mercoledì 4 maggio 2011

Ritorno in Vietnam




La notte calda e piovosa del sud mi ha accompagnato per un lungo tratto, dopo aver lasciato Saigon, per risalire lungo la costa del Mar della Cina, verso Huè, l’antica capitale del Vietnam.
Ancora una volta mi sono fidato del mio istinto, abbandonandomi al privilegio del viaggiatore che non ha tappe prefissate e tempi contingentati.
Mi hanno parlato bene di Hoi An, una piccola città prima di Huè. Dicono che sia la più autentica di tutto il Vietnam. A naso valeva la pena lasciare l’affollata corriera che mi ha cullato per alcune centinaia di chilometri e tentare questo fuori programma.
E l’istinto non mi ha ingannato.
Hoi An mi ha catturato con la sua poetica bellezza che pare un tappeto volante per trasportarti verso altre epoche, verso altri regni. È un piacere perdersi nelle sue strade animate, colorate da lanterne di seta, su cui si affacciano antichi edifici con portali di legno scolpiti.
Questo è un pezzetto di Asia sfuggito a un destino che sembra comune a un intero continente segnato da una modernizzazione selvaggia, che si traduce in cancellazione del passato, sradicamento, appiattimento di ogni differenza.
Merito anche degli amministratori del posto, certo, che sono stati bravi a vincolare il vecchio centro storico e a consentire solo restauri conservativi, a dimostrazione che il futuro non è, non deve essere sempre fatto solo di fast-food e banche, di pub e centri commerciali.
Hoi An, però, è di più. È una splendida contaminazione di stili e storie diverse, la prova provata che l’autentica ricchezza sgorga dall’incrocio, dalla mescolanza, dalla sovrapposizione.
Qui la cultura vietnamita raccoglie l’eredità cinese e quella giapponese, senza rigettare il passato coloniale. Il fiume, torbido e immobile, è una vena possente che dona la vita a tutti. Sulle sue sponde, il mercato del pesce è un intrigante palpitare di gesti e di voci. L’acqua e la terra, che qui si incontrano, sono un simbolo di quello che Hoi An è stata e di quello che spero sarà.
Non so nemmeno io quanto tempo sono rimasto fermo, incantato e commosso davanti a un antico ponte coperto costruito dalla comunità giapponese oltre mezzo millennio fa. Da allora è rimasto intatto, con una scimmia e un cane di pietra che continuano a fare la guardia.
Non ha le pretese di tante nostre costruzioni, non sfoggia né potenza né arditezze tecnologiche, anzi pare quasi scusarsi di essere lì, di turbare con la sua presenza l’ordine naturale delle cose: eppure è lì, è ancora lì.
Nessun invasore si è sognato di buttarlo giù, e magari di ricostruirlo, solo per il gusto di sentirselo più suo. 
A un centinaio di chilometri da Hoi An c’è il villaggio di My Lai. Ne avete sentito parlare?
È un nome che dovremmo imprimerci ben bene, tanto per scongiurare la tentazione di attribuire la barbarie solo agli “altri”, a chi non appartiene alla nostra stessa civiltà.
Fa bene parlare di My Lai, un posto che puoi trovare solo su una cartina molto dettagliata. Fa bene dirsi: è qui che voglio andare.
Qui, anche se My Lai non può offrire le bellezze di Hoi An, ma solo una storia che strizza il cuore.Fa bene parlare di My Lai, un posto che puoi trovare solo su una cartina molto dettagliata. Fa bene dirsi: è qui che voglio andare.
Perché il Vietnam di oggi, c’è poco da fare, è anche un passato che non si cicatrizza, un presente con ferite ancora aperte.
Il Vietnam è la linea delle colline che ti si presentano davanti spoglie, senza un albero, perché nessun albero è ricresciuto dopo le devastazioni del napalm; è la cifra pazzesca delle malformazioni congenite, ancora oggi, perché gli effetti di certe armi si pagano anche a distanza di anni, perché ci sono guerre che proseguono anche dopo il cessate il fuoco. 
 Mentre cercavo di raggiungere My Lai, con un mezzo di fortuna, su una strada che era solo un’idea di strada, ho frugato nella mia memoria.
Era l’alba di una mattina di estate e solo ora mi viene in mente che parecchi massacri si sono consumati all’alba di una bella mattina: come a Sant’Anna di Stazzema, da noi, sull’altra faccia del pianeta. 
Un plotone di marines, agli ordini di un giovane tenente di nome Calley, piombò su My Lai.
I soldati che dovevano regalare al Vietnam la libertà e la democrazia fecero terra bruciata con i lanciafiamme e le granate, mitragliarono ad altezza d’uomo e di bambino.
Quel giorno furono scannate cinquecento persone inermi. Quasi tutti vecchi, donne, bambini: come a Sant’Anna, appunto.
Gli americani ebbero solo un ferito, un bravo ragazzo che si sparò a un piede per non partecipare al massacro.
Negli Stati Uniti si è continuato per anni a dibattere attorno alle responsabilità del tenente e di quel plotone maledetto. E tutto sommato è proprio questo che ci piace di quel paese, capace di commettere grandi nefandezze ma poi di affrontare con coraggio le sue colpe, senza abbandonarsi all’istinto del colpo di spugna una volta per tutte.
Certo, fa pensare My Lai.
Fa pensare a come ci si riempia la bocca di tante parole belle e importanti, a come ci si senta legittimati a difendere un ordine internazionale che non è certo di tutti, a come si arrivi persino a esportare guerre preventive ammantandole di belle parole.
Quanto a me, dovevo venirci, qui, a My Lai.
Dovevo vedere con i miei occhi, anche se in realtà c’è ben poco da vedere, tranne i resti delle capanne bruciate e degli attrezzi che da quel giorno sono rimasti a terra, a testimoniare, assieme a un monumento alle vittime, cosa avvenne quel mattino.
Dovevo respirare l’aria di My Lai. Dovevo provare stupore e sgomento per la quiete di oggi, per questo senso di pace, per queste risaie che compongono un mosaico di verdi diversi, per questa luce che ti abbaglia e ti rasserena.
La stessa di quel mattino d’estate.
 

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