giovedì 30 dicembre 2010

Ma Darwin era razzista?






Il giovane salesiano che negli anni Venti attraversava le terre ghiacciate 
della Terra del Fuoco o i precipizi della catena montagnosa di Darwin, montando un mulo rossiccio e cisposo, non poteva impedirsi di guardare spesso al di là del Canale di Beagle.
Pensava a quella missione nell’isola ultima di Dawson, frutto della tenacia di Don Fagnano, che l'aveva ottenuta dal governo cileno per poi trasformarla prima in un nascondiglio e poi in una casa  per centinaia di indios che andavano e venivano.
  Beninteso, i salesiani tentarono di abituarne una quarantina al catechismo, ai pantaloni e alla zappa. Arrivarono anche le suore di Maria Consolatrice per insegnare il telaio e il cucito. Così travestiti gli indios forse sarebbero riusciti a sopravvivere.

Seguendo lo sguardo del mio missionario anch’io sono sceso dal vecchio pontile oscillante nelle acque agitate dello stretto. E  ho capito perché ad Alberto questa sia sembrata subito l’isola più inospitale del mondo.
Pioggia, vento e freddo rigido e pungente. Piove, piove sempre. L’aria è  pesante  come una lastra di piombo. Le foglie del canelo, albero sacro agli auricani, diventano bianche  e fradicie.  
E' difficile riuscire a immaginarsi come potevano vivere qui quegli indios strappati alla loro storia.
Nel 1920, comunque, allo scadere dei venti anni pattuiti, il governo cileno non rinnovò ai salesiani la concessione. S'era diffusa la voce che l' isola traboccasse d' oro e cercatori ed estancieros la volevano. Solita vecchia storia.
E forse fu anche un bene perché là gli indios morivano come mosche. Un vero e proprio etnocidio. Nonostante il catechismo si lasciavano sconfiggere da malattie sconosciute. E quando le malattie erano conosciute, i loro sciamani non sopportavano che guarissero. Insomma, se uno era infestato dagli spiriti maligni non poteva guarire. Se guariva, lo strangolavano.
A guardarmi intorno faccio fatica a credere che un posto così un tempo possa avere scatenato qualche appetito e perfino un sogno di ricchezza.
Mezzo secolo dopo l'isola era ancora così inospitale che Pinochet la usò come campo di concentramento per intellettuali.
Gli indios non sopravvissero a lungo alla chiusura della missione. Oggi cammino, dopo i muri spenti, in un grande cimitero pieno di croci. Nessuno è sopravvissuto.
Quel poco che rimane di loro è nelle foto e nei libri prodotti nella prima metà del secolo dai missionari. Il piccolo museo salesiano racconta tutto questo nello stile a tratti melenso dei religiosi. Ci dice poco del genocidio.
Ma una teca sembra suggerire dove cercare il contesto culturale che lo facilitò. E' dedicata ad un vecchio nemico, Charles Darwin.
Intorno al 1830 Darwin arrivò col Beagle in Terra del Fuoco e mentre cominciava a mettere a fuoco le idee che avrebbero rivoluzionato il nostro pensiero ebbe vari contatti con gli indios.
Nel Viaggio di un naturalista intorno al mondo li descrisse come cannibali la cui appartenenza all'umanità pareva perlomeno dubbia:
Spesso ci si chiede che piaceri possano mai provare certi animali: a maggior ragione bisognerebbe chiederselo rispetto a questi selvaggi.
Non è la frase che mi aspetto da uno dei grandi scienziati della nostra storia. Sarà che ci piace pensare che la scienza tra tutte le attività umane sia quella più libera dai pregiudizi.
Eppure è così: Il libro è esposto nella teca, aperto perfidamente su una pagina in cui si leggono frasi del tipo:
Non ho mai visto da alcuna parte esseri così abietti e miserabili.
 C'è dell'eleganza in questa vendetta.
E a me piace che, almeno in questo ultimo lembo del mondo, ci sia qualche religioso che se la prende con Darwin non per la sua teoria dell'evoluzione, ma perché da quel suo pensiero traspirava anche tutta l'arroganza dell'uomo bianco.
E penso che De Agostini, tra tutte le cose che mi sta insegnando, mi aiuta anche a capire che c'è scienza e scienza: che la scienza non è mai neutra, non è mai da prescindere.
Piuttosto ha sempre bisogno di qualcosa di più, di qualcosa che viene prima.
Charles Darwin era solo un ragazzo quando disse quelle parole. Era ancora lontano dall’essere riconosciuto come il grannde scienziato padre di una teoria dell’evoluzione destinata a sconvolgere secolari convinzioni.

Forse nemmeno lui avrebbe saputo spiegare perché alla fine si era ritrovato a bordo del Beagle, brigantino della Royal Navy che il 27 Dicembre 1831 era salpato da Davemport per fare il giro dell’intero emisfero sud.
Magari aveva fiutato la grande occasione della vita. Oppure si era semplicemente imbarcato per evitare altri destini. Anche lui inquieto, come De Agostini aveva voglia di mettere le ali.  Oppure per scansare un padre che lo avrebbe voluto pastore d’anime, figurarsi, proprio lui, l’uomo di una scienza che la religione che la Chiesa ha fatto molta fatica a digerire e forse non c’è ancora riuscita del tutto.Lo immagino qui in questo Stretto, il giovane Charles,molti anni prima di De Agostini. Anche lui  se ne sta appollaiato sulla prua del brigantino che lo sta consegnando alla distesa d’acqua  il cui nome è una sfacciata bugia, il Pacifico. Passa giornate intere a indigare la vita che gli si presenta davanti in una prodigiosa varietà di forme e specie. Di li a qualche settimana approderà alle isole Galapagos delle infinite meraviglie, dove davvero potrà schiudere i misteri dell’elevoluzione e tradurli in parole che noi leggeremo sui nostri manuali di scienze. Penso a questi due ragazzi che navigano nello Stretto di Magellano,  Charles e Alberto , poco più di vent’anni per uno e un futuro enorme che li aspetta. Dopo il suo lungo viaggio sul Beagle Darwin non si mosse più da Down House, la residenza nel Kent dove mise a punto in testa e poi nei libri le sue convinzioni scientifiche. Cambiò il mondo senza più girarlo, il mondo.






lunedì 27 dicembre 2010

La capsula del tempo




Eccola la Terra del Fuoco, l’ultimo lembo di mondo abitato prima della bianca solitudine dell’Antartide. Un nome strano, vero?
Sembra che questo nome venga direttamente da Magellano che attraversando lo stretto che porterà il suo nome vide delle colonne di fumo provenire dagli accampamenti degli indios Yamana. Decise di chiamarla Terra del Fumo ma qualche tempo dopo un re spagnolo pensò che dove c’è il fumo non manca il fuoco e allora la ribattezzò Terra del Fuoco. Altri sostengono che la regione abbia preso il nome dal colore rosso delle sue montagne.
Quello che mi sembra certo che da queste parti le cose si chiamano in modo diverso da quello che sono veramente. Terra del fuoco per indicare una terra ghiacciata e spazzata dai gelidi venti antartici, oceano Pacifico per indicare un mare che pacifico non è quasi mai, Capo Horn, il mitico tratto di mare dalle mille tempeste e dai mille naufragi che prende il nome da una piccolissima e tranquilla cittadina di immobile mare olandese perché olandese era il capitano della nave che gli diede il nome.
Mi chiedo se questa faccenda dei nomi possa valere anche per Arezzo. Non mi riferisco naturalmente alla sua toponomastica, ma per esempio al mondo della sua politica, peraltro, temo non molto diverso da quello di tante altre città.
Quante parole si usano a sproposito, quante parole diventano ora involucri vuoti ora contenitori di significati esattamente agli antipodi di quanto si intende. Ci sono parole che sono delle sorte di passe-partout, buone per tutte le stagioni e tutti gli orientamenti politici, parole che sembrano giustificarsi per se stesse e che comunque ci devono essere sempre e comunque:
parole come sviluppo, come legalità, come democrazia, su cui tutti sono d'accordo, ma a cui poi, per non farle suonare vuote, bisognerebbe attaccare qualche altro concetto. Per dire, c'è sviluppo e sviluppo: e credo che ad Arezzo questo si sia dovuto imparare anche dal punto di vista delle grandi questioni urbanistiche e strutturali.
La capitale, si fa per dire, della Terra del Fuoco è Ushuaia.  La città più australe del mondo. Non ci crederete ma, anche questa volta, ho incontrato un gruppo di aretini in vacanza. Ed è sempre un'emozione, ritrovarsi un pezzo di casa in una terra così lontana.
Ormai è di moda andare a Ushuaia farsi fotografare sotto il cartello con la scritta “fin del mundo” e tornare nella nave da crociera  o negli alberghi a quattro stelle. Ormai non c’è pacchetto turistico in America Latina che non preveda un salto a Ushuaia. Peccato che anche qui prevalga questa mania del “mordi e fuggi”.
Eppure è una città che ha un grande fascino. I dintorni sono il luogo ideale per esplorare parchi e sentieri  non battuti lungo la cordigliera andina, oppure per fare un giro in barca e ammirare ovunque leoni marini, cormorani, elefanti marini e pinguini in piena libertà. E poi c’è da vedere il Bagno Penale.
Quello che è stato una delle carceri più famose e dure del mondo oggi è un museo marittimo. Nelle piccole celle dei terribili bracci gelati si possono trovare le storie maledette di alcuni galeotti celebri per le loro gesta criminali tra cui alcuni italiani. Nel bagno penale soggiornarono anche prigionieri politici relegati alla fine del mondo da governi illiberali e dalle dittature che hanno, in fasi alterne, segnato l’Argentina.
Ma la cosa che incuriosisce di più e che notano in pochi è la Capsula del Tempo.  E’ una strana piramide collocata nella piazzetta davanti al porto e proprio davanti alla Oficina Antartica, il posto dove si compra il biglietto per andare con il rompighiaccio in Antartide.
Questa piramide in cemento armato contiene sei dischi video laser  e le copie delle trasmissioni televisive del 1992 e non sarà aperta che nel 2492. Il tutto, presumo, destinato agli abitanti del futuro perché sappiano come si viveva cinquecento anni prima.
Chissà, sempre se il pianeta sarà ancora abitato e avrà resistito allo scioglimento dei ghiacci  cosa diranno le future generazioni. Sicuramente si faranno un sacco di risate.
E l'indolenza di questo pomeriggio alla “fine del mondo” mi porta davvero lontano con le mie fantasie. Ancora una volta l'immaginazione mi riporta a casa, a quindicimila chilometri di distanza. E penso a una Capsula del Tempo ad
Arezzo: chissà, magari potrebbe contenere i telegiornali delle nostre emittenti locali, i microfilm delle pagine di cronaca dei nostri giornali. Raccogliere insomma tutti i litigi, le polemiche, le proposte, le affermazioni e le smentite di questi nostri giorni, nell'anno di grazia 2010.

E non dico di tenere tutto sigillato per mezzo millennio. Mi sa che basterebbe anche molto meno, magari un solo secolo. E sarebbe davvero divertente poter sapere oggi cosa di noi penseranno i nostri posteri. Cosa di tutto questo che a noi oggi sembra così importante, decisivo, irrinunciabile. 

giovedì 16 dicembre 2010

L'ultimo treno della Patagonia





Da Nahuel Pan, Patagonia arida, un po’ prima della fine del mondo, ogni giorno, o quasi, parte un treno. Torna a Esquel da dove è partito, frontiera di neve col Cile.
Sono quattrocento chilometri, da Esquel a Ingeniero Jacobacci, un tragitto tutto curve e canyon di colore ocra.
Sì, anch'io ho preso il leggendario treno patagonico invece di proseguire verso lo Stretto di Magellano.  Volevo bighellonare un po', come si dice dalle mie parti, perdere tempo prima di andare a Sud.  E quale mezzo migliore del treno per smarrirsi nelle fantasie del viaggio?
 E poi cosa significa perdere tempo? Quasi sempre si viaggia per perdere tempo. E perdendolo in realtà si ritrova.
Perdere tempo in Patagonia vuol dire vagare utilmente per avvicinare angoli inesplorati e luoghi attesi. Il destino del viaggiatore ti porta sempre da qualche parte, promessa di terra e acqua.
Sono ormai nella parte della Patagonia che annuncia la Terra del Fuoco, dove il continente si sbriciola nel verde dello stretto e le colonie dei pinguini ammorbano l’aria con il loro odore, inconfondibile. 
Il treno entra e agita l’immaginario di ogni viaggiatore. Qui, del leggendario Ferrocarril Patagonico non resta quasi più niente. Ormai solo i ricordi che ci hanno lasciato scrittori e missionari.
Il peggior presidente dell’Argentina, dopo i generali, ha pensato bene di inaugurare l’era delle privatizzazioni selvagge con la chiusura di quasi tutta la rete ferroviaria.  Almeno la leggendaria Trochita ha resistito a tutti gli attacchi. E' così amata dagli argentini che quando tentarono di chiuderla ci fu una vera e propria sollevazione popolare.
E così, giorno dopo giorno, alla folle velocità di trenta chilometri all’ora, continua a sbuffare attraverso la pampa.
Quattro carrozze, banchi di legno con lo sporco indurito che si nasconde nei graffiti che sono dappertutto.  Incisi con i coltelli, conservano i nomi e le date di chi è salito su questo treno. Chissà quali storie ci stanno dietro. Alcuni vengono da Puerto Montt o dalle isole di Chiloè nell’altro oceano, quello che Magellano ha chiamato Pacifico.
In ogni carrozza c’è la stufa in fondo, con la legna pronta per il fuoco. Sono i passeggeri a curarsi di tenere il fuoco acceso se la notte non vogliono congelarsi. E le notti gelate accompagnano la strada  ferrata fino alle Ande.
Un viaggio nel vuoto, terra e cielo. Giallo, verde e azzurro. Scorre dai finestrini l’ultima prateria del mondo.
Il Far West dell'Argentina.
I passeggeri del treno mi salutano, perché tutti salutano da queste parti, un incontro è un’occasione per conoscere storie, per raccontarsi e raccontare, con umiltà, senza alterigia. Siamo in pochi nel vagone. Mi viene da pensare che ormai il treno lo prendano solo i turisti, ma forse mi sbaglio.
Almeno aiuta a conoscersi. Viaggio con una decina di turisti assortiti, una giovane donna embarazada che sorseggia un termos di yerba mate e un gruppo di liceali che vanno a fare campeggio approfittando della fine della scuola.
Posso dare via libera alla fantasia? Perché no?
Sto bene qui, mi assale un senso di pace interiore, un benessere che va oltre i pensieri, forse perché in treno è facile lasciarli liberi, i pensieri.
Sogno spesso di abitare la mia stessa immaginazione. Quando accade riesco a trovare le la gioia di raccontare storie inventate.
 Immagino allora di essere con i miei eroi. Quelli che hanno dato la loro anima per far crescere quella della leggenda patagonica. Questa è una carrozza del treno tutta per noi.
Sono saliti tutti, o quasi tutti. Dall’anarchico spagnolo Antonio Soto al giovane Errico Malatesta che in Patagonia fu cercatore d’oro e cacciatore di foche, dal mio salesiano alpinista, all’aviatore e postino Saint Exupery e là, in fondo al vagone, proprio vicino alla stufa, il gruppo degli scrittori viaggiatori con in testa Bruce Chatwin e Paul Theroux che conversano animatamente con il grande cantore della fine del mondo: Francisco Coloane.
 Aprire il confronto, donare la parola a ognuno. Ognuno può dire la sua, qualcosa. Non molto, perché il tempo, nei sogni, è tiranno,  però è questo il momento per raccontare l’emozione più grande che hanno vissuto alla scoperta di questa terra.
La porta di fondo dello scompartimento si apre. Entrano i nuovi viaggiatori e io sono con loro. Vicino alla stufa Coloane e Chatwin stanno ancora chiacchierando, lanciano un occhiata ai nuovi arrivati, un cenno di saluto ma tornano subito alla loro discussione.
"Non si capisce nulla della Patagonia se non si esplora anche la Terra del Fuoco", dice Francisco Coloane.
"In che senso?"
"Nel senso che i confini sono invenzione degli stati, io non conosco nulla di più unito e conseguente. Conosci l’una e comprendi l’altra e allora ti abituerai a pensarle insieme, nella loro storia e nel loro destino. E questo vale per i colori, i sapori, per la gente che ci abita e per gli indios che lì ci sono nati".
"Credo di aver capito, ma allora perché non ci mettiamo anche l’Antartide?" replica Chatwin. "Un unico grande sud del mondo con le sue terre inesplorate e i ghiacciai incontaminati. