.
Sono anche convinto che questa sia la ragione per cui tante volte, nell’età adulta, una certa delusione aspetta chi prova a ritrovare nel paesaggio reale i suoi ricordi lontani.  Dipende da quello che chiamiamo lo stato d’animo di quel momento, gli occhi che guardano il paesaggio insieme ai propri pensieri. Capita che tutto si perda nel nulla , o nell’assenza del tutto , tutto si scontorna e smarrisce nel gioco mutevole dei colori, delle luci, dei riflessi.
Quello che ho davanti non è un paesaggio naturale.  Forse solo in Antartide o nei grandi deserti c’è ancora un paesaggio naturale.