martedì 23 dicembre 2008

ALLA FINE DEL MONDO




Eccola la Terra del Fuoco, l’ultimo lembo di mondo abitato prima della bianca solitudine dell’Antartide. Un nome strano, vero?
Sembra che questo nome venga direttamente da Magellano che attraversando lo stretto che porterà il suo nome vide delle colonne di fumo provenire dagli accampamenti degli indios Yamana. Decise di chiamarla Terra del Fumo ma qualche tempo dopo un re spagnolo pensò che dove c’è il fumo non manca il fuoco e allora la ribattezzò Terra del Fuoco. Altri sostengono che la regione abbia preso il nome dal colore rosso delle sue montagne.
Quello che mi sembra certo che da queste parti le cose si chiamano in modo diverso da quello che sono veramente. Terra del fuoco per indicare una terra ghiacciata e spazzata dai gelidi venti antartici, oceano Pacifico per indicare un mare che pacifico non è quasi mai, Capo Horn, il mitico tratto di mare dalle mille tempeste e dai mille naufragi che prende il nome da una piccolissima e tranquilla cittadina di immobile mare olandese perché olandese era il capitano della nave che gli diede il nome.
Mi chiedo se questa faccenda dei nomi possa valere anche per Arezzo. Non mi riferisco naturalmente alla sua toponomastica, ma per esempio al mondo della sua politica, peraltro, temo non molto diverso da quello di tante altre città. Quante parole si usano a sproposito, quante parole diventano ora involucri vuoti ora contenitori di significati esattamente agli antipodi di quanto si intende. Ci sono parole che sono delle sorte di passe-partout, buone per tutte le stagioni e tutti gli orientamenti politici, parole che sembrano giustificarsi per se stesse e che comunque ci devono essere sempre e comunque: parole come sviluppo, come legalità, come democrazia, su cui tutti sono d'accordo, ma a cui poi, per non farle suonare vuote, bisognerebbe attaccare qualche altro concetto. Per dire, c'è sviluppo e sviluppo: e credo che ad Arezzo questo si sia dovuto imparare anche dal punto di vista delle grandi questioni urbanistiche e strutturali.
La capitale, si fa per dire, della Terra del Fuoco è Ushuaia. La città più australe del mondo. Non ci crederete ma, anche questa volta, ho incontrato un gruppo di aretini in vacanza. Ed è sempre un'emozione, ritrovarsi un pezzo di casa in una terra così lontana.
Ormai è di moda andare a Ushuaia farsi fotografare sotto il cartello con la scritta “fin del mundo” e tornare nella nave da crociera o negli alberghi a quattro stelle. Ormai non c’è pacchetto turistico in America Latina che non preveda un salto a Ushuaia. Peccato che anche qui prevalga questa mania del “mordi e fuggi”.
Eppure è una città che ha un grande fascino. I dintorni sono il luogo ideale per esplorare parchi e sentieri non battuti lungo la cordigliera andina, oppure per fare un giro in barca e ammirare ovunque leoni marini, cormorani, elefanti marini e pinguini in piena libertà. E poi c’è da vedere il Bagno Penale.
Quello che è stato una delle carceri più famose e dure del mondo oggi è un museo marittimo. Nelle piccole celle dei terribili bracci gelati si possono trovare le storie maledette di alcuni galeotti celebri per le loro gesta criminali tra cui alcuni italiani. Nel bagno penale soggiornarono anche prigionieri politici relegati alla fine del mondo da governi illiberali e dalle dittature che hanno, in fasi alterne, segnato l’Argentina.
Ma la cosa che incuriosisce di più e che notano in pochi è la Capsula del Tempo. E’ una strana piramide collocata nella piazzetta davanti al porto e proprio davanti alla Oficina Antartica, il posto dove si compra il biglietto per andare con il rompighiaccio in Antartide.
Questa piramide in cemento armato contiene sei dischi video laser e le copie delle trasmissioni televisive del 1992 e non sarà aperta che nel 2492. Il tutto, presumo, destinato agli abitanti del futuro perché sappiano come si viveva cinquecento anni prima.
Chissà, sempre se il pianeta sarà ancora abitato e avrà resistito allo scioglimento dei ghiacci cosa diranno le future generazioni. Sicuramente si faranno un sacco di risate.
E l'indolenza di questo pomeriggio alla “fine del mondo” mi porta davvero lontano con le mie fantasie. Ancora una volta l'immaginazione mi riporta a casa, a quindicimila chilometri di distanza. E penso a una Capsula del Tempo ad Arezzo: chissà, magari potrebbe contenere i telegiornali delle nostre emittenti locali, i microfilm delle pagine di cronaca dei nostri giornali. Raccogliere insomma tutti i litigi, le polemiche, le proposte, le affermazioni e le smentite di questi nostri giorni, nell'anno di grazia 2008.

E non dico di tenere tutto sigillato per mezzo millennio. Mi sa che basterebbe anche molto meno, magari un solo secolo. E sarebbe davvero divertente poter sapere oggi cosa di noi penseranno i nostri posteri. Cosa di tutto questo che a noi oggi sembra così importante, decisivo, irrinunciabile.


(tito barbini , Corriere di Arezzo Sabato 20 Dicembre 2008)

martedì 9 dicembre 2008

Dalla Patagonia


UNITED COLORS E INDIANI MAPUCHE

Ancora una volta scrivo queste righe da molto lontano. Sto scendendo il grande continente americano, puntando verso sud, verso le terre che mi piace considerare alla fine del mondo. Scrivo in un momento di sosta in questo mio cammino sulla Carrettera australe, questa interminabile striscia di asfalto ricca di infiniti colori e odori. Il vento del Pacifico si infrange sulle Ande e avvolge tutto quello che incontra. E' una sensazione bellissima.
Però più mi perdo in queste emozioni e più torno a riflettere sulle infinite relazioni che uniscono terre e realtà del mondo. E c'è sempre qualcosa che, sia più o meno visibile, più o meno scontato, mi riporta comunque all'Italia.
Per esempio, questa. Nel mio primo viaggio nella Patagonia cilena e argentina ho avuto la fortuna di conoscere alcuni membri della comunità Mapuche.
Avevo letto da qualche parte che almeno cinquemila comunità indigene rischiano di scomparire con le loro identità culturali e le loro conoscenze. Sapevo degli Adivasi in India o dei Pigmei in Africa, dei popoli siberiani in Russia e, naturalmente, degli indiani d’America. Però non conoscevo la realtà dei Mapuche: un popolo che conta un milione di persone in Cile e forse un altro mezzo milione in Argentina.
E cosi ogni volto che torno in Patagonia mi fermo a Esquel, nella provincia del Chubut, per incontrare Rosa e Attilio Curinonco. La loro storia è straordinaria, vale la pena di raccontarla.
Va subito detto che i Mapuche sono i più poveri ed emarginati tra quanti vivono in Argentina. Da molti anni conducono una lotta e una sacrosanta protesta contro alcune multinazionali. In cima alla lista c’è la United Colors di Luciano Benetton. Le accuse che i Mapuche rivolgono al marchio italiano sono pesanti. Benetton ha acquistato dai governi dell’Argentina e del Cile centinaia di migliaia di ettari, forse un milione, di terra.
Per gli indios sono i luoghi dove sono vissuti e morti i loro antenati, ma oggi, su questo grande latifondo, pascolano più di mezzo milione di pecore della famiglia Benetton. Oggi i Mapuche, che in queste terre hanno sempre vissuto di pastorizia, non possono più disporre né dei pascoli né dell’acqua. Cancelli e recinti sono ormai ovunque. E se trovano lavoro negli allevamenti il minimo che si possa dire è che è sono sottopagati.
Un discorso a parte meriterebbero altre multinazionali, come la Shell e la Mitsubischi, pure loro presenti con ambiziosi progetti di sfruttamento energetico.
In una sola di queste valli, quella del Bio Bio, saranno cancellati migliaia di ettari di foreste e costruite sei nuove centrali. Per alimentarle sarà innalzata una grande diga, che molti scienziati reputano una bomba ecologica, piazzata proprio al centro di uno degli ecosistemi più ricchi dell’America meridionale. Pensare che questi boschi di auracaria sono il regno di innumerevoli specie protette. Puma, gatti selvatici, uccelli rapaci, qui hanno vissuto al riparo dall’avidità e dalla capacità distruttiva dell’uomo.
Cosa succederà domani? Per i Mapuche la risposta è semplice: tutto questo produrrà una ulteriore frattura nel rapporto ancestrale con il loro territorio.
Ma torniamo alla famiglia Curinonco e al loro rapporto con Benetton.
La storia prende lo spunto da una strana sentenza emessa da Tribunale della provincia di Chubut, in Patagonia. Le parti in causa erano il cittadino italiano Luciano Benetton e i coniugi mapuche Attilio e Rosa Curinonco. Il tribunale, era prevedibile, ha dato ragione al primo.
La “ragione” di chi è più potente ha prevalso sulle ragioni di indigeni che, pur senza lo straccio di un documento, rivendicavano il piccolo pezzo di terra dei loro padri da cui erano stati cacciati. Oggi, a distanza di più di quattro anni dopo lo sfratto, quella terra è ancora disabitata e inutilizzata.
Sfrattati dalla loro terra ,sradicati e soli, i coniugi Curinonco continuano a chiedere giustizia. Attendono ancora che qualcuno li ascolti.
C'è anche un pezzo di Italia, anche in questa storia. E noi cosa possiamo fare, per i mapuche?


(Tito Barbini Corriere di Arezzo Sabato 6 Dicembre 2008)



domenica 23 novembre 2008

Di nuovo in Patagonia e nella Terra del Fuego


Cari amici,


sono in viaggio. Sto attraversando la cordigliera andina nella parte centrale della Patagonia. Un viaggio difficile ma bellissimo. Quando tornerò, a fine Gennaio 2009, aggiornerò il blog e inserirò le nuove fotografie. Intanto Buon Natale e buon Anno a tutti.


