lunedì 23 agosto 2010

il piccolo principe


Il postino della Patagonia.


Da Nahuel Pan, nel mezzo della Patagonia più arida e dimenticata, un po’ prima della fine del mondo, ogni giorno, o quasi, parte un treno. Torna a Esquel da dove è partito, frontiera di neve col Cile. Forse sono più quelli che vengono da quelli che vanno.
Anch'io ho preso il treno patagonico invece di proseguire verso lo Stretto di Magellano. Oggi mi sento davvero lontano da tutto. Sono ormai nella parte della Patagonia che annuncia la Terra del Fuoco, dove il continente si sbriciola nel verde dello stretto e le colonie dei pinguini ammorbano l’aria con il loro odore, inconfondibili.
Però non sei mai così distante da tutto. Per quanto lontano tu vada c'è sempre qualcosa che ti riporta a casa, con il cuore o con la testa. Intendendo per casa, a volte, non solo la tua terra, la tua città natale, ma proprio la dimensione più domestica e famigliare.
Più o meno è questo che mi succede anche ora. Perché il nome in cui mi imbatto, decisamente, a sorpresa, è un nome che credo moltissimi di voi conoscono e amano. Sicuramente è un nome che conoscono e amano i vostri bambini, se ce li avete. Sono convinto che per diversi di loro questo nome corrisponde a un libro che hanno trovato sotto l'albero di Natale. Per altri è una lettura consigliata o ricercata proprio in questi giorni di vacanze.
Insomma, penso al Piccolo Principe. Più precisamente all'autore del Piccolo Principe.
Quando il treno arriva a San Antonio Oeste, lo sguardo mi cade sulla nuova costruzione, alcuni chilometri prima delle case. E’ nuova, un piccolissimo aeroporto che la comunità ha dedicato proprio a lui, all’autore del Piccolo Principe, ad Antoine de Saint-Exupèry. Il Principito come lo chiamano qui.
Non era solo uno scrittore, quest'uomo. Anzi, era in primo luogo un pilota di aerei. Di più, sono convinto che senza le sue esperienze di volo non ci sarebbero state nemmeno le sue pagine. Bisogna volare alto, anche metaforicamente, per raggiungere cose molte concrete. Un libro o anche qualcosa di buono, di utile, per la nostra famiglia, per la nostra comunità, per la nostra città. E questo è il primo augurio per questo 2010 che con il Piccolo Principe mi rende vicino a tutti voi, a tutti noi, anche dalla Patagonia.
Pilotava l’aeropostale delle Ande, il giovane Antoine. Tutti i giorni. Da Bahia Blanca a Sant Antonio Oeste e da qui a San Julian e Rio Gallego. Arriva anche a Punta Arenas quasi ogni giorno, e non può non aver incontrato anche Alberto De Agostini, il salesiano di cui voglio raccontare la storia.
“Ho fatto un lungo volo di duemilacinquecento chilometri in un solo giorno - scrisse Antoine alla madre - è stato bellissimo tornare dall’estremo sud, dove il sole tramonta alle dieci di sera, presso lo stretto di Magellano. Là è tutto verde: città su dei prati. Strane piccole città di lamiere ondulate. E gente che, a forza di sentire freddo e di raccogliersi attorno ai fuochi, è divenuta simpaticissima”.
Quando il giovane lasciò il Sudamerica per dedicarsi al giornalismo e poi alla letteratura lasciò un vuoto enorme in questa terra, dove gli eroi e gli esploratori si riconoscevano da lontano.
Nessuno sa invece dire quando scomparve invece di morire. Come il Piccolo Principe, forse, decise di farsi mordere dal serpente per lasciare il pianeta nel quale si sentiva troppo solo.
Fu abbattuto con il suo aeroplano nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, al largo di Marsiglia. Anche il Piccolo Principe, insomma, è stato travolto dalla guerra.
Ho letto da qualche parte, prima di partire per il mio viaggio, che un anziano ex pilota della Luftwaffe, ha ammesso di aver sparato a un aereo che poteva essere quello di Saint Exupéry.
Mi hanno fatto una certa impressione e colpito le sue emozioni. Ha detto che conosceva i suoi libri a memoria, che aveva cominciato a volare grazie a lui, che aveva sperato per anni di non averlo colpito. Chissà cosa gli sarà passato per la testa quando ha scoperto di aver abbattuto un poeta che stava volando ad ali spiegate.

martedì 10 agosto 2010

ritorno alla Terra del Fuoco



Così, dopo appena un anno, il sogno ha acquistato la solidità di una scelta.

I voli transoceanici, si sa, solitamente sembrano non passare mai, sono fatti apposta per condannarti all’impazienza e alla claustrofobia, ma questa volta le ore mi sono scivolate via bene. Le incertezze e i sottili sensi di colpa li ho abbandonati alla svelta, affidandoli ai cieli sopra l’Italia.

Ho salutato l’azzurro dell’oceano sopra di me e mi sono abbandonato all’eccitazione di un “salto” da un continente all’altro che ha il sapore non solo di una partenza verso lo sconosciuto ma anche di un ritorno a ciò che conosco e amo.

Non mi sono fermato a Buenos Aires, città bellissima che sa toccarmi corde segrete, Parigi della mia anima. Avevo messo in conto lo sgarbo e nemmeno la fatica del jet-lag mi ha indotto a cambiare idea e prendermela comoda.

Ho fame di spazi immensi, ho fame di vuoti e di silenzi. Smanio per quella solitudine di cui ho beneficiato nelle distese della “pampa” e sugli altipiani delle Ande.

E così andrà, anche questa volta.Anzi, questa solitudine voglio rimetterla al centro dei miei pensieri, voglio che diventi fonte e ispirazione della vita che mi spetta ancora, voglio chiederle aiuto per proseguire nella conoscenza di me stesso.

Perché il viaggio è anche questo, la consapevolezza che il mondo che rimane da esplorare può ormai essere un niente, ma che il mondo aiuta sempre a esplorare ciò che di te è ancora “terra incognita”.

Lo diceva Marcel Proust, con una frasetta oggi abusata perfino dai tour-operator, ma non per questo meno vera:

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.

avvicinarmi di più a quanto mi riguarda da vicino. Più circospetto, forse, però sincero.

In fondo questo è già un bel risultato: di tutto questo ho già trovato il coraggio di parlare.

Sono sicuro che è il primo dono di un viaggio che, in attesa dell’Antartide, mi consente di riallacciare i fili della memoria, di ritrovare gli scenari, gli odori, i suoni – primo tra tutti il suono incessante del vento – che, seducendomi, hanno fatto nascere la mia storia d’amore con questa terra.

Ed eccomi qui, quasi per incanto, eccomi ad aspet- tare il traghetto che mi farà attraversare lo Stretto di Magellano e raggiungere la mitica Terra del Fuoco.

Che emozione: non importa quanta terra, quanto mare ho ancora davanti a me.

Qui mi pare di appartenere ad altri mondi, ad altre epoche. Mi sdraio sulla sabbia appoggiando la testa sul- lo zaino e lascio andare la fantasia a briglia sciolta.

E immagino il capitano Ferdinando Magellano, il portoghese al servizio della corona spagnola che intra- prese la prima circumnavigazione del globo, l’uomo che partì dall’Europa verso Occidente per raggiungere l’Asia e che qui trovò il varco per raggiungere l’Oceano Pacifico.

Lo immagino, cinquecento anni prima di me, che dalla prua della sua nave scruta l’altra sponda del canale la Terra del Fuoco prima che si chiamasse Terra del Fuoco.

A proposito, andò così. Scrutando queste coste Magellano vide levarsi dai villaggi degli indios alte colonne di fumo e gli venne naturale battezzarla Terra del Fumo. Quando tornò a casa, il suo datore di lavoro, Carlo Quinto re di Spagna, ebbe da ridire: dove c’è il fumo, pontificò, c’è anche il fuoco. E certo non si poteva non dare retta al sovrano dell’impero sul quale non tramontava mai il sole.

E fu così che questo posto che per la maggior parte dell’anno ti riserva tempeste di neve e vortici di venti gelidi prese a chiamarsi Terra del Fuoco.

E mentre non mi stanco di rimirare i disegni che le più belle nuvole che abbia mai visto incessantemente fanno e disfanno mi viene da pensare anche a un altro europeo che, giovanissimo, si trovò ad affrontare que- sto leggendario passaggio tra i due grandi oceani del mondo. Si chiamava Charles Darwin ed era lontano dall’essere riconosciuto come il grande scienziato padre di una teoria dell’evoluzione destinata a sconvolgere se- colari convinzioni.

Forse nemmeno lui avrebbe saputo spiegare perché alla fine si era ritrovato a bordo del Beagle, il brigantino della Royal Navy che il 27 dicembre 1831 era salpato da Davenport per fare il giro dell’intero emisfero sud.

Magari aveva annusato la grande occasione della vi- ta. Oppure semplicemente si era imbarcato per evitare altri destini. Per esempio, per scansare un padre che lo avrebbe voluto pastore d’anime, figurarsi, proprio lui, l’uomo di una scienza che la religione ha fatto molto fatica a digerire e forse non c’è ancora riuscita del tutto.

Me lo vedo qui, il giovane Charles, molti anni dopo il capitano Magellano. Anche lui se ne sta appollaiato sulla prua della nave che lo sta consegnando alla distesa marina il cui nome è una sfacciata menzogna, il Pacifico. Passa giornate intere a indagare la vita che gli si presen- ta davanti in una prodigiosa varietà di forme e specie. Di lì a poco approderà alle isole Galapagos delle infinite meraviglie, dove davvero potrà decifrare i misteri dell’evoluzione e tradurli in parole che noi leggeremo sui nostri manuali di scienze.

Mi fa pensare, quello scienziato ragazzo, nemmeno 22 anni compiuti e un futuro enorme davanti a lui.

Dopo il suo viaggio sul Beagle, non si mosse più da Down House, la residenza nel Kent dove mise a punto e poi per scritto le sue convinzioni scientifiche. Cambiò il mondo senza più girarlo, il mondo, forse addirittura sazio di questo mondo.

E io che il mondo ho provato a cambiarlo insieme ad altri milioni di altre persone, tutte accomunate dalla speranza nelle possibilità della politica, io il mondo non l’ho cambiato, però non sono mai sazio di girarmelo.

Ora sono qui, e raramente mi sono sentito così bene come su questo fazzoletto di sabbia. Guardo passare le barche e non cerco parole per le mie emozioni. In que- sta terra non mi sento straniero.

Mi viene di salutare i pescatori che ormeggiano nel piccolo porticciolo accanto al molo. Il viandante, mi sovviene, è colui che saluta per primo. Lo faccio con na- turalezza, credo, come un vecchio amico che condivide la loro fatica.

Loro mi restituiscono un sorriso, poi alzano la voce imprecando contro il cielo. Ce l’avranno con me?

Perché no? Per loro possono essere il solito straniero rompiscatole, il turista impiccione che si vive come fol- clore locale la fatica e la sofferenza di chi tira a campare.

Almeno i miei capelli bianchi, però, dovrebbero fugare ogni dubbio sulle mie reali intenzioni.

No, non ce l’hanno con me. Ce l’hanno con la sorte. Con il tempo brutto e il mare grosso che da giorni vani- fica la loro pesca.

Ho l’impressione che da queste parti non manchino le occasioni di inveire per queste cose, durante tutto l’anno. Trattengo un sorriso e spingo il mio sguardo più avanti.

Ormai sta arrivando il traghetto. Quando sarò sull’altra sponda, là dove secondo la contorta geografia politica di questa estrema propaggine americana l’Argentina lascia posto al Cile, mi sa tanto che cederò alla tentazione di un fuori programma.

(Tito Barbini "Antartide" Edizioni Polistampa")

domenica 8 agosto 2010

il viaggio


Se mi guardo indietro vedo che da poche altre cose la mia vita è stata segnata così in profondità come dall’amore per il viaggio.

Mi è sempre stato abbastanza chiaro che viaggiare è un’attività ben più complessa e coinvolgente di uno spostamento fisico. Ma fin da piccolo, soprattutto, ho sentito crescere dentro di me l’idea dell’altrove, qualunque cosa questo altrove significhi: un’altra vita costruita in remote latitudini oppure un estremo limite geografico.

Il babbo e la mamma, mi ricordo, da nullatenenti che erano si erano inventati un lavoro che oggi pare uscire da un libro di fiabe: vendevano giocattoli nelle fiere e nei mercati.

Erano di Cortona, la cittadina murata, dalle chiare origini etrusche, che sovrasta la valle della Chiana, in provincia di Arezzo, ma giravano tutta la Toscana, per le gioie e le bizze di chissà quanti bambini.

Per il mio settimo compleanno ritornarono a casa portandomi uno di quei mappamondi con le montagne in rilievo e la luce dentro. Una meraviglia: non doveva nemmeno essere stato facile procurarselo. Si sa, la memoria ingigantisce ogni cosa. A me sembrava che il mio mappamondo fosse grande da non poterlo nemmeno abbracciare.

Passavo ore e ore in sua compagnia, alla ricerca di valli incantate e di isole dei pirati. Scrutavo l’azzurro degli oceani, studiavo i confini di stati di cui ignoravo tutto, percorrevo con il dito i profili delle catene di montagne, indugiavo su capitali di cui ripetevo il nome ascoltando l’eco di avventure possibili.

Col pensiero volavo verso città remote, che comunque non riuscivo a concepire senza i mari, i monti, i deserti che le accerchiavano.

Però a emozionarmi e a scatenarmi le fantasie erano soprattutto le terre estreme: meglio, che consideravo estreme dal mio punto di vista, quello di un ragazzino che non si era mai allontanato dalla sua Toscana, ma che quando faceva il presepio poteva convincersi alla svelta che le mura della sua Cortona fossero in realtà quelle di Gerusalemme.

E per il mio mondo di bambino erano essenzialmente due le terre estreme. Corrispondevano ad altrettanti confini invisibili, che separavano la mia vita di ogni giorno e i miei sogni di avventura: erano i monti dell’Himalaya e, appunto, la Terra del Fuoco con l’Antartide.

Più tardi, poi, ad alimentare la mia fame di mondi lontani sono arrivate le letture. Non mi ricordo chi abbia scritto che non esiste un vascello veloce come un libro per portarci in terre lontane. Però quanti libri mi hanno aiutato a sognare.

Libri divorati da adolescente, ma che avrei riletto con enorme piacere anche da adulto. Libri su uomini sempre alla ricerca di qualcuno o qualcosa, all’inseguimento di un sogno o di un tesoro, di una persona amata oppure anche di una balena divenuta ragione di vita. E uomini in perenne, inquieto movimento attraverso giungle folte di minacce o attraverso oceani gelidi e tem- pestosi. In fondo anch’io ho provato a cercare per tutti i mari della mia esistenza l’inafferrabile balena bianca; anch’io ho indagato le mappe per scovare la mia isola del tesoro; anch’io ho issato le vele del mio vascello per oltrepassare quella sottile linea d’ombra, che non è solo il titolo di un libro indispensabile, è anche una stagione cruciale della vita.

E oggi che quel bambino di Cortona è ormai un ricordo lontano, oggi viaggio davvero, non più su un mappamondo con le ali della fantasia.

Viaggio per riannodare i fili di un discorso che non si è mai interrotto e che forse ha bisogno solo di essere completato, sempre che questo sia mai possibile.

Però le mie mete, per lo meno le mete che contano sul serio, affondano sempre nei sogni e nelle emozioni di quel bambino.

Così credo di aver capito che il viaggio, quando è vero, ti consente, tra le altre cose, di ritornare a quello che eri in tempi lontani, senza più pregiudizi, barriere, filtri della memoria più o meno interessati e consapevoli.

Per me è davvero importante: non voglio più smarrire i paesaggi interiori della mia infanzia.

Da lì sono partito, lì voglio tornare.

(Tito Barbini da "Antartide" Edizioni Polistampa)

martedì 3 agosto 2010

Viaggio in Cambogia


Ho appreso dai giornali che in questi giorni un tribunale internazionale ha emesso una prima condanna contro il direttore del famigerato carcere S21. Ecco il mio ricordo.


Dalle risaie ai campi della morte


Cosa penso di ritrovare in questo tormentato paese dove si è massacrato sotto la spinta del peggiore fanatismo ideologico?

Questa domanda non si può eludere, in questa fetta di terra asiatica in cui la lotta al colonialismo e all’ingiustizia sociale è precipita- ta, nel nome di qualcosa e di qualcuno, fino al genocidio e allo ster- minio di massa.

Sono entrato dal Vietnam dei miei sogni giovanili per incontrare la Cambogia dei miei incubi.

Perché questo è il paese che, più di ogni altro, interpreta la tragedia e l’incanto dell’Indocina e del suo grande fiume. Ancora oggi, quasi trent’anni dopo.

È un afoso mattino di agosto, quello che mi accompagna lungo il ponte dell’orrore. Lo chiamo così perché, mentre lo attraverso, mi passano davanti agli occhi le immagini, inquietanti e tristi, della miseria dell’uomo.

Quella vera.

Senza inutili aggettivi, stridenti con la realtà.

Chau Doc è l’ultima città vietnamita prima del confine. In real- tà poco più di un immenso campo profughi dove, negli anni, si è ammassata la popolazione sfuggita all’orrore e alla follia di Pol Pot.

I campi hanno lasciato il posto a un indistinto cumulo di baracche, fatte di paglia impastata con il fango e coperte da foglie di palma. Qua e là qualche costruzione in mattoni è adibita a piccolo hotel per turisti di passaggio o a edificio pubblico.

La frontiera a Vinh Xuong rappresenta il centro, assurdo e cospi- cuo, del disordine che complica la quotidiana necessità di vivere. A sorprenderti è una curiosa sensazione di immobilità, assolutamente incongrua rispetto alla consueta esperienza della frenesia asiatica.

Oltre il confine, il girone perverso riprende a muoversi. Come in un dipinto di Bosch, in cui l’umanità che attraversa il peccato è con- dannata all’inferno, anche qui i personaggi riprendono a compiere le loro normali cattive azioni.

La spirale della miseria e della violenza che le cammina accanto si rigenera continuamente.

Sono appena arrivato in Cambogia e già mi viene da pensare a una scrittrice che amo molto: Hannah Arendt.

Uno dei suoi libri più importanti, La banalità del male, mi intro- duce dentro un ragionamento sulla natura della tragedia cambogiana. Tante domande si affollano nella mia mente e una sovrasta tutte

le altre: cos’è davvero la banalità del male? Non è una domanda oziosa se uno si trova a camminare tra i

poveri resti ancora sparsi nelle fosse comuni del campo di sterminio di Choeung Ek, macabro terminale della famigerata prigione S21.

Hannah Arendt aveva seguito, in qualità di reporter, il processo in Israele al criminale nazista Adolf Eichmann. Dal processo e dalle testimonianze ascoltate aveva tratto la convinzione che la pratica dello sterminio di massa dovesse suggerire, o meglio imporre, una profonda riflessione attorno al concetto di male.

E penso davvero che il male che in Cambogia ha sterminato milioni di persone non possa essere spiegato solo con la natura tota- litaria e ideologica che motivava la terribile violenza dei khmer rossi.

Non basta la paranoia di Pol Pot a dare un senso alla contabilità dei morti e degli orrori, a spiegare davvero quello che è accaduto.

L’ex liceo francese di Phnom Penh è un grande edificio polvero- so di mattoni con le gallerie disposte intorno a due grandi cortili pieni di alberi e piante grasse. La scuola era conosciuta con il nome di Tuol Sleng.

Qui si trovava l’S21, il mattatoio, orribile galera dove i khmer rossi interrogavano e torturavano i prigionieri per strappare loro assurde confessioni prima di portarli fuori città, nelle risaie trasfor- mate in killing fields, in campi di sterminio.

Si dice che di qua siano passate almeno ventimila persone. Solo sette sono sopravvissute. Mi muovo nei corridoi esterni e sento sali- re la nausea. Dopo il primo piano non ce la faccio più, il caldo e l’orrore mi chiudono la gola.

Tuol Sleng è un luogo maledetto e intollerabile. E certo non per- ché pensi ai giorni del liceo, quando le classi di ragazzi sciamavano festanti al suono della campanella.

Ancora oggi inciampi in continuazione nelle catene e negli stru- menti di tortura che hanno lasciato disseminati accanto agli schele- tri delle brande di ferro.

Qualcuno ha scritto sul muro, segnando con le unghie o con il proprio sangue il nome e l’età. Chissà quale disperato significato potesse avere questa ultima conferma di sé.

Però la cosa che ti ferisce di più, che proprio non sopporti, è vedere i volti delle vittime. Ci sono stanze piene di foto ingiallite di persone ammazzate.

Mi pare di sentirle le loro urla in questo silenzio assordante.

Le foto appassite dal tempo restituiscono occhi spenti e atterriti, facce lontane che ti raggiungono, dopo una lunga assenza dalla tua coscienza, per ricordarti che erano lì negli anni in cui tu eri altrove.

Ho visitato tanti altri luoghi di sofferenza e di morte.

Campi di sterminio nazisti, musei del genocidio in ogni parte del mondo. Camere a gas o stanze della tortura, ovunque.

In ognuno di questi posti ho letto cartelli che chiedevano rispet- to e silenzio da parte dei visitatori. Mai mi era capitato un cartello con su scritto: «Vietato ridere». Anche se l’unica scritta è in caratte- ri khmer, l’immagine sul cartello sbarrato di rosso all’ingresso non ha bisogno di traduzione.

Del resto vorrei sapere chi potrebbe ridere o anche solo aver voglia di sorridere. Qui ci si può solo vergognare di far parte dell’u- manità, qui ci si può aggirare per le stanze con in faccia la mortifi- cazione e lo sdegno ma proprio nessuna voglia di ridere.

Edificio maledetto, questo S21, monumento al fanatismo politi- co cieco, idiota e assurdo. Con la sua scrupolosa, ossessionante con- tabilità della morte prima della fossa comune.

Le famiglie venivano prelevate tutte insieme, perché non si distingueva tra l’uno e l’altro, si faceva tutto all’ingrosso, senza la fatica di arresti isolati. Poco importava se nella rete finivano anche neonati, oppure vecchi. Tutti facevano la stessa fine. Almeno due- mila bambini sono stati ammazzati tra queste mura.

Ad accompagnarmi all’interno di S21 è Chey Sopheara, l’attuale direttore di Tuol Sleng.

È lui a raccontarmi i primi giorni dopo la liberazione della città da parte dei vietnamiti.

Toccò a lui il compito di ripulire l’edificio, portare via i corpi dei torturati rimasti all’interno, lavare dal sangue versato il marciapiede antistante, fare in modo che quell’odore di morte che impregnava le mura si attenuasse.

Dopo tre anni, otto mesi e venti giorni di Pol Pot mancavano

all’appello due milioni di cambogiani su una popolazione di sette milioni e mezzo di abitanti, con una media di quasi duemila esecu- zioni al giorno. La Cambogia è stata davvero un orrendo, inconce- pibile mattatoio.

Le città furono svuotate, gli abitanti deportati nelle campagne. Non c’erano più poste, telefoni, scuole, università, niente esisteva più. Tutto si era fermato all’improvviso e tutto era diventato estraneo alla vita di milioni di persone. Solo il Partito e la terra erano rimasti

nel giorno e nella notte di ognuno. Chi non lavorava la terra non mangiava, chi pensava produceva

solo memoria e la memoria apparteneva al passato. Perché il passa- to era un crimine.

Del resto anche chi semplicemente portava gli occhiali era un intellettuale e quindi destinato a morire.

Nessuna famiglia fu risparmiata durante la rivoluzione rossa. Anche coloro che furono tra i primi a sposarne la causa spesso il giorno dopo si ritrovarono fra gli accusati.

Ogni debolezza, ogni sguardo, ogni accenno di sincerità rischia- va di precipitare chiunque tra i nemici del popolo. Succedeva che gli stessi figli denunciassero i loro genitori, talvolta per paura ma, più spesso, perché plagiati dal regime. E forse sta in questo il segno più tragico, la cifra, della capitolazione della ragione all’istinto bestiale.

Non c’è solo il sangue: dalla tragedia cambogiana emerge anche un paesaggio interiore desolato e apocalittico, segnato dalla caduta libera verso l’abisso di ogni ragionevolezza, di ogni sentimento di pietà.

Il tutto in nome di una folle ideologia.

Vorrei capirlo meglio, ma sono portato a credere che oltre l’ideo- logia dei carnefici ci possa essere posto solo per un’angoscia esisten- ziale intima, assoluta, personale e privata e come tale solitaria.

Possibile tutto questo?

È inutile avventurarsi in un tentativo di lucidità storica, inutile provare a spiegare che anche per la Cambogia, in effetti, furono grandi le colpe dell’Occidente. Non serve a niente addossare le colpe agli altri per giustificare l’orrore provocato dall’ideologia comunista.

Credo che in effetti ci sia solo una cosa che valga la pena fare: mantenere la memoria delle tragedie, delle crudeltà, delle sofferen- ze, attingere pietà e anche coraggio dal pozzo della nostra anima.

Semmai è giusto chiedersi: perché siamo stati inermi e silenziosi di fronte a questo genocidio?

Questa domanda, lo so, non mi abbandonerà mai per tutto il viaggio. Ed è meglio così.

A mia discolpa, e sempre che questo serva davvero, potrei anch’io approdare facilmente alla conclusione che le rivoluzioni, anche quella russa e cinese, sono state soltanto una tragedia anzi che tutte le rivoluzioni spesso riproducono il male che vorrebbero estirpare.

Però c’è qualcosa che non mi convince. Ecco perché non mi spingo fino all’abiura.

Se guardo alla Cambogia non ho dubbi, in effetti. Però conservo ancora l’impressione che queste degenerazioni non appartengano all’idea iniziale.

Non so come spiegarlo ma non credo fino in fondo all’innocen- za dei vincitori. Intendo dei vincitori di oggi.

Provo a domandarmi: che cosa farei se tornassi indietro nel tempo? Perché mai durante la guerra del Vietnam non avrei dovuto stare dalla parte dei vietnamiti? E perché mai non avrei dovuto riporre qualche speranza nel comunismo cinese che, con la Lunga marcia di Mao, sollevava il più popoloso paese del mondo da un

secolare destino di miseria e servitù? E la rivoluzione russa? E quel- la cubana? Furono solo e soltanto una grande menzogna?

Potrei sedermi sulla riva del fiume e lavarmene le mani. Ma temo che questo non mi porti a niente.

E allora confesso che se mi ritrovassi nelle stesse condizioni stori- che mi metterei dalla stessa parte. Magari senza illusioni, magari con sofferenza. E semmai vorrei avere la forza, la chiarezza, per denunciare gli orrori, per raccontare ogni verità, perché ogni verità è sempre e comunque rivoluzionaria, ma sul serio, non come si pro- clamava un tempo a colpi di slogan.

Il comunismo, anche quello che ha battuto strade diverse, ha perso la sua sfida alla democrazia, in tutto il mondo. Ma di quell’i- dea di emancipazione e libertà i Pol Pot di tutto il mondo sono stati davvero i peggiori nemici: di qualunque cosa si riempissero la bocca.

(Tito Barbini, "I Giorni del Riso e della Pioggia" Vallecchi Editore )