lunedì 11 ottobre 2010

Piccoli emigranti crescono

Cominciamo da una nota lieta: alcuni giorni fa, accompagnando mio nipote a scuola, ho osservato che ormai anche nella mia città abbiamo una grande integrazione nelle classi scolastiche. Sono aumentati gli studenti che provengono da altre realtà e di altre etnie. E’ per me una gioia vedere questa realtà che ormai prefigura una società multietnica. Che poi è un futuro che, volenti o nolenti, ci aspetta comunque: sta a noi farsi trovare pronti, cioè far sì che quel futuro si declini nel migliore dei modi. Che sia cioè ricco di opportunità e non di preoccupazioni.
  Poi però la gioia ha lasciato il posto a una nascente amarezza. E ho sentito il bisogno di una riflessione e di una domanda che voglio condividere con voi.
 Ho pensato, insomma, che tutti questi bambini hanno bisogno di molti auguri perché il paese che li aspetta non è accogliente. Ma quei bambini che vengono dai paesi dell’Africa e dell’Asia hanno bisogno di qualche augurio in più ?
Posso provare a rifare la domanda con parole mie e cercare di esagerarla? Esagero.
Che cosa dovrebbe fare un giovane immigrato nato o cresciuto in Italia (ormai sono milioni) di fronte all’ondata generalizzata di pregiudizio e intolleranza che si sta rovesciando su tutti gli immigrati, indistintamente, facendo di ogni erba un fascio?
 Che scelte avrebbe?
Difficilmente, al suo posto, potrei ancora sperare di avere un futuro, una cittadinanza, una nuova patria. Sarei stanco di invocare senza ascolto il diritto a essere, in tutto e per tutto, un cittadino come gli altri. Semmai potrei continuare ad abitare in questa città, contentandomi di avere un lavoro che magari altri non vogliono fare, di mandare i miei figli a scuola (e questo è già molto), ma in una scuola che offre meno opportunità che in passato, di abitare un tetto insicuro.
Ma anche così mi sentirei un ingombro, un intruso a costante rischio di umiliazione. Avverto nella pelle l’obiezione che molti mi faranno: “ma qui non parliamo di immigrati di seconda generazione, parliamo dei clandestini, dei rom, delle prostitute …”
 Può darsi, ma i fatti parlano d’altro. La continua, assordante sovrapposizione fra questione migratoria e ordine  pubblico nelle parole di tanti imprenditori morali e politici dell’insicurezza obbliga i figli dell’immigrazione a convivere con un pensiero comune che legge il migrante come ospite richiesto ma non benvenuto.
Il ministro degli Esteri Franco Frattini ha detto: “Abbiamo bloccato la tratta dei clandestini”. Attenzione: ogni parola di questa frase è falsa.
Il ministro l’ha pronunciata nel corso della visita di Muammar Gheddafi, per ribadire il successo della politica di contrasto dell’immigrazione clandestina intrapresa dal governo italiano, grazie al pattugliamento congiunto del Mediterraneo da parte di unità militari italiane e libiche. Ma innanzitutto è falso che i flussi di migranti provenienti dal mare si siano arrestati. Sono cambiati i paesi di provenienza (sicuramente arrivano meno africani), sono cambiati i mezzi (ci sono meno “carrette” e più barche a vela) ed è cambiata anche la composizione (più donne e bambini). Ma questo non significa che gli arrivi siano terminati.
E poi c’è quel “clandestini”, che rappresenta l’equivoco più mostruoso di quella dichiarazione. La maggior parte dei migranti che il tanto stimato Gheddafi tiene lontano dalle nostre coste avrebbero diritto a una qualche forma di tutela internazionale (rifugiati, richiedenti asilo, protezione umanitaria). Tutela che la Libia fa tutt’altro che garantire e che noi, peggio che complici, neghiamo.
Nel 2008 gli sbarchi sono stati 36.951, in 30.492 hanno fatto richiesta di protezione internazionale e oltre la metà l’ha ottenuta. Nel 2009, anno di entrata in vigore del trattato di amicizia con la Libia, le richieste di protezione si sono ridotte a 17.603. La conseguenza è semplice e brutale. A venire respinti sono, in primo luogo, i profughi e i fuggiaschi. Dunque non è stata vinta alcuna battaglia contro i clandestini, che continuano ad arrivare da altre frontiere e attraverso altri percorsi. Avrebbe lo stesso effetto se il ministro la dicesse così?
Ma veniamo anche alla buona notizia.
Il 30 settembre scorso è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dell’Interno 5 agosto 2010 per la presentazione delle domande di contributo presso il Fondo nazionale per le politiche e i servizi dell’asilo. Il Fondo finanzierà la realizzazione di progetti di accoglienza proposti dagli enti locali per richiedenti asilo e rifugiati. Trenta milioni sono gli euro stanziati nel fondo di cui oltre 6 destinati ai servizi di accoglienza per categorie vulnerabili di richiedenti e titolari di protezione internazionale (disabili, vittime di tortura, genitori singoli con figli minori, donne in stato di gravidanza, minori non accompagnati).
Il fondo consentirà di migliorare le condizioni di accoglienza e le procedure in termini di servizi e di infrastrutture, di integrare coloro che beneficiano di una forma di protezione internazionale rendendoli il più possibile autonomi, di sostenere il reinserimento di quanti decidono di tornare nel paese d’origine. 
Sembrerebbe proprio una buona notizia, perché rende disponibile una certa quantità di risorse per un’attività - quella dell’accoglienza dei richiedenti asilo - che versa in condizioni a dir poco disastrose. E questo nonostante che i diritti dei rifugiati siano solennemente sanciti in tutti gli ordinamenti nazionali e in tutte le convenzioni sovranazionali.
Questo vale, ancor più per l’Italia dove il numero delle persone che hanno ottenuto lo status di rifugiato o la protezione internazionale è largamente inferiore a quello di paesi come la Francia e la Germania.
Però ora c’è da sperare che quei fondi siano saggiamente utilizzati.
Nella vostra città qualcuno ci ha fatto un pensierino?



1 commento:

  1. io la figlia emigrante prima in europa e poi da gennaio in america, certo che per un europeo il trattamento sarà diverso, e a certi livelli si è emigranti quasi di lusso, però lo spaesamento, l'ansia, le paure quelle sono comuni a tutti quando si va a vivere in un paese che non è il tuo

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