Tito

mercoledì 5 novembre 2008




Cari amici,
La vittoria di Obama potrebbe essere un nuovo inizio per le relazioni fra gli Usa ed il mondo. Mandiamo un messaggio globale di speranza, ed un invito a lavorare insieme, al nuovo Presidente – sarà messo su un muro gigantesco a Washington:
Agisci Ora
Dopo 8 lunghi anni di Bush – un nuovo inizio! Gli interessi costituiti sono ancora lì, ma la vittoria di Obama porta per gli Usa la opportunità di unirsi finalmente alla comunità mondiale per occuparsi delle sfide urgenti sui cambiamenti climatici, i diritti umani e la pace. Dopo anni, anche decenni, di sfiducia, cogliamo questo momento di unità, riconciliazione e speranza per inviare un messaggio di calorose congratulazioni ed un invito a lavorare insieme al nuovo Presidente degli Americani. Abbiamo costruito un gigantesco muro vicino alla Casa Bianca a Washington, dove il numero di firme sotto al nostro messaggio ed i messaggi personali da tutto il mondo cresceranno nelle prossime ore. Abbiamo anche chiesto ad Obama di ricevere personalmente la nostra petizione da un gruppo di membri di Avaaz. Raggiungiamo 1 milione di firme e messaggi per Obama! Firma il link qui sotto e gira questa mail ad altri: http://www.avaaz.org/it/million_messages_to_obama/?cl=143271668&v=2378
Questo è un momento di festa per la democrazia, ma gli squali stanno già girando in tondo – compagnie petrolifere, costruttori di armi, lobbisti conservatori, e la potente cricca neo-con che ci ha regalato la guerra in Iraq stanno già pressando furiosamente per affievolire le possibilità di cambiamento. Obama ha promesso unità nazionale, e questi interessi chiederanno un alto prezzo per quella unità. Agiamo rapidamente per fare in modo che le genti del mondo siano ascoltate, ora che Obama si troverà di fronte a scelte cruciali nei prossimi giorni su come mantener fede alle sue promesse elettorali per assicurare un trattato globale robusto sul clima, abolire la tortura e chiudere la prigione di Guantanamo, ritirarsi con prudenza dall’Iraq e raddoppiare gli aiuti per far passare alla storia la povertà nel mondo. Di rado abbiamo avuto maggiori chance di essere ascoltati da un Presidente Usa. Faremo notare che sulle tematiche più urgenti che si trovano ad affrontare Obama ed il popolo Americano – dalla crisi finanziaria ai cambiamenti climatici -- abbiamo bisogno di lavorare assieme come un mondo unito, per ottenere il cambiamento. Firma sotto e inoltra questo messaggio: email a obamawall@avaaz.org
Ed ecco la lista di 10 promesse fatte in campagna elettorale da Obama che riguardano il mondo intero:
Ridurre le emissioni di anidride carbonica degli Usa dell’80% entro il 2050 e svolgere un ruolo forte e positivo nel negoziare un trattato vincolante per rimpiazzare il Protocollo di Kyoto in scadenza
Ritirare le truppe dall’Iraq entro 16 mesi, senza mantenere basi permanenti nel paese
Stabilire l’obiettivo chiaro di eliminare le armi nucleari dal pianeta
Chiudere il centro detentivo di Guantanamo Bay
Raddoppiare gli aiuti Usa per dimezzare la povertà estrema entro il 2015 ed accelerare la lotta a Aids/Hiv, tubercolosi e malaria
Aprire relazioni diplomatiche con paesi come Iran e Siria, per perseguire la pacifica risoluzione delle tensioni
De-politicizzare i servizi segreti in modo che non si ripetano mai più manipolazioni come quelle che hanno spinto gli Usa in Iraq
Lanciare uno sforzo diplomatico all’altezza di fermare le stragi in Darfur
Accettare di negoziare solo nuovi accordi commerciali che contengano protezioni ambientali e del lavoro
Investire 150 miliardi di dollari in 10 anni per supportare le energie rinnovabili e raggiungere un milione di auto elettriche in strada entro il 2015 --------------------------------------

venerdì 24 ottobre 2008

C'era una volta la casa del popolo


I VENERDI DEL GIACCO


L’altra sera sono stato invitato a presentare il mio libro e le mie foto dell'Antartide in un circolo delle Acli, nel piccolo borgo di San Giuliano. A scanso di equivoci, parlo di un'iniziativa già avvenuta. Niente a che vedere, insomma, con un tentativo di promozione di me stesso, più o meno involontario, più o meno riuscito.
Già, non voglio assolutamente parlare di me o del mio libro. Voglio invece parlare di una cosa che a me sembra originale e straordinaria nello stesso tempo. Perché ho visto un nuovo modo di stare insieme in una piccola comunità, ho visto come si può utilizzare e bene un circolo ricreativo. Un nuovo modo che, per certi versi, sa di antico, di tempi in cui eravamo poveri di altre cose ma non della possibilità di parlare, ascoltare, condividere parole.
C’eravamo abituati, nella rossa Toscana, a veder trasformate le Case del Popolo in luoghi per la tombola, quando va bene., oppure in discoteche per strip-tease con cena erotica e lap dance, quando va male.
E invece, invece non tutto è andato a finire così. I circoli possono avere e in alcuni casi hanno ancora una funzione molto importante, soprattutto in una società come la nostra dove gli spazi per la cultura e la socialità rischiano di essere strappati via dalle sempre più rapaci logiche di mercato.
E se le Case del Popolo sono rimaste orfane dei partiti, dei sindacati e delle altre organizzazioni che vi trovavano spazio e che gli davano identità può succedere che ritornino a essere il centro della vita di una comunità.
Sì, può succedere Pensate a come presentano le serate, a San Giuliano:
“Metti un circolo di paese che si ostina a non chiudere e continua a proporsi come sede d’incontri e spettacoli per tutti. Metti un nutrito gruppo di genitori che si da da fare per la propria scuola e le famiglie. Metti infine una bottega, di quelle di una volta e però moderna che da servizi, fa commercio ed è un punto di ritrovo per tutti. Cala tutto questo in una frazione di periferia, aggiungi un pizzico di voglia di reagire al tran tran quotidiano, ed ecco la ricetta per organizzare iniziative nuove e vivaci”.
Serate così le hanno chiamate i “Venerdi del Giacco” e si propongono come incontro con autori aretini e non. Con letture, video, foto, musica, e, a metà serata, un piccolo rinfresco con i dolci preparati dalle famiglie.
Il Circolo di San Giuliano – che per la verità è un circolo Acli e non una Casa del popolo - assieme al Comitato Genitori della scuola elementare “Marco Polo” e alla bottega di Giacco ci riprovano anche quest’anno. Un invito a uscire di casa ogni tanto la sera e ritrovarsi al Circolo, per incontrare ogni volta un autore, parlare di temi che ci toccano, stare tranquillamente con persone che si conoscono o si conosceranno. Con un obiettivo che mi sembra più grande di una casa da costruire sul serio: fare cultura senza annoiarsi. Niente conferenze ma confronti, non discorsi lunghi ma proiezioni, commenti, racconti.
Non riducete tutto questo a un'attività dopolavorista, a un modo per tappezzare un paese con qualche manifesto e per riempire qualche fila di sedie. Sono convinto che proprio iniziative come queste portino a una crescita collettiva, di identità, di cultura, nel modo di passare il tempo libero.
Bisogna tornare a considerare la comunità locale come una possibilità di identità molto importante. La comunità come luogo, come contesto culturale e umano che è sinonimo del buon vivere, delle tradizioni, della solidarietà e prima ancora del dialogo.
Ecco, per tutto questo voglio ringraziare la comunità di San Giuliano e insieme lanciare un grido d’allarme.
Cosa intendiamo fare del patrimonio culturale, prima ancora che immobiliare, dei circoli nel nostro territorio?
A San Giuliano ma anche in altre città a noi vicine come Grosseto e Siena esistono spazi polivalenti a disposizione delle nostre comunità. In alcune strutture la forza e l'intelligenza del volontariato, della passione civile, hanno riportato importanti funzioni sociali. Ci sono doposcuola, asili autogestiti dai genitori , corsi di lingue per stranieri, corsi di teatro che hanno trovato stanze per le loro prove, ci sono caffè letterari, angoli dell’avventura e del viaggio, spazi musicali, gallerie che ospitano l'espressioni creative di giovani e di anziani.
Tutto questo è un patrimonio straordinario. Un'eredità che arriva dal nostro passato e che dobbiamo consegnare al futuro. Non dissipiamolo. Facciamo in modo che si riempia ancora in più di vita.
(Corriere di Arezzo Sabato 18 ottobre 2008) nella foto: volontari costruiscono una casa del popolo nel 1957.

domenica 12 ottobre 2008

Caduti dal Muro



Oggi con Paolo Ciampi abbiamo firmato il contratto per il nostro nuovo libro. Sarà nelle librerie a Febbraio edito dalla prestigiosa Casa Editrice Vallecchi. Lo abbiamo scritto a due mani e raccoglie le emozioni di due anni di viaggi.
Nel 2009 saranno esattamente 20 anni e sotto quel Muro, che si sbriciolava sotto i colpi di piccone, spariva il mondo che aveva creduto nel socialismo e nella sua realizzazione. Finiva un impero che da Berlino arrivava fino alle sponde del Pacifico, tramontava di colpo il “sole dell'avvenire”, cambiavano all'improvviso mappe geografiche, bandiere, nomenclature. E ora, 20 anni più tardi, cosa ne è stato di quei paesi su cui un tempo regnava la falce e martello? Per capirlo niente di meglio che un viaggio lento attraverso l'altra metà del pianeta, zaino in spalla e un treno dietro l'altro per attraversare le sterminate distese di due continenti, tra miserie e splendori, delusioni e incanti. Un viaggio dall'Europa orientale alla Russia, dalla Cina fino al Vietnam, alla Cambogia e al Tibet, che è anche un viaggio nel tempo, nella memoria, nell'esperienza di chi, in Italia, ha coltivato il sogno della rivoluzione e poi se l'è sentito scivolare tra le mani. Per diventare poi confessione e dialogo tra due scrittori divisi dall'anagrafe e dalle parabole della politica – uno che ha creduto fino in fondo nelle possibilità della politica e perfino nella forza dell'utopia, l'altro che ha trovato ben poco a cui aggrapparsi – ma che riescono a ritrovarsi insieme: con ironia e leggerezza, come se da tante macerie potesse di nuovo spuntare un'altra speranza, fosse pure solo un altro viaggio, un altro orizzonte che si schiude.

sabato 27 settembre 2008

anniversario per un amico


Conosci Victor Jara?

Ricorre in questo settembre l’anniversario della morte di Victor Jara. Vorrei ricordarlo cosi:
“ Raccolgo questi appunti nel treno che, nella notte, da Santiago mi porterà nella regione dei laghi patagonici e da lì all’isola di Chiloè . Un pensiero continua a insistere nella mia testa: devo scrivere di Victor Jara!
Ieri ho cercato la sua tomba nel grande cimitero della gente comune in cui è stato sepolto a Santiago. Non riuscivo a trovarla: ho camminato per ore. Non ho mollato. Sapevo che era lì: e il mio ultimo garofano rosso doveva essere per Victor. Alla fine un operaio che stava raccogliendo erbacce e fiori secchi ha avuto pietà di me. Mi ha indicato un piccolo forno: uguale a migliaia di altri, non fosse per i fiori che lo ricoprono.
Sì, devo scrivere di questo cantante poeta che con Violeta Parra e gli Inti Illimani ha cantato il Cile dei minatori e dei campesinos. Nato da una famiglia contadina del sud, Victor Jara viene presto abbandonato dal padre. Sua madre, Amanda, lo dovrà crescere da sola, assieme ai fratelli e alle sorelle. E’ una donna molto forte. Ed è una cantante: lei stessa insegnerà a cantare e suonare la chitarra al figlio.
La mattina dell’11 settembre 1973 Victor è all’università tecnica statale, dove ha in programma un concerto. E’ qui che ascolta alla radio le ultime parole che Salvador Allende rivolge ai cileni dalla Moneda bombardata.
E’ il colpo di stato.
E ora i militari hanno circondato l’Università. Victor è nell’aula magna e continua a suonare anche quando i golpisti fanno irruzione. Lo portano allo stadio nazionale del Cile e viene seviziato. Lo assassinano a colpi di pistola il 16 settembre, pochi giorni prima del suo quarantunesimo anno. Il suo corpo, denudato, sarà ritrovato in un sotterraneo. Senza uno straccio e senza mani: quelle mani che al suono della chitarra avevano donato al mondo tante splendide canzoni.
Toccherà alla moglie di Victor, Joan, riconoscere quel corpo. Momenti terribili che ci racconterà in questo modo:
“ In un lungo corridoio ho trovato il corpo di Victor in una fila di settanta cadaveri. La maggior parte erano giovani e tutti mostravano segni di violenza e di ferite da proiettile. Quello di Victor era il più contorto. Aveva i pantaloni attorcigliati alle caviglie, la camicia rimboccata, le mutande ridotte a strisce dalle coltellate, il corpo nudo pieno di piccoli fori. Le mani pendevano con una strana angolatura e distorte. Aveva una espressione di grande forza , di sfida, gli occhi aperti.”
Prima di partire per il sud, sono andato a vederlo, lo Stadio nazionale del Cile. Oggi porta il nome di Victor Jara. Su un muro ho letto l’ultima canzone che Victor ha composto prima di morire nello stadio trasformato in lager.
Finisce cosi:
Canto che cattivo sapore hai
quando devo cantar la paura.
Paura come quella che vivo,
come quella che muoio, paura,
di vedermi fra tanti e tanti
momenti di infinito
in cui il silenzio e il grido
sono i fini di questo canto.
Ciò che ho sentito e quello che sento
Fare sbocciare il momento.

mercoledì 17 settembre 2008

Ebano


Francesca, una mia carissima amica, mi ha inviato in regalo il bellissimo "Ebano" di Ryszard Kapuscinski. Un libro importante di un grande viaggiatore, curioso e acuto. Assieme a Chatwin, Terzani, Coloane è per me un punto di riferimento essenziale. Nel mio errare per il mondo e nel raccontare storie e luoghi sono loro i straordinari compagni di viaggio. A Francesca dedico questa bella poesia africana:
Parli della tua età, dei tuoi fili di seta bianca.Guarda le tue mani petali di oleandro,il tuo collo unica piega di grazia.Amo la cenere sulle tue ciglia sulle tue palpebre,i tuoi occhi d'oro opaco i tuoi occhi solesulla rugiada dorata e verde, sull'erba del mattino,i tuoi occhi a novembre come il mare all'alba intorno al castello di Gorée. Quanta forza nei loro fondali,tesori di caravelle gettati al dio d'ebano!Amo le tue giovani rughe e queste ombreche il tuo sorriso di settembre colora di rosa antico,questi fiori agli angoli degli occhi e delle labbra.
I tuoi occhi il tuo sorriso, i balsami delle tue mani il velluto il pelo del tuo corpoche da tempo m'incantano nel giardino dell'Eden donna ambigua, tutta furore e dolcezza.Ma nel cuore della stagione freddaquando le linee del tuo volto saranno più purele guance scavate, lo sguardo lontano, o mia signora,quando di solchi saranno striati,come i camopi d'inverno, la tua pelleil collo il corpo sfinito le tue sottili diafane mani,raggiungerò il tesoro della mia ritmica ricerca il sole dietro la lunga notte d'angoscia la cascata e la lenta melodia,le sorgenti mormoranti della tua anima.Vieni, la notte scende sulle terrazze bianche,e tu verrai, la luna accarezza il mare con la sua luce di cenere trasparente lontano riposano le stelle sugli abissi della notte marinae l'Isola si allunga come una via lattea.
Ascolta, lo senti? il ripetuto abbaiareche sale da Cap Manuele dal ristorante del pontile e dalla baia.Che musica strana, soave come un sognocara!!.... (Lèopold Sédar SENGHOR poeta senegalese.)

domenica 14 settembre 2008

Il luogo delle emozioni


AGRITURISMI VERI E FALSI
Ho trascorso alcuni giorni di agosto, con le mie figlie e i miei nipotini, in un agriturismo del Casentino. Un agriturismo di quelli veri, legati all’attività agricola, non uno dei tanti “abusivi” che da un pezzo stanno nascendo come funghi.
Intendiamoci, non ho nulla contro le strutture in campagna o montagna che fanno “turismo verde”: anzi, sono realtà importanti, per la nostra economia e per chi nelle nostre terre cerca ospitalità ed esperienze di soggiorno fuori dalle grandi città d'arte.
Però gli agriturismi sono una cosa ben precisa e ben definita dalla legge regionale. La stessa legge che impone alle amministrazioni comunali di vigilare, controllare e nel caso sanzionare. E va fatto tutto questo, va fatto perché altrimenti le attività abusive continueranno ad allargarsi a macchia d'olio e a pagarne le conseguenze saranno proprio gli autentici agriturismi.
Dico tutto questo perché mi ritengo un po’ responsabile degli agriturismi toscani: diversi anni fa, come assessore all’agricoltura della Toscana, sono stato proprio io a proporre la legge che ne regola l'attività.
Siamo onesti: negli ultimi anni sono proliferati i casolari o le ville in campagna dove si affittano appartamenti con piscina. E va bene. Il guaio è che su Internet o sui cartelli stradali viene indicato un agriturismo dove un agriturismo non c'è e non ci può essere.
Spesso il proprietario non lo si incontra neanche, figuriamoci mangiarci assieme i prodotti tipici dell’azienda. Di animali da cortile e nella stalla neanche l’ombra. Altro che verdure nell’orto, carne del loro maiale, vino delle loro vigne o formaggio delle loro vacche!
Insisto nel dire: ben vengano le varie forme di turismo rurale, non solo la ricettività alberghiera ma anche quella extra alberghiera, come le case per ferie, gli affittacamere, gli ostelli, i rifugi, i bed and breakfast e lr residenze d’epoca. Gli agriturismi però sono, e devono restare, un’altra cosa.
Come si riconosce un agriturismo autentico?
Un po’ possono aiutare le “certificazioni” e le tariffe economiche ma fondamentale rimane il “fattore umano” , una qualità difficile da certificare ma che è sempre possibile riconoscere.
Ad Arezzo, per esempio, si tiene ormai da diversi anni un salone nazionale sull’agriturismo: una buona occasione per prendere contatto con le aziende agricole e gli agricoltori che ospitano veri agriturismi.
Quanto alla Provincia, ma anche al comune di Arezzo, che molto hanno già fatto in questi anni, dovrebbero oggi perseguire una linea di maggiore tutela dell’agriturismo. Con una consapevolezza: che gli agricoltori che operano in attività agrituristiche rappresentano una vetrina diffusa sul territorio in cui fa bella mostra la qualità dell’ambiente e dei nostri prodotti agricoli.
Tutti coloro che vivono in questa regione e amano il paesaggio e la bellezza dei territori rurali dovrebbero essere loro riconoscenti.
La nostra provincia rappresenta una delle mete turistiche più ambite e sta crescendo la domanda di coloro che amano riscoprire la cultura, la civiltà contadina e le tradizioni delle nostre vallate. Una domanda che negli ultimi anni è cresciuta fino a livelli difficilmente immaginabili. Ed è positivo che l’agriturismo rappresenti ormai una scelta che si integra perfettamente con il turismo culturale alle città d’arte. Non è raro che i visitatori dei nostri bellissimi centri storici e dei nostri musei siano ospitati negli agriturismi delle nostre campagne.
Però bisogna ancora lavorare, bisogna ancora crescere per far avvicinare di più e meglio il nostro mondo rurale al turista. A quel turista che vuole capire il profondo legame del nostro patrimonio enogastronomico con la terra e il territorio che lo produce, che ama la cultura di una terra antica, che vuole portarsi via con sé il ricordo di un paesaggio unico, costruito dalla mano dell’uomo nel corso di tanti secoli.
Una passeggiata fino a quel vecchio borgo, una corsa a cavallo, un attimo di stupore all’interno di una chiesa o di un museo, un pranzo ricco di risate e cose buone.
Puoi passeggiare lungo bianche poderali di campagna, costeggiare in bicicletta vigneti e uliveti, frequentare corsi di cucina, andar per cantine lungo le Strade del Vino, ascoltare un concerto in una pieve.
Ecco questo è l’agriturismo, il luogo delle emozioni.
(tito barbini- corriere di arezzo- sabato 13 settembre)

giovedì 4 settembre 2008

L'albergo delle donne tristi


Se un giorno vi capitasse di andare in Cile fate un salto all'Isola di Chiloè.

Non sono,anche se lo vorrei tanto,un viaggiatore letterario , come amano definirsi Bruce Chatwin e Paul Theroux negli appunti di "Ritorno in Patagonia".
Ma sento anchio lo stimolante invito di un posto che mi racconta un libro che ho amato.
Cosi è in questi miei viaggi in America Latina, con i racconti e i romanzi di Melville,Chatwuin,Sepulveda o le poesie di Neruda.

Il romanzo di Marcela Serrano "L'albergo delle donne tristi" è un amore recente ma essenziale al mio arrivo nell'isola di Chiloe':

" l'amore è diventato un oggetto sfuggente, è l'ultimo pensiero di Floreana davanti alla scritta " benvenuti a Chiloe'.
Lo sgangherato pulmann entra in paese e Floreana guarda fuori dal finestrino,incantata dalla brillantezza dell'azzurro : si era completamente dimenticata del cielo.Scende e si sgranchisce le gambe. Sente addosso tutto il peso del viaggio, sommato al rollio del traghetto che collega Puerto Montt all'isola e all'infinita' di stradine sterrate percorse dalla corriera per raggiungere il paese in cui si trova l'albergo.
Si sente riconoscente verso la brezza leggera che le soffia via la stanchezza dal viso e pensa a quanto le sarebbe piaciuto potersi sentire sempre cosi.
Poter essere leggera."

Sono sceso anch'io dal traghetto come Floriana , la protagonista del romanzo di Marcela L'albergo delle donne tristi.
Ho cercato l'insolito albergo e credo di averlo trovato , almeno ,mi piace pensare che sia questo .
E'una casa di legno pitturata di giallo e aggrappata ad un piccolo pendio si affaccia assolata sull'oceano.
Sono andato a sedermi in un muretto li' accanto e ho pensato che se Marcela ha scelto questo posto per raccontare storie di donne comuni accomunate tutte dalla tristezza e dalle cicatrici del disamore deve esserci una ragione . Ma rimane solo sua.
Il romanzo e' dedicato alle donne .
E donne sono le creature della mitologia dell'isola di Chiloè.
Pincoya è la splendida dea della fertilita'e prosperita' che danza seducente e nuda sulle acque dell'oceano.Al termine della danza se volge lo sguardo verso il mare il futuro portera' abbondanza e amore , se invece guarda verso terra saranno guai.Poi c'è Caleuche . E' una nave fantasma piena di streghe che va sopra e sotto l'acqua ,le streghe vanno incontro agli uomini cattivi e dopo averli resi folli scompaiono nelle onde .
Racconterò un'altro giorno di quest'isola .

mercoledì 27 agosto 2008

Referendum in Bolivia : ha vinto il presidente indio




LE ANDE DI EVO

Ho letto nei giornali che Evo Morales ha vinto il referendum, a cui aveva chiamato i cittadini boliviani, per una verifica di metà legislatura. E' una buona notizia. Attraversando il grande altipiano boliviano mi è capitato due anni fa di passare per Orinaca nel distretto di Oruni dove Evo Morales presidente indio celebrava la vittoria con la sua gente nel paese in cui era nato.
Le popolazioni andine aymara e quichua come anche le restanti 28 comunità indigene minori della Bolivia salutavano con le loro canzoni e indossando i loro meravigliosi costumi questo quarantenne un po’ sorpreso di essere diventato il primo indio presidente della repubblica. E’ nato da una famiglia contadina del dipartimento di Oruro ha avuto sette fratelli ma soltanto tre sono sopavvissuti alla miseria.E’ stato alla guida del sindacato dei”cocaleros”del Chapare,movimento che si è battuto contro le multinazionali per difendere le comunità indigene e le loro risorse a partire dalle foglie di coca .
Ho avuto la sensazione che l’elezione di Evo venga vissuta come una rivoluzione e non come una svolta democratica.
La speranza di cambiamento è forte nel paese più povero del continente,una speranza attesa troppo a lungo e oggi a portata di mano.Deve lavorare molto per dare alla Bolivia la strada di un riformismo possibile .Ha bisogno per questo di alleati nella sinistra democratica del continente e soprattutto mediare un rapporto con le spinte radicali dei movimenti sociali del suo paese.Provenendo egli stesso da questi movimenti non avrà sconti ma dovrà comunque guidare le scelte non perdendo mai la bussola democratica .La garanzia della sua governabilità sarà basata nel mantenere un giusto rapporto tra i movimenti sociali i partiti e le istituzioni parlamentari mettendo in campo gli strumenti della democrazia e del consenso.
Mi accorgo,scrivendo questa nota che il mio ragionamento scivola verso le mie convinzioni riformiste che forse non si adattano alla complessità della situazione boliviana.Ma credo che i presupposti per il governo della nuova Bolivia non siano affatto facili.Nonostante questo l’elezione di Evo Morales sarà l’inizio di una nuova storia .

domenica 24 agosto 2008

Con Robert Redford a Cortona

(nella foto Redford nei panni del bandito gentiluomo Sundance Kid)

Qualche giorno fa, ospite del Tuscan Sun Festival, Robert Redford ha annunciato che nel 2009 potrebbe portare a Cortona una sezione europea del suo Sundance Film Festival, la prestigiosa manifestazione dedicata al cinema indipendente che si tiene ogni anno negli Stati Uniti, per la precisione a Park City, nell'Utah.
La notizia mi riempie di gioia almeno per quattro ragioni.
La prima è molto personale e irrilevante per voi: sono un cortonese, nato dentro le mura di questa cittadina etrusca di cui per dieci anni sono stato anche il giovane, entusiasta e impaurito sindaco. E allora come non posso emozionarmi pensando a tutto questo?
La seconda ragione è più importante della prima e si chiama Robert Redford. Un attore straordinario che abbiamo ammirato e amato in film indimenticabili, da "A piedi nudi nel parco" a "I tre giorni del Condor", da "La stangata" a "Tutti gli uomini del Presidente" e a "La mia Africa", solo per ricordare alcuni dei tanti che sono entrati nella nostra cineteca ideale. Un attore, ma poi anche un regista, di più, un autore che ha realizzato film importanti, film forti, film intrisi di sensibilità politica e civile, ma non per questo privi di spessore psicologico o di attenzione ai valori estetici.
La terza ragione riguarda la natura e il rilievo oggettivo del Sundance Film Festival e le possibili ricadute che potrà avere la sua sezione europea. In America questa straordinaria manifestazione da anni offre visibilità e prospettive a a tutti quegli attori e autori che non vogliono sottostare alle rigide logiche del mercato e dell'industria di Hollywood. Lo stesso potrebbe valere per il cinema indipendente italiano e europeo: e di questo abbiamo davvero bisogno, con la piena consapevolezza che il cinema non è solo indovinare qualche titolo che sbanca ai botteghini, no, il cinema plasma la nostra cultura, costruisce il nostro immaginario.
E allora è giusto ricordare anche che Robert Redford non ha fondato solo un festival, ma anche un'organizzazione no-profit, il Sundance Institute, che sostiene il lavoro dei cineasti indipendenti e ha così lanciato registi come Quentin Tarantino o Jim Jarmusch, per citarne solo due.
La quarta e ultima ragione di gioia è più particolare e riguarda il nome del festival: Sundance. Sundance come Sundance Kid, il bandito gentiluomo interpretato da Redford nel film "Butch Cassidy", come il personaggio a cui anch'io ho dedicato un capitolo nel mio primo libro.
Non tutti sanno che in una mattina di dicembre del 1905 mentre il vento freddo della Terra del Fuoco spazzava gli stradoni deserti di Rio Gallegos, due giovani e una ragazza ripulirono la cassaforte del Banco Inglès. Fu proprio cosi che Butch Cassidy, Sundance Kid ed Etta Place misero a segno la prima rapina a mano armata del secolo scorso in quella Patagonia in cui io ben volentieri mi sono perso più e più volte.
Venivano da rapine lontane in Texas e in Arizona e la loro era una storia d'amore e d'avventura. Benché fossero i banditi più ricercati d'America si parlò di loro come di simpatiche canaglie capaci di farsi benvolere dalla gente comune. D'altronde pare che non abbiano mai ucciso nessuno. Fui in quegli anni che la banda assunse il nome leggendario di The wild bunch: il mucchio selvaggio.
Forse è per tutto questo che Redford ha scelto questo nome per il suo festival.
Ma torniamo a noi. Torniamo a questo grande progetto per Cortona e per tutta la Toscana.
Abbiamo una sede importante che potrà accogliere degnamente il festival, cioè la fortezza del Girifalco, la bellissima struttura restaurata e recuperata ormai da molti anni che domina Cortona e la Valdichiana. E sono certo che il giovane sindaco Vignini farà l'impossibile per cogliere al volo questa occasione, sia in termini di risorse che volontà politica.
Però ne dobbiamo essere consapevoli: non basterà la volontà di Robert Redford né l'impegno dell'amministrazione comunale.
Ecco perché mi appello alla sensibilità del Presidente della Regione Claudio Martini e dell'assessore alla cultura Paolo Cocchi. Sono stato per troppi anni nel governo regionale per non sapere che un intervento deciso e risolutore da parte della Regione può, come si dice da noi, togliere il vino dai fiaschi.
Certe occasioni vanno colte, assolutamente, senza aspettare che si realizzino da sole, solo perché ci sono piovute addosso come manna dal cielo. Certe occasioni sono come un tram che passa una volta sola: o ci salti sopra quella volta o vivrai di rimpianti.


Tito Barbini ( Corriere di Arezzo 23 Agosto 2008)

martedì 19 agosto 2008

Prime pagine



Le prime pagine dei quotidiani aretini che troviamo in edicola in questi giorni di agosto colano inchiostro sulle gesta sportive degli atleti italiani alle Olimpiadi cinesi. È giusto così: lo spettacolo è straordinario, ricco di momenti belli e anche commoventi. E poi sono molti i toscani in lizza, né mancano alcuni atleti aretini, tra cui un tennista, un giocatore di pallavolo, una ginnasta e un nuotatore, mio conterraneo cortonese.
Sarà per la loro cadenza ogni quattro anni, sarà per la loro capacità di proporsi come un evento che abbraccia il mondo intero, ma delle precedenti edizioni delle Olimpiadi custodisco nel cuore immagini potenti, che difficilmente potranno essere cancellati. Anche con Pechino, sono sicuro, andrà così.
I quotidiani durano un giorno, come dice la parola stessa, mentre la gerarchia delle notizie e della percezione che ne abbiamo cambia con la velocità della luce. La presenza dei nostri atleti a Pechino resterà invece nella storia dello sport per sempre e sicuramente segnerà la vita di questi ragazzi. E poi (dico per dire) riempire le prime pagine dei giornali estivi, aumentandone la diffusione che immagino sempre critica in questa stagione, con delle belle notizie renderà più liete le nostre ferie d'agosto.
Eppure quante riflessioni, quanti turbamenti, in questi giorni. Anche quello che la festa cinese nasconde non può essere dimenticato.
Le Olimpiadi richiamano ideali di pace e fratellanza universale, eppure, nella stessa ora in cui Putin salutava festoso e sorridente le sfilate di Pechino le sue truppe invadevano la Georgia con migliaia di morti. E in Cina niente è cambiato ai diritti della democrazia, alla pena di morte, ai diritti di autodeterminazione...
Da Pechino a casa nostra. E qui almeno si è provato a parlare della tragedia che è il convitato di pietra delle gare olimpiche: il Tibet.
Comunque poco. Ad Arezzo è stata proposta una bellissima mostra sul Tibet, a San Giovanni Valdarno un bravo sindaco ha organizzato alcune giornate dedicate al popolo del Tetto del Mondo. Alcuni giovani di una associazione non violenta hanno issato uno striscione in un cavalcavia.
Nulla di più. Non una parola dalle forze politiche tradizionali e poco spazio nei mezzi d'informazione. Diciamocelo: potevamo fare di più.
Da parte mia, voglio seguire i nostri successi alle Olimpiadi, ma voglio anche gridare forte cosa penso sul regime cinese. Perché è così: la gioia per questo grande evento sportivo è offuscata dallo scempio che viene fatto di ogni diritto
Ancora oggi chi dissente viene arrestato. Ancora oggi non ci sono speranze per il popolo tibetano. Ricordiamocene quando in questi giorni festeggeremo un podio o applaudiremo un'impresa sportiva, meravigliandoci dello spettacolo straordinario che ci hanno predisposto i signori di Pechino.


(Tito Barbini) Corriere di Arezzo Venerdi 15 Agosto


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giovedì 7 agosto 2008

viva la rivoluzione, la rivoluzione è morta




Cominciano oggi i giochi olimpici. La gioia per questo grande evento sportivo viene offuscata dal ricordo che accompagna il mio viaggio nell'agosto del 2006.

Soprattutto i giorni trascorsi a Pechino, sotto una cappa di caldo e di smog, la noia e la delusione, mi indussero a pensieri fantastici che ritrovo nella mia moleskine. Vorrei essere vissuto al tempo del viaggio di Marco Polo quando la Cina offriva tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora clonato e contaminato, scrigni magici e città proibite.
In questo viaggio ho incontrato un paese sovraeccitato che sta affondando nella sua stessa crescita.
E’ semplice e non trovo altre parole per dirlo: un paese senza valori fondanti che pensa a fare gli affari calpestando i più elementari diritti umani.
Cosa resta qui del comunismo? La salma mummificata del grande Timoniere nella sua bara di cristallo? Gli echi lontanissimi della Lunga Marcia? I foglietti ingialliti del Libretto Rosso? Non più le grigie e abbottonate tuniche di Ciu en Lai e Lin Piao, ma le facce tirate dei nuovi mandarini del partito e dello stato.
Gli eredi di Deng Xiaoping sempre sorridenti, le grisaglie scure con camicie firmate e cravatte di seta e poi i manager dei giganteschi conglomerati finanziarioindustriali dello stato, i futuri King Maker del mondo lanciati nella globalizzazione attenti alle aperture e chiusure delle Borse di New York, Londra e Francoforte.
Tutto questo ha un senso? Lo avrà ancora?
E’ lontanissimo quel dicembre del 1978 quando i ragazzi di Pechino incollavano il dazebao al “muro della democrazia”in piazza Tienanmen ed è ormai sfocata l’istantanea di quel giovane che, con la busta di plastica in mano, si para davanti ad un grande carro armato. Tutto questo sembra molto lontano.
Tutti nel mondo sono interessati a fare accordi bilaterali o a contenere le spinte di espansione commerciale ed economica nessuno chiede libertà e democrazia.
Corre l’economia cinese ma genera un arretratezza culturale e civile.
Non solo aumentano le disuguaglianze sociali ma in modo geometrico la criminalità organizzata e non.
Milioni di persone hanno perso la terra, il lavoro e affrontano il pericolo di finire in carcere o peggio perché non hanno più niente da perdere. Per non parlare della tragedia tibetana.

Scene da capitalismo reale.

domenica 27 luglio 2008

La città ideale (dalla scuola di Piero Della Francesca)


Cosa guardo di una città…

In questa mia nuova vita di viaggiatore alla volte mi capitano cose davvero singolari.
Per dire, quando arrivo in una nuova città, in una qualsivoglia parte del mondo, il mio primo sguardo cade sulle cose meno evidenti e magari meno significative agli occhi del turista: la pulizia delle strade, il funzionamento dell’acquedotto e dei trasporti, l’illuminazione e le aiuole del verde pubblico, i servizi agli anziani e all’infanzia e cosi via.
Credo proprio che si tratti di una sorta di riflesso condizionato, che scatta anche a dispetto di quello che magari vorrei o dovrei vedere veramente. Starei per dire che tutto dipende dalla mia “infanzia” politica e amministrativa.
Avevo ventiquattro anni quando fui eletto sindaco nella mia città, Cortona: nessuna esperienza e tanta paura di non farcela. E tutto per me inizia da quel giorno.
Per me la città era come un albero di Natale per un bambino: mancava sempre qualcosa da appendere ai rami spogli.
Fatta questa premessa voglio però mettermi nei panni di un turista che sceglie - speriamo sempre più – di visitare Arezzo, per ammirare il suo centro storico, godersi gli affreschi di Piero e magari, se gli capita la domenica giusta, per fare un salto alla fiera antiquaria.
E allora voglio soffermarsi proprio su questo: che cosa offre il nostro centro storico a questi nostri visitatori? Quali servizi e attività ci sono per il turista e quindi, bene o male, anche per chi vive in questa città?
La qual cosa vuol dire far seguire a ruota anche altre domande, per niente semplici, soprattutto se poi ci attendiamo risposte che non galleggiano nell’astratto, ma che devono suggerire soluzioni concrete. Insomma: quali sono le necessità per affrontare un mercato turistico in crescita ma sempre più selettivo e difficile? Come integrare lo sviluppo di una città riqualificandola nelle strutture ricettive, congressuali, di arredo urbano? E in che modo promuoverla portando dei benefici ai commercianti e agli artigiani?
In questa prospettiva sono importanti i singoli negozi, la qualità della merce, la professionalità degli addetti alla vendita, gli orari di vendita, i mercati, i bar, i ristoranti, i bagni - pubblici e non - e non dimentichiamoci, anche una capacità di proporre prezzi competitivi e accettabili. Ma importanti sono i servizi in genere, dalla pulizia delle strade alla raccolta dei rifiuti. Importanti sono l’accessibilità al centro storico, il trasporto pubblico, i collegamenti con le stazioni di mobilità collettiva, i grandi parcheggi. E importanti, ancora, sono gli eventi culturali, le mostre evento, le proposte e le offerte connesse al nostro patrimonio museale e storico-architettonico.
Non c’è che dire, di carne al fuoco ce n’è molta. Tante domande e tanti problemi da affrontare. Cercherò di parlare di tutto questo nei prossimi articoli, affrontando sia i punti forti che le criticità. Ma oggi voglio partire da alcune piccole cose.
E allora mi vengono in mente altre domande, elementari, spontanee.
Vorrei chiedere per esempio al sindaco se, secondo lui, nella parte storica della città potrà esserci una maggiore attenzione alla pulizia delle strade. Non in un futuro più o meno lontano, ma da domani.
Vorrei chiedere al sindaco se pensa che in quell’universo perverso e macchinoso che è la raccolta dei rifiuti, potrà esserci qualche elemento di attenzione in più, almeno per non far transitare i grandi mezzi della raccolta all’ora di punta in piena zona pedonale. Non in un futuro più o meno lontano, ma da domani
E vorrei chiedere al sindaco se crede che la città si sentirà da domani più tutelata e più incoraggiata nel suo rispetto per le regole da una politica della sosta e del traffico in città capace di salvaguardare la sicurezza dei pedoni e dei ciclisti, magari lasciandogli libero qualche marciapiede cittadino o qualche pista ciclabile.
Naturalmente potrei continuare un bel po’.
Sono domande retoriche che hanno in se la loro risposta, della cui banalità ossia concretezza mi scuso.
Piccole cose, ma molto importanti per la qualità del vivere in città.
Forse su questo dobbiamo fare un salto di efficienza e lavorare di più: non ho nessuna autorità per dirlo ma lo dico lo stesso.
Intendiamoci, il funzionamento di una città è in realtà qualcosa di molto complesso: non lo scopro certo io e so che è facile distribuire lezioncine e rampogne quando non hai una diretta responsabilità sulle azioni da intraprendere.
Però sono convinto che la capacità di rispondere ai bisogni materiali, soprattutto di offrire servizi alla persona per lo meno dignitosi, sia direttamente proporzionale alla passione, all’impegno e direi perfino alla fantasia dei suoi amministratori.
L’età – la mia età – ha diversi inconvenienti, ma anche un vantaggio, quello di vedere in anticipo gli errori che ciascuno ripete nel rincorrersi delle generazioni di amministratori, secondo una legge che si direbbe naturale. Ho visto molti amministratori capaci inciampare nei piccoli grandi ostacoli della qualità del vivere urbano e la concretezza arrendersi all’astrattezza di grandi progetti che, quando rimangono tali, imprigionano la mente nell’immobilismo. Ed è un vero peccato.

tito barbini (corriere di arezzo 26/07/2008)

venerdì 25 luglio 2008

Devi voler andare a Calcutta


Ho scattato questa bellissima foto in un mio recente viaggio a Calcutta.

In alcuni giorni ho girato quasi tutta la città: il mercato dei fiori, il ponte Hoogly, l’Indian Museum, Victoria Memorial, la casa dei lebbrosi, gli istituti di Maria Teresa , vari Templi, il giardino botanico, Tagores’ house, ma per me il bello di Calcutta sono le strade con la gente, soprattutto i giovani , i loro sorrisi, la loro disponibilità, la loro voglia di comunicare.

I primi giorni non riuscivo a capire come mai una città così difficile viene chiamata "la città della gioia". Poi ho capito, ma l'impatto non è facile. All'inizio pensi di trovarti di fronte ad una sorta di discarica umana. Non è normale quel che si vede per le strade di Calcutta, gli odori, le loro abitudini, l'indigenza, la vita e la morte sui marciapiedi, il traffico, il caldo, l’inquinamento, e finchè non si prova non si può sapere come sarà la nostra reazione.

Devi voler andare a Calcutta.

Le prime ore saranno terribili e dovrai misurarti con tutto quello che è diverso da te, scoprire gli ultimi tra gli ultimi. Quando questa sensazione di smarrimento e di paura sarà passata allora scoprirai la grande cifra di umanità e ritrovare la voglia di reagire

sabato 19 luglio 2008

Paesaggio Toscano


Ho letto in un grande quotidiano nazionale che, dopo venticinque anni vissuti in Toscana, lo scrittore James Hamilton Paterson ha deciso di lasciare la nostra regione e di rifugiarsi tra i boschi dell’Austria.
Il suo commiato, ironico e amaro insieme, è rappresentato da un libro, “Cucinare con il Fernet Branca”, in cui sono impietosamente evidenziati distorsioni e equivoci partoriti dall’appropriazione del paesaggio toscano da parte del “turismo di massa”.
Parto da questa notizia curiosa per tentare alcune riflessioni sul dibattito che si sta svolgendo, in Toscana e in tutta Italia, attorno alla questione degli scempi urbanistici. Lo faccio come opinionista in questo giornale ma anche, e non me ne vogliate, come “padre” della legge regionale 5 sul governo del territorio. Ma soprattutto mi decido a scriverne perché anche ad Arezzo, e in tutta la sua provincia, si stanno intravedendo episodi edilizi brutti e discutibili.
A differenza dello scrittore che ha lasciato la Toscana credo che non si debba assoggettare il nostro territorio a un modello di valorizzazione e sviluppo fondato unicamente sull’attrazione turistica: correremmo il rischio di snaturare e compromettere la nostra stessa identità culturale. Rischieremmo, soprattutto, di restringere l’orizzonte di una regione densa di cultura e storia, un orizzonte che invece deve essere ampio e multiforme, e saper coniugare la memoria, il paesaggio, l’arte, con il lavoro, la creatività, l’innovazione.
Non so se parlo troppo difficile, però di una cosa sono sicuro: è necessario costruire lo sviluppo tenendo insieme i beni materiali con i valori che costituiscono la nostra identità e con i bisogni sociali.
Sbaglia però chi ritiene che le vicende dei brutti insediamenti che si moltiplicano nelle nostre colline mettano in discussione il cosiddetto modello toscano di governo del territorio e la stagione di “buona urbanistica” che ha prodotto nel decennio seguente il varo della legge regionale di riforma 5/1995.
I principi fondativi della legge - la sostenibilità dello sviluppo, la cooperazione tra i diversi livelli istituzionali di governo, la tutela delle risorse assicurata dall’esercizio organico e coordinato delle funzioni di pianificazione e programmazione di tutti gli enti - hanno ampiamente mostrato in questi dieci anni la propria validità.
E poi errori ne saranno stati fatti sicuramente tanti, da parte di questa o di quella amministrazione comunale. Ma una volta riconosciuto tutto questo cosa si vorrebbe fare? Tornare a un “prima” che certo, con tutte le sue gerarchie, non ha certo preservato meglio il territorio toscano e, anzi, lo ha abbandonato nelle mani di una pericolosissima “contrattazione politica”?
A mio avviso bisogna essere davvero coerenti: non riempirsi la bocca di espressioni come sussidarietà, come reciproca autonomia dei differenti livelli di governo del territorio, e poi sottrarre ai comuni le decisioni sul loro territorio.
In realtà il difetto non sta nel modello o nella legge. La questione è un’altra: è la mancata coerenza tra le scelte che si operano a livello degli enti locali e le norme generali della legge, ovvero i principi innovativi introdotti nel governo del territorio. La significative trasformazioni che molti comuni stanno consentendo dovrebbe infatti essere coerente - oltre che con le aspettative della comunità locale – anche con la vocazione profonda del territorio, con le risorse e i valori non negoziabili che esso esprime, con gli indirizzi strategici e di lunga durata degli strumenti di pianificazione.
E voi che dite? Può dirsi coerente con i caratteri del paesaggio e le prospettive di sviluppo turistico-culturale legate all’identità storica del territorio un intervento lottizzatorio con tipologie edilizie, tipo una schiera di villette? E che dire se per di più si è dimostrato che a quella domanda di accoglienza turistica si può far fronte senza nuovo consumo di suolo?
Invece che considerare inadeguato il modello toscano, mi pare che si dovrebbe riflettere sul percorso che ha portato alla formazione di scelte improprie e inopportune, in quanto non coerenti con lo spirito e i principi delle legge regionale.
E lo dico perché ne sono convinto, non in quanto “padre”, appunto, di quella legge.
Detto questo aggiungo anche che scorgo un atteggiamento culturale criticabile in chi ha sostenuto che spetta solo agli abitanti dei vari comuni - e ai loro rappresentati istituzionali - decidere sulle sorti del paesaggio perché essi sono gli eredi dei braccianti, dei contadini e dei mezzadri che con il proprio lavoro quel paesaggio hanno lentamente costruito.
Il paesaggio toscano - il borgo antico, la campagna circostante - non ha valore in sé, se non per quello che è la Toscana nel suo complesso e per quello che la Toscana intera rappresenta nel mondo:
E allo stesso modo Arezzo e la sua provincia sono parte imprescindibile del paesaggio straordinario di una regione che ha radici profondissime e che è anzitutto una costruzione storica unitaria, fatta di memoria condivisa, coesione sociale, valori e aspettative comuni. Un bene che non dobbiamo mai dimenticarci di dover difendere a spada tratta.


Tito Barbini (corriere di arezzo ,sabato 19 luglio)

sabato 12 luglio 2008




Sono in viaggio.

Prima nel Delta del Mekong e poi ,per alcuni giorni, al mare in un isola delle Andemanne. Entro la fine del mese di luglio sono di nuovo a casa.



Il sole tramonta all’improvviso nel grande fiume rosso. Prepara a lungo la sua uscita di scena tingendo d’infiniti colori il cielo e la terra. E’ il momento più bello della giornata, anche se non è facile abituarsi alla vita nel delta.
Clima afoso, sempre eguale, non ci sono stagioni in questa parte dell’Asia.
Il caldo bagna la pelle e il mare lo ascolti solo poche volte. Succede quando un soffio di aria salubre interrompe l’incessante ronzio delle zanzare e smuove l’odore della terra inzuppata di umidità.
E’ stagione degli acquazzoni questa. Di tanto in tanto durante il giorno, il sole gioca con le nuvole gravide di pioggia. Cambia anche il colore del fiume. Non so in quale braccio del Mekong mi trovo adesso ma il fiume è possente e gonfio, vicino alla piena, trascina via di tutto e tutta porta verso il delta e l’oceano Pacifico.
Ogni tanto vedo sfilare davanti a me isole di fiori bianchi in corolle di foglie verdissime. Grasse e rigogliose.
Appena qualche anno fa, il fiume, assieme alle carogne dei bufali e dei cani portava anche i cadaveri raccolti lungo i conflitti dei paesi attraversati. Qualcuno ha parlato di questo fiume come di una discarica degli orrori della guerra.



Devo abituarmi, sono ormai diversi anni che, a periodi alterni, vengo da queste parti. D'altronde il Fiume Mekong, fra tragedia e incanto, sarà il mio prossimo libro.



domenica 6 luglio 2008

La Cina fa pulizia sul tetto del mondo (era ora!)
















La Cina fa pulizia sul tetto del mondo. Bisogna portar via una gran quantità di rifiuti dalle pendici dell’Everest.
Arrivare in cima alla montagna più alta della Terra, o almeno da quelle parti, non è solo faccenda per pochissimi eletti.
Nel 2007, hanno visitato il versante cinese della montagna 40.000 persone. Non esattamente tutte, pare, dotate di sensibilità ambientale.




" Ed eccomi qui, a un anno dal mio viaggio in Patagonia , ai piedi del gigante della terra o chomolunga, come lo chiamano i tibetani.
Quando sono arrivato in Tibet non pensavo di riuscire a raggiungere la catena himalayana.
A rendermi incerto era il problema dell’altezza. Ma poi l’entusiasmo e l’esperienza del mio ultimo viaggio nell’altipiano boliviano mi hanno convinto a tentare l’avventura. Tra l’altro partire da Lhasa ti consente di preparare il tuo fisico, a condizione di fermarsi qualche giorno in città prima di affrontare il percorso verso l’Everest.
Di avventura si è trattato.
Con un fuoristrada lungo il meraviglioso sentiero che da Lhasa scorre in alto in uno dei paesaggi più belli del mondo. Il viaggio verso l’Everest è un susseguirsi di incontri e di esperienze straordinarie e tutti le abbiamo vissute con grande intensità.
I poverissimi villaggi dove il tempo scorre lento. Immobili dai tempi della memoria sembrano scolpiti nei verdi versanti che incontrano il cielo. Le bandiere di preghiera colorate sventolano ovunque sui tetti e sui passaggi.

Non incontri più i piccoli e frenetici cinesi ma gli antichi uomini del Tibet, dallo sguardo fiero e sorridente. Portano i lunghi capelli intrecciati con una frangia rossa e gli orecchini di corallo e turchese.
Le donne sono bellissime, soprattutto le vecchie centenarie. Portano i loro gioielli addosso in tutte le ore della giornata.
Nel lavoro dei campi, chinate a raccogliere spighe d’orzo, nelle faccende domestiche o quando fanno girare le ruote della preghiera.
Nei pascoli i bambini lasciano i loro Yak per correrti incontro festanti e chiassosi.
Salgono e scendono i tornanti infiniti, incisi nelle pareti di granito rosa, nascondono e rivelano i monasteri, sia quelli distrutti dalle guardie rosse durante la rivoluzione culturale, ricostruiti dai cinesi per i turisti, sia quelli rimasti in silenzio ad aspettare, per tornare a vivere, che i cinesi se ne vadano.
Rongbuk il monastero ai piedi dell’Everest è forse il più bello e certamente il più alto del mondo. Siamo oltre i cinquemila metri.

Eccolo davanti a me il terzo polo del mondo!

L’aria è tersa, il sole illumina le pareti infinite e ti rimanda indietro i colori dominanti. Sono il bianco e l’azzurro, definiti e puri, compongono nella tua mente un’immagine che forse non ti lascerà più. L’emozione è fortissima, fatico a respirare, mi attacco alla mia piccola bombola d’ossigeno e nascondo due lacrime che si stanno gelando dietro le lenti scure.

sabato 5 luglio 2008

ETICA & IMPRESA

Charlie Chaplin in Tempi moderni



Dico subito che Eutelia e il gruppo di Piero Mancini - gestore aretino di Flynet - costituiscono una realtà imprenditoriale, tecnologica, occupazionale che interessa settori delicati della vita aretina e indispensabili entrambi per la sua tenuta economica.
Una realtà che va considerata con rispetto e attenzione. Senza dimenticare tuttavia che con rispetto e attenzione va considerata anche l’azione di una magistratura che, con coscienza e scrupolo, sta facendo il proprio lavoro.
Gli arresti, le perquisizioni, le denuncie disegnano un quadro allarmante e preoccupante della nostra industria emergente. Eppure io non credo che ci sia una specificità aretina così come diffido da ogni dietrologia, da ogni teoria del complotto: non penso insomma che esista una sorta di disegno preordinato che, nell’ambito del mercato della telefonia italiana lavori per mettere all’angolo le emergenti aziende aretine.
E basterebbe questa per tentare una prima conclusione di questo genere: lasciamo lavorare i magistrati e forse capiremo meglio di cosa si tratta.
Oggi voglio solo porre un problema più generale che non riguarda solo quello che sta succedendo ad Arezzo.
Un problema, anzi due.
Il primo si chiama: etica dell’impresa. Etica è la parte della filosofia che studia la condotta umana, i moventi che la determinano e le valutazioni morali, il complesso di norme di comportamento (non leggi) di una società e di un gruppo. Perché scrivere in questo caso di etica imprenditoriale? Perché più che di nuovi modelli tecnologici e finanziari la nostra industria ha bisogno proprio di etica. Distinguere il successo di un’azienda dall’arricchimento è un esercizio a cui molti dovrebbero dedicarsi con più attenzione. Ed è triste che oggi questo tema appaia poco attuale, sfuocato in una modernità che evidentemente non sa darsi prospettive.
Altri sono i temi all’ordine del giorno, i punti di riferimento di tanti imprenditori: il business, l’innovazione esasperata. la ricerca del successo ad ogni costo.
E se non ci riesce da solo il mercato dovrebbero essere le istituzioni a fornire gli strumenti per garantire la correttezza e la trasparenza del mercato. Alcune Camere di Commercio, per esempio, hanno messo a punto uno strumento di controllo, verifica e conseguente abrogazione delle clausole vessatorie per gli utenti in settori quali i servizi di telefonia, gas, energia oppure le assicurazioni.
Perché questo non si tenta anche ad Arezzo? Pensiamoci: solo se non ci sono regole, se queste regole non sono condivise con i diretti interessati, ci può essere bisogno dell’intervento della magistratura.
E mi fermo qui.
Quanto al secondo problema riguarda la telefonia, ma non solo. E mi riferisco alla volontà del governo di limitare le intercettazioni solo alle indagini per reati con pene dai 10 anni in su.
E allora io dico: siamo alla frutta. D’ora in poi le procure saranno praticamente impossibilitate a indagare su una lunga lista di delitti, come la corruzione ma, per restare al nostro tema, anche tutti i reati finanziari, dall’insider trading all’aggiotaggio passando per la truffa agli utenti e alle false comunicazioni al mercato.
Tutto questo unito a un divieto pressoché assoluto di pubblicazione sui giornali di notizie sulle indagini in corso: e c’è da chiedersi cosa e quanto avremmo saputo negli anni scorsi di inchieste che nella nostra città hanno investito pesantemente sia il mondo della politica che quello dell’economia.
Vedremo quale sarà il testo che uscirà dalla Camera ma il buon giorno si vede dal mattino. E le giustificazioni del Ministro della Giustizia non hanno nessun fondamento. Si spende troppo per le intercettazioni? Basterebbe che lo Stato metta una clausola nei contratti che stipula con la concessionaria per l’uso della rete telefonica pubblica e le intercettazioni potranno essere fatte gratuitamente. Forse anche cosi si potrà ricordare agli imprenditori della telefonia di ricordarsi che lo Stato non è un privato a cui si manda le bollette maggiorate.
Tito Barbini (corriere di arezzo 5/7/2008

giovedì 3 luglio 2008

Le Galapagos delle meraviglie




Eccole qui le isole Galapagos delle infinite meraviglie.
Mi viene subito da pensare a Darwin . Era un ragazzo di appena ventitre anni, quando si trovò ad affrontare il passaggio tra i due grandi oceani del mondo, si fermò in queste isole per alcuni mesi e cambiò il pensiero scientifico e la storia dell’uomo con la sua teoria sulla evoluzione della specie. Cominciò dai fringuelli e fini all’uomo. Dopo il suo viaggio sul Beagle, non si mosse più da Down House, la residenza nel Kent dove mise a punto e poi per scritto le sue convinzioni.
Strano destino il suo se si pensa che il padre voleva che diventasse prete. Proprio lui, l’uomo di una scienza che la chiesa non ha ancora digerito.
Mentre mi soffermo a guardare una tartaruga, grande come un armadio, me lo vedo qui il giovane Charles intento a prendere appunti e a disegnare nel suo quadernetto. Quanti sogni , quante speranze ha suscitato nei ragazzi che, come me, si avvicinavano ad una idea marxista della storia . Al pensiero filosofico e politico di Carlo Marx abbiamo legato quello scientifico di Darwin.
Charles ha rappresentato l’inquietante pensiero della ragione che prevaleva sull’idea della creazione dell’uomo e dell’universo.
Il babbo , quando parlava dei padri del comunismo, associava sempre il nome di Darwin a quello di Marx ed Engels. Associazione alquanto azzardata vista la quieta e acclarata appartenenza liberale di Darwin.
Ho comprato una maglietta con la seguente immagine : Una iguana marina con un muso che via via si evolve con il viso di Che Guevara. Due parole scritte a caratteri cubitali : EVOLUTION : REVOLUTION ! Un abbraccio a tutti e, comunque la pensiate sulla teoria dell'evoluzione, godetevi le foto, Tito

martedì 1 luglio 2008

E' uscito "Beatrice" scritto dal mio amico Paolo

Immagine di BeatriceUn libro molto bello. Delicato e commovente. A tratti poetico. Un atto d'amore nei confronti di una donna straordinaria vissuta nell'ottocento nella montagna toscana. Un racconto scritto in punta di penna che trascina il lettore veso un'universo umano che ripropone valori e sentimenti che forse avevamo dimenticato.
Con Paolo abbiamo scritto un libro che sarà pubblicato a Gennaio da una grande Casa Editrice. Sarà una sorpresa.

sabato 28 giugno 2008

Aspettando Dylan

Tito Barbini -Corriere di Arezzo Sabato 28 Giugno (nella foto Joan Baez e Bob Dylan negli anni 60)

Arezzo si prepara ad accogliere la seconda edizione di “Play Art”. Non posso prevedere come andrà, ma alcune cose si possono affermare da subito: il programma è molto bello, è il frutto di un lavoro accurato, porterà nella nostra città nomi di grande richiamo ma non scelti a caso, perché dietro di essi si intravede un filo solido, che ci fa un gran bene, il filo dell’impegno per la pace, i diritti, la tolleranza.
Nella nostra città arriveranno Joan Baez, Ben Harper, Peter Brook, Goran Bregovic, Carmen Consoli, i Negrita e tanti altri. Leggende della musica e del teatro assieme a nuove proposte culturali.
Insomma un programma che ci allinea alle città più vivaci e colte del nostro paese. Va dato atto a Camillo Brezzi e Lucia De Robertis (cultura e giovani) di aver volato alto e di aver colpito nel segno. Ed è doveroso farlo: sarebbe ingiusto non ricordare i meriti degli amministratori che, in altre occasioni, abbiamo invece criticato.
Alcuni amici mi hanno rimproverato per quanto, non molto tempo fa, ho detto in occasione di una trasmissione televisiva (“Ventuno e Trenta”), al momento della scelta di Mauro Valenti di abbandonare Arezzo con il suo marchio “Arezzo Wave”.
Dissi allora (e non fui solo) che non era stato fatto tutto il possibile per evitare quello sciagurato distacco e che si stava assistendo a un impoverimento culturale della città. Da una parte la chiusura del Teatro Petrarca dall’altra lo sventramento delle storiche sale cinematografiche per ospitare gallerie commerciali e uffici e cosi via cantando. E poi la perdita di “Arezzo Wave”, che fra tutte mi sembrava la più grave, perché difficilmente riparabile.
Mi devo ricredere, almeno per quanto riguarda quest’ultima manifestazione: con queste due edizioni di “Play Art” abbiamo dimostrato che anche quella perdita, così importante, poteva essere risarcita.
Naturalmente l’entusiasmo per “Play Art” non può nascondere tutti i nodi ancora da sciogliere. Restano aperti i problemi più strutturali e che potranno trovare risposta solo gettando solide fondamenta per un sistema funzionale della cultura, della formazione, della ricreazione che ci offra nuovi spazi per la lettura, la fruizione delle immagini, l’ascolto e la produzione della musica, le professioni creative. E se intanto riapre il Teatro Petrarca, siamo già sulla buona strada.
Ma non voglio affrontare un discorso tanto complesso. Preferisco parlare del programma di questa estate. Non lo nascondo: sono emozionato in attesa di alcuni eventi e mi piace pensare soprattutto a Joan Baez.
Già: non mi sembra vero, dopo tanti anni, canteremo di nuovo la pace, seduti per terra, con Joan Baez. I più giovani mi perdoneranno questa caduta emozionale da inguaribile reduce sessantottino, ma per me è difficile non tornare a quegli anni. Senza nulla togliere alla bellezza del suo canto, alla sua intensa ricerca musicale, Joan Baez, per quanto mi riguarda, è molte altre cose ancora.
Un tempo con lei cantavamo un mondo diverso. E ora mi basta il suo nome, per ricordare quel tempo, e me in quel tempo, quando ero pronto a sognare la rivoluzione giorno e notte in compagnia dei miei amici, a sacrificare serate e amori per piazzarmi davanti a un ciclostile a sfornare i volantini per una manifestazione, disposto persino a partire per il Vietnam a combattere contro il gigante americano, da inguaribile romantico, se solo qualcuno mi avesse preso in considerazione .
Come dimenticare quel Natale del 1972, quando Joan passò la notte in una Hanoi distrutta dai bombardamenti cantando We Shall Overcome, collegandosi idealmente con noi, con i giovani di tutto il mondo che protestavano nelle piazze e nelle università per quei bombardamenti…
Se posso rivolgermi all’assessore Brezzi con amichevole complicità, ora che l’illuminazione ha bussato alla sua porta, vorrei convincerlo che il successo di questa iniziativa gli offre un’altra ottima occasione: l’occasione di portare ad Arezzo l’altro grande monumento della canzone e dell’impegno pacifista e antimilitarista. Un mito e un’icona popolare.
Insomma, per dirla con Beckett e parafrasando il suo capolavoro: Aspettando Dylan.

giovedì 26 giugno 2008

Nel mio lungo girovagare per il mondo ho incontrato posti stupendi, non tutti, ma certamente quelli più rari e interessanti.
Il Tibet mi è parso un dono inatteso.
Ciò che da valore al viaggio è anche l’illusione di incontrare quello che hai sempre immaginato. E quando l’illusione diventa approccio concreto ad una dimensione reale ritrovi le cose che contano nella vita.
Nasce allora una storia d’amore.
La spinta all’innamoramento, che rende ancora più emozionante tutto questo, è la gente del Tibet. Lhasa ti appare subito come una comunità di un tempo lontano dal tuo. Una città misteriosa e magica a cui ogni giorno derubano un frammento di verità e di autentica tradizione.
Ma, in Tibet, ho incontrato di nuovo il tradimento degli ideali comunisti.
Da oltre mezzo secolo l’occupazione cinese sta distruggendo l’identità, la cultura e le tradizioni di questo popolo. Hanno portato alla morte un milione di tibetani e costretto all’esilio la loro guida spirituale e politica: il Quattordicesimo Dalai Lama.
Il mondo, troppo preso e interessato dalle ragioni del gigante cinese ha guardato con indifferenza alla tragedia tibetana e anche la sinistra democratica ha privilegiato la dialettica con il Partito Comunista Cinese ad una chiara ferma, inequivocabile, condanna dell’invasione del Tibet.
Non si è voluto capire che nessun pretesto di mercato poteva giustificare questo delitto e il silenzio di tutti noi.
Cosi il popolo tibetano è rimasto solo e inascoltato per decenni.
Sono state costruite strade, moderni aereoporti,una ferrovia che collega Pechino a Lhasa. I cinesi si vantano di aver modernizzato il paese facendolo uscire dal medioevo.
Ma il popolo del tetto del mondo non perdona all’invasore cinese la distruzione degli antichi monasteri durante la rivoluzione culturale e la colonizzazione economica e culturale che hanno imposto con la forza in questi cinquantanni.

lunedì 23 giugno 2008

ULTIMA ANTARTIDE - (prima di tornare a casa ho carpito il sorriso di un'amico e lasciato una promessa)


Chi ha letto il mio libro "Antartide,perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo" avrà capito che sono caduto vittima dell'incantesimo del continente ai confini del mondo.
Chiudevo il libro con un impegno e una promessa.
Nel mio viaggio ho preso coscienza che qui si trovano le ultime risorse naturali del pianeta. Alla regione dei ghiacci senza fine ho lasciato la promessa di agire per aiutarla a mettersi in salvo. Cercherò anch'io di diventare un testimone attivo a difesa di questo ambiente incontaminato. Il riscaldamento del pianeta e lo scioglimento dei ghiacci da una parte, l'aggressione dell'uomo con la ricerca del profitto dall'altra possono rompere l'incantesimo.
La sfida che abbiamo davanti è enorme ma ognuno di noi che ha amato e ama quest'ambiente cosi estremo può fare qualcosa.
L'obiettivo su cui stanno lavorando scienziati ed esploratori è quello di creare il più grande parco protetto del mondo. Un "PARCO DI GHIACCIO" grande come un continente che non sarà mai spartito e usato , perchè appartiene al futuro dei nostri figli e dei nostri nipoti.



Chiedo agli amici che visitano il Blog di lasciare un commento e la loro adesione a questa iniziativa. Sarà mia cura trascriverle e inviarle. Anche dall'Italia possono arrivare alle Nazioni Unite tante richieste e testimonianze che possono aiutare questa decisione. (titobarbini)

giovedì 19 giugno 2008

VARANASI


Mia figlia e alcuni amici mi hanno confidato che, nella prossima estate, vorrebbero fare un viaggio in India. E' raro che un viaggiatore consigli di visitare un posto piuttosto che un'altro. Ognuno compie le sue scoperte da solo. Ma, per Varanasi, ( la vecchia Benares) faccio volentieri un'eccezione.

Nel bagaglio che tutti possediamo di immagini stereotipate dell'India, non mancano certo quelle dei pellegrini che si bagnano nel Gange e le pile funerarie per la cremazione dei corpi nelle scalinate che scendono al fiume sacro. Vi assicuro, in questo caso, le immagini che abbiamo in testa, sono poca cosa. Bisogna andarci! E' difficile anche raccontarla questa esperienza. Perdersi per le intricatissime strade ,sentire gli odori,mettere i piedi nel fango, toccare e farti toccare dai corpi trasparenti che popolano le rive del Gange.

Varanasi è l'esperienza che più di ogni altra,nella vita, ti mette di fronte all'altro. Al diverso da te e dalla tua spocchiosa cultura.

E' difficile non pensare alla morte mentre cammini per Varanasi. Ma per la prima volta il pensiero non si riversa sulla paura. Credo che non ci sia luogo al mondo dove la spiritualità e il pensiero della morte si compie con mille gesti simbolici. Mentre ero lì pensavo a una esperienza straordinaria, dopo alcuni giorni il coinvolgimento mi è parso totale. Varanasi è il posto dove ogni indù deve bagnarsi nell'acqua del Gange per purificarsi da tutti i peccati e conquistare il paradiso.Varanasi per tutti loro è soprattutto un buon posto per morire (naturalmente il più tardi possibile). Vi consiglio di camminare, all'alba e al tramonto, nella riva sinistra del fiume (la riva destra è impura). Camminare per chilometri, da una scalinata all'altra, per incontrare l'umanità. I rituali della vita e della morte si svolgono tutti qui in una perfetta simbiosi e qui perdono i loro inquietanti significati. Davvero emozionanti sono i luoghi dove avvengono le cremazioni pubbliche. Si può accedere, con i parenti, accanto alla catasta di legno profumato di sandalo e assistere alla cerimonia. I corpi, prima di essere cremati, vengono portati in giro in una barella di bambù e immersi nel Gange. Intorno si canta e si prega. L'odore acro del fumo e il riflesso rosso del fiume ti consegnano una riflessione,molto intima, non sulla morte ma sulla nostra paura della morte.

martedì 17 giugno 2008

Centocinquantamila "piccoli indiani"



Nel mio primo libro "Le nuvole non chiedono permesso" un lungo viaggio di cento giorni dalla Patagonia all'Alaska dedicai un capitolo a una strana storia che mi era capitato di incontrare a Vancouver nel gennaio del 2005. Mi fermai a parlare, in un piccolo centro di documentazione sulla storia degli indiani canadesi, con un giovane indiano il cui nome significava "Orso in piedi" che mi raccontò questa storia maledetta. Nessuno allora né parlava e tantomeno si voleva dar credito a una storia come questa. Leggo,su Repubblica di oggi, che il primo ministro canadese, in una solenne cerimonia,ha presentato le scuse del governo ai nativi per la politica di assimilazione seguita nei loro confronti. Rimasi sconvolto da quel racconto, pensavo che il Canada fosse uno dei posti migliori in cui vivere ma, in quel momento, tutto mi sembrava insopportabile.




" THOMAS Loutit ha passato otto anni in quella scuola. Otto anni in cui è stato obbligato a cancellare la sua identità culturale e etnica. Otto anni in cui ha subito violenze sessuali. Michael Cachagee aveva 4 anni quando venne strappato alla sua famiglia e portato in una delle tante scuole religiose fondate e sovvenzionate dallo Stato canadese dal 1870 al 1970. Con una sola missione: “cristianizzare e civilizzare” gli indigeni. L’obiettivo, nelle parole di un alto funzionario degli Affari Indiani del 1920, era quello di “distruggere l’indiano finché è bambino”.
Questa sorte in cento anni ha travolto 150 mila piccoli appartenenti ai gruppi etnici aborigeni Inuit, First Nations e Metis. Frammenti di vite spezzate a cui oggi il governo del Canada, per bocca del Primo ministro Stephen Harper, chiederà ufficialmente scusa. Non solo. Per 90 mila di loro, tra cui figurano sopravvissuti e discendenti, riceveranno un risarcimento miliardario, di 2 miliardi di dollari.
Una prima commissione governativa cha ha coinvolto tutte le parti in causa, comprese le comunità e diversi rappresentanti religiosi, ha concluso nel 1996 che il programma ha danneggiato in maniera irreversibile generazioni di aborigeni e ha distrutto la loro cultura. Il primo risultato del gruppo di lavoro è stato quello di fare chiudere i battenti all’ultima di quelle 130 scuole. “Ne abbiamo voluto fare parte - dice un portavoce ecclesiastico - perché volevamo dire la nostra. Non tutti hanno partecipato a quegli abusi”.
Che il vento sia cambiato si intuisce anche dalla dichiarazione del ministro degli Affari Indiani, quello attuale, Chuck Strahl: “E’ un rispettoso e sincero riconoscimento di un’estesa devastazione culturale, che ha compreso traumi fisici, abusi sessuali, e continua a perseguitare quelle generazioni anche oggi”. L’atto ha seguito di pochi mesi quello del governo australiano nei confronti degli Aborigeni. Ma il Canada è andato più in là, e oltre alle scuse ufficiali ha aggiunto un risarcimento economico.
A occuparsi del compenso sarà una commissione creata con parte dei 4,9 miliardi di dollari, cifra più alta della storia del Paese, raggiunta al termine di un accordo tra governo, confessioni religiose e rappresentanti indigeni, al termine di una class action promossa dai nativi. Riceveranno un risarcimento tutti gli studenti delle scuole incriminate, mentre un’ulteriore somma andrà alle vittime di abusi sessuali. A coordinare la commissione sarà Harry LaForme, primo e unico aborigeno a essere nominato giudice di Corte di Appello. LaForme viaggerà attraverso il Paese per ascoltare storie di studenti, insegnanti e testimoni e per educare i canadesi sul “lato oscuro della storia del Paese”.
Stasera il Canada si fermerà. Maxi-schermi sono stati allestiti in molte città per seguire il discorso di riconciliazione del primo ministro. Il Parlamento fermerà tutti i lavori. C’è grossa attesa anche tra le associazioni dei nativi, che oggi sono più di un milione. Alcuni di loro, soprattutto Inuit (quelli che un tempo venivano chiamati eschimesi, termine oggi considerato dispregiativo) e Metis (discendenti di famiglie indiane incrociate con europei), protesteranno perché i risarcimenti vengano allargati alle persone escluse perché le loro scuole non fanno parte della “lista nera”.
Le comunità indigene puntano il dito verso quel programma di colonizzazione, non solo culturale, e lo ritengono alla radice degli alti tassi di suicidi (11 volte superiori tra gli Inuit e i First Nations rispetto agli altri canadesi) e di dipendenze da droghe e alcool che affliggono le loro comunità. Nonostante le minoranze etniche siano trattate relativamente bene in Canada, rimangono la parte più povera e svantaggiata del Paese.
Cachagee ha passato dodici anni e mezzo in quelle scuole, dal 1944. “Sono stato picchiato, messo sotto l’acqua bollente, mi hanno obbligato a mangiare cibo andato a male, mi hanno chiamato in tutti i modi possibili - ricorda - ho sofferto grande rabbia e dolore. “Phil Fontaine, oggi leader della comunità dei First Nations, gruppo etnico discendente da varie tribù indiane, è stato uno dei tanti a subire violenze sessuali e uno dei primi a denunciarle: “Hanno inflitto qualsiasi tipo di abuso su bambini innocenti, ci sono migliaia di queste storie. Questo è un giorno storico, è importante che queste vicende si conoscano”. E forse, dice qualcuno, questo giudizio è più importante per i carnefici che per le vittime."

sabato 14 giugno 2008

LADRI DI BICICLETTE (Corriere di Arezzo 14/06/08)



Da alcune settimane ho iniziato una collaborazione con il quotidiano aretino. Ogni Sabato una opinione sui temi e i problemi della città. Ho pensato di riportare qui soltanto gli articoli che fanno riferimento a questioni più generali e che possono suscitare un confronto con gli amici che visitano il mio blog.


Ladri di Biciclette

(a proposito di Immigrazione e sicurezza)

No, non voglio parlare del bellissimo film di Vittorio De Sica che ha inaugurato nell’immediato dopoguerra il neorealismo italiano.
Il fatto è che nei giorni scorsi, in pieno centro e in un’ora di punta, mi hanno rubato la mia terza bicicletta.
Un conoscente che passava di lì, cercando di consolarmi per il furto subito, ha iniziato a inveire senza freni contro gli immigrati. Non so chi abbia rubato la bicicletta. Quello che mi ha colpito e non accetto è l’immediata associazione tra il ladro e l’immigrato.
Cosa sta succedendo nel nostro paese?
C’è qualcosa di preoccupante, di veramente preoccupante, nelle parole che ogni giorno e in ogni occasione e da ogni tribuna vengono scagliate, come pietre, contro l’immigrazione di ogni colore e provenienza.
C’è una vera e propria gara tra i governanti di oggi e i grandi mezzi di informazione a chi tambureggia più forte. Molti si sentono autorizzati a mettere il cinturone e a lucidare la loro stella di sceriffo. Per fortuna, c’è chi va contro corrente.
La Provincia di Arezzo e l’Associazione Donne Insieme di Arezzo hanno, nei giorni scorsi, in un interessante e puntuale convegno sull’immigrazione ( detta di seconda generazione) posto,a noi tutti, una domanda.
Posso provare a rifare la domanda con parole mie e cercare di esagerarla? Esagero. Che cosa dovrebbe fare, secondo noi, un giovane immigrato nato o cresciuto ad Arezzo (ormai sono migliaia) di fronte all’ondata generalizzata contro gli immigrati e che fa di ogni erba un fascio?
Che scelte avrebbe?
Difficilmente, al suo posto, potrei ancora sperare di avere un futuro, una cittadinanza, una nuova patria. Sarei stanco di invocare senza ascolto il diritto a essere, in tutto e per tutto, un cittadino come gli altri. Potrei continuare ad abitare in questa città, contentandomi di avere un lavoro che magari altri non vogliono fare , di mandare i miei figli a scuola, di un tetto insicuro. Ma anche cosi mi sentirei un ingombro, intruso e anche umiliato.
Avverto nella pelle l’obiezione che molti mi faranno :
Può darsi, ma i fatti parlano d’altro. La continua, assordante sovrapposizione fra questione migratoria e ordine pubblico nelle parole e nelle narrative di tanti imprenditori morali e politici dell’insicurezza, obbliga i figli dell’immigrazione a convivere con un pensiero comune che legge il migrante come ospite richiesto ma non benvenuto.
Da quando è ripresa questa ventata xenofoba nel paese mi sforzo di leggere con più attenzione i giornali o ascoltare le televisioni locali . Spero di ricavarne dei chiarimenti, lo dico senza ironia, rispetto a questa campagna sulla sicurezza in città. Telecamere nelle strade, ronde notturne dei vigili, carabinieri, guardie di finanza. Forse va tutto bene, ma siamo sicuri di non associare tutto questo bisogno improvviso di sicurezza, agli immigrati ?
Per fortuna la nostra città ha dato, in questi anni, un contributo alto (merito del volontariato, delle istituzioni e degli stessi immigrati) ai processi d’inserimento e d’integrazione, nel lavoro e nella scuola, dei cittadini extracomunitari.
Il problema potrebbe non riguardare Arezzo?
Cerchiamo allora di non implementare questo clima assurdo che, in alcune città, ha portato all’aggressione di cittadini per la loro nazionalità o etnia annunciando un serio rischio di rinascente razzismo.
Percepire il bisogno di sicurezza dei cittadini è giusto, dare risposte adeguate alla criminalità e alla violenza nelle strade è sacrosanto. Qualcuno ha detto che la sicurezza non è di destra ne di sinistra ma un diritto inalienabile dei cittadini. Sono d’accordo. I fenomeni di insicurezza, di impoverimento, di precarietà nel lavoro riguardano le persone, tutte le persone, e possono generare paura.
La paura verso il diverso e verso l’emarginato diventa la risposta più facile di fronte alla difficoltà di contrastare l’insopportabile clima di “egoismo sociale”che attraversa il nostro paese. Abbiamo fatto dei Rom il nuovo capro espiatorio, stiamo criminalizzando i poveri del mondo e si sta introducendo una normativa dove, clandestino, è uguale a criminale.
Si parla d’immigrazione clandestina, beninteso, perché l’extracomunitario in regola con le impronte viene invece accolto fraternamente nei recinti di filo spinato nei cantieri edili al nero, o sottopagati nelle aziende del Nord-Est e nei campi rossi di pomodori del centro o del sud, nei quartieri residenziali dove porta a spasso il vecchietto.
Cerchiamo di uscire da questa spirale e costruiamo, ognuno di noi, nel nostro piccolo e concretamente una nuova etica dell’accoglienza. Che futuro ha un popolo che non si ricorda che è stato fino a ieri un popolo di migranti. Si tratta di decine di milioni di italiani che oggi vivono all’estero. I nostri migranti sono stati trattati male un po’ ovunque e hanno dovuto lottare per i loro diritti. Perché ora cediamo alla tentazione di trattare allo stesso modo gli immigrati in mezzo a noi. Cosa ci ha fatto perdere questa memoria in tempi cosi brevi?
Si, c’è qualcosa di preoccupante in quello che sta succedendo.
Tito Barbini