mercoledì 22 agosto 2012

Praga Agosto 1968





In questi afosi giorni di agosto ricorre l'anniversario dell'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del patto di Varsavia , finì in quella notte tra il 20 e il 21 agosto del 1968 il sogno di un socialismo dal volto umano. Voglio ricordarlo quel giorno con alcune pagine del libro "Caduti Dal Muro"che ho scritto con Paolo Ciampi.







Allora c’era la Cecoslovacchia, non due paesi – la Repubblica Ceca e la Slovacchia – che si sono separati senza guerra ma con la desolazione che c’è in tutti i divorzi spinti dalla rabbia e dall’esasperazione.
Pensa: Repubblica Ceca e Slovacchia. Non è come Germania dell’Est e Germania dell’Ovest. Per i tedeschi la riunificazione stava nello stesso nome, mentre qui i nomi nuovi accolgono una differenza e allo stesso tempo evocano un’amputazione.  
La Cecoslovacchia.
La Cecoslovacchia e le truppe del Patto di Varsavia che varcarono il confine.
 Era la notte tra il 20 e il 21 Agosto del 1968.
 E io ricordo tutto di quella notte.
Perché c’ero anch’io, quella notte.

Di acqua sotto i ponti ne è davvero passata tanta, ma le immagini che conservo sono ancora nitide. Si affollano dentro di me con la prepotenza di un torrente di montagna.
E come potrei dimenticare?
Quella notte mi svegliarono le esplosioni che provenivano da un punto non lontano e il rombo dei tanks sovietici.
Le finestre della mia camera davano proprio sui viali di Piazza San Venceslao.
Mi alzai, stordito. Mi affacciai e guardai, incredulo.
La piazza era invasa dai carri armati. Si combatteva ancora, se si può qualificare come combattimento un’azione violenta in una situazione di assoluta disparità di forze.
Se chiudo gli occhi mi sembra ancora di sentire il rumore sordo dei colpi e poi l’aria solcata dal fumo delle loro traiettorie. Carri armati contro gruppi di ragazzi asserragliati al Museo Nazionale, in un disperato tentativo di resistenza.
Su Praga non era ancora arrivato il gelo delle grandi pianure orientali, ma la sua Primavera era già stata soffocata.
Andò così, con lo strapotere di Golia su Davide, perché poi la storia è così: raramente Golia si lascia sconfiggere e se lo fa quasi sempre è solo per distrazione.

 Ero tornato a Praga poco dopo essermi sposato. Volevo rivedere e abbracciare gli amici della federazione giovanile comunista  praghese che avevo conosciuto due anni prima, al festival internazionale di Helsinki.
  Tutto sembrava tranquillo in quei caldi giorni d’estate. La città era piena di turisti, i praghesi rientravano dalle ferie sui monti Tatra o ai laghi della Boemia.
Le strade brulicavano di gente e nei parchi i vecchi seguivano i giochi dei bambini, con la preoccupazione che è dei nonni di tutto il mondo.
La Primavera di Praga, quella politica, era iniziata presto quell’anno.
  In pochi mesi Alexander Dubcek, il giovane segretario del Partito Comunista, aveva scaldato il cuore del suo paese e riacceso le speranze di milioni di comunisti in Europa e nel mondo.
 La posta in gioco era alta: tenere insieme democrazia e socialismo; far vivere, proprio in un paese comunista, una nuova idea di libertà e di giustizia.
Nell’aria si respirava il profumo pungente della rivoluzione, insomma. Di una rivoluzione giusta e incruenta, che non avrebbe cancellato il passato, ma semmai lo avrebbe riportato sui binari giusti.
Bisognava andare avanti proprio per riannodare i fili spezzati, per completare, e completare bene, quello che a un certo punto era girato male.
La Primavera di Praga era proprio questo: non voltare le spalle al comunismo, ma riappropriarsene; restituire dignità a una grande idea di cambiamento, per ridare anche a noi, che ci credevamo appassionatamente, nuovo vigore, nuovo entusiasmo.
E furono quei colpi, quei colpi che uccidevano la Primavera, a svegliarmi…

Il balzo verso la finestra, il tempo di vestirmi, poi giù per le scale con la voglia di uscire nella piazza.
Il dolore, la rabbia, e insieme pure la sensazione di vedere, di vivere la storia….
Avrei voluto protestare, ribellarmi, indignarmi anch’io come la gente di Praga che, sbigottita e umiliata, uscendo dalle case, correva incontro a San Venceslao. 
Non so se ci sarei riuscito, perché poi l’istinto deve misurarsi con le risorse di determinazione e coraggio, prima ancora che del buon senso.
Non so, perché non mi è stata data la possibilità di mettermi alla prova. La porta dell’albergo era sbarrata da due ragazzi in divisa. A nessuno, e soprattutto agli ospiti stranieri, era consentito di uscire.
Era la prima volta che provavo sulla mia pelle la coercizione fisica. Presumibilmente anche l’ultima. E al mondo, certo, ci sono ben altre proibizioni che incidono sulla tua libertà di movimento, sugli spazi della tua vita, però io l’ho trovata ugualmente insopportabile.
Forse la mia percezione sarebbe stata diversa, ad aver sperimentato un carcere o un campo di concentramento, ma la mia volontà era stata comunque frantumata, umiliata. Stritolata prima ancora che dai cingoli dei carri armati dalle parole che un giovane ufficiale dell’Armata Rossa, gentilissimo nei modi, continuò a ripetere senza sosta: «Tranquilli, tranquilli, è solo una normale operazione militare. Siamo stati chiamati per ristabilire l’ordine»
. Come se davvero ci potesse essere qualcosa di “normale”, in quella “operazione”.
Passaporto alla mano, fecero accomodare tutti gli stranieri nella sala del vecchio Caffè Europa da cui ora ti sto scrivendo, Paolo. Qui veniva spesso Franz Kafka, lo scrittore che forse più di tutti ha scandagliato l’inquietudine di un uomo moderno senza possibilità di riscatto nelle religioni e nelle ideologie.
Sedeva davanti a un piccolo tavolo di marmo verde e attraverso le vetrate osservava la piazza. Forse proprio qui ha scritto alcune pagine dei suoi racconti.
 Ti ricordi le prime parole della Metamorfosi?
 «Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregori Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto».
E mi pare che lo strano destino di Gregori Samsa sia stato condiviso anche da questa meravigliosa città, costretta a risvegliarsi in una notte popolata di giganteschi insetti di acciaio che sputavano saliva di fuoco.

Così ricordo quell’agosto 1968, un ricordo così intenso e così spiazzante da cancellarmene altri assai più belli di un anno di colori, fermenti, idee in movimento da un angolo all’altro del pianeta.
Il mio soggiorno in Cecoslovacchia si concluse con un foglio di via obbligatorio e ventiquattro ore di tempo per varcare la frontiera con la Germania. Cosa che feci immediatamente: e quella, in un certo senso, fu la prima volta che voltai le spalle al socialismo da quando, ragazzino, avevo accompagnato mio padre alle riunioni in sezione. 
Intanto i soldati sovietici avevano provveduto a ristabilire l’ordine, così come ci aveva spiegato quel giovane ufficiale. Lo avevano fatto con un bilancio di sangue tutto sommato contenuto rispetto ad altri massacri – i morti furono una trentina – ma imponendo enormi costi umani, ideali, politici.
Dubcek fu arrestato e portato a Mosca. Ai tempi di Stalin non avrebbe fatto ritorno, ma ora invece che la vita provarono a sottrargli la dignità. Finirà a lavorare come manovale in un’azienda forestale nei dintorni di Bratislava.
Allo stesso modo gli altri protagonisti della Primavera di Praga – politici, giornalisti, intellettuali – furono espulsi dal partito e privati del loro lavoro. Diventarono operai, camerieri, muratori. 
L’ordine restaurato, per una volta, seppe fare bene il suo gioco: condannando a morte si generano martiri, condannando a vivere vite umiliate si spezzano le reti della solidarietà. Cinici ma intelligenti.
Qualche mese più tardi, per la precisione era la sera del 16 gennaio 1969, un giovane studente si avvicinò al monumento del Re Santo. Sotto il cappotto nascondeva una tanica di benzina. Se la versò addosso e si diede fuoco con un accendino.
Le fiamme inghiottirono i suoi capelli biondi e la sua esile corporatura da ragazzino.
Si chiamava Jan Palach, quel ragazzino, e bruciò come un bonzo vietnamita.
 Il fuoco si portò via la sua vita, ma accese una speranza che sopravvisse per venti anni tondi tondi, fino a che il muro di Berlino, crollando, non fece rotolare i suoi calcinacci fino a Praga.
Niente di tutto questo mi pare vero, ora che sono di nuovo a Praga, di nuovo all’Hotel Europa, ora che converso con Anna del passato e del presente e poi ancora del passato.
Non mi sembra vero, se solo spingo gli occhi fuori della vetrata, la stessa vetrata di trentasette anni fa, e indugio sulle comitive di turisti giapponesi mordi e fuggi, sulle pubblicità di hot-dog e di videocamere, sulle vetrine scintillanti di negozi che sono altrettanti archi di trionfo del capitalismo ruggente e globale.