lunedì 23 agosto 2010

il piccolo principe


Il postino della Patagonia.


Da Nahuel Pan, nel mezzo della Patagonia più arida e dimenticata, un po’ prima della fine del mondo, ogni giorno, o quasi, parte un treno. Torna a Esquel da dove è partito, frontiera di neve col Cile. Forse sono più quelli che vengono da quelli che vanno.
Anch'io ho preso il treno patagonico invece di proseguire verso lo Stretto di Magellano. Oggi mi sento davvero lontano da tutto. Sono ormai nella parte della Patagonia che annuncia la Terra del Fuoco, dove il continente si sbriciola nel verde dello stretto e le colonie dei pinguini ammorbano l’aria con il loro odore, inconfondibili.
Però non sei mai così distante da tutto. Per quanto lontano tu vada c'è sempre qualcosa che ti riporta a casa, con il cuore o con la testa. Intendendo per casa, a volte, non solo la tua terra, la tua città natale, ma proprio la dimensione più domestica e famigliare.
Più o meno è questo che mi succede anche ora. Perché il nome in cui mi imbatto, decisamente, a sorpresa, è un nome che credo moltissimi di voi conoscono e amano. Sicuramente è un nome che conoscono e amano i vostri bambini, se ce li avete. Sono convinto che per diversi di loro questo nome corrisponde a un libro che hanno trovato sotto l'albero di Natale. Per altri è una lettura consigliata o ricercata proprio in questi giorni di vacanze.
Insomma, penso al Piccolo Principe. Più precisamente all'autore del Piccolo Principe.
Quando il treno arriva a San Antonio Oeste, lo sguardo mi cade sulla nuova costruzione, alcuni chilometri prima delle case. E’ nuova, un piccolissimo aeroporto che la comunità ha dedicato proprio a lui, all’autore del Piccolo Principe, ad Antoine de Saint-Exupèry. Il Principito come lo chiamano qui.
Non era solo uno scrittore, quest'uomo. Anzi, era in primo luogo un pilota di aerei. Di più, sono convinto che senza le sue esperienze di volo non ci sarebbero state nemmeno le sue pagine. Bisogna volare alto, anche metaforicamente, per raggiungere cose molte concrete. Un libro o anche qualcosa di buono, di utile, per la nostra famiglia, per la nostra comunità, per la nostra città. E questo è il primo augurio per questo 2010 che con il Piccolo Principe mi rende vicino a tutti voi, a tutti noi, anche dalla Patagonia.
Pilotava l’aeropostale delle Ande, il giovane Antoine. Tutti i giorni. Da Bahia Blanca a Sant Antonio Oeste e da qui a San Julian e Rio Gallego. Arriva anche a Punta Arenas quasi ogni giorno, e non può non aver incontrato anche Alberto De Agostini, il salesiano di cui voglio raccontare la storia.
“Ho fatto un lungo volo di duemilacinquecento chilometri in un solo giorno - scrisse Antoine alla madre - è stato bellissimo tornare dall’estremo sud, dove il sole tramonta alle dieci di sera, presso lo stretto di Magellano. Là è tutto verde: città su dei prati. Strane piccole città di lamiere ondulate. E gente che, a forza di sentire freddo e di raccogliersi attorno ai fuochi, è divenuta simpaticissima”.
Quando il giovane lasciò il Sudamerica per dedicarsi al giornalismo e poi alla letteratura lasciò un vuoto enorme in questa terra, dove gli eroi e gli esploratori si riconoscevano da lontano.
Nessuno sa invece dire quando scomparve invece di morire. Come il Piccolo Principe, forse, decise di farsi mordere dal serpente per lasciare il pianeta nel quale si sentiva troppo solo.
Fu abbattuto con il suo aeroplano nel 1944, in piena seconda guerra mondiale, al largo di Marsiglia. Anche il Piccolo Principe, insomma, è stato travolto dalla guerra.
Ho letto da qualche parte, prima di partire per il mio viaggio, che un anziano ex pilota della Luftwaffe, ha ammesso di aver sparato a un aereo che poteva essere quello di Saint Exupéry.
Mi hanno fatto una certa impressione e colpito le sue emozioni. Ha detto che conosceva i suoi libri a memoria, che aveva cominciato a volare grazie a lui, che aveva sperato per anni di non averlo colpito. Chissà cosa gli sarà passato per la testa quando ha scoperto di aver abbattuto un poeta che stava volando ad ali spiegate.

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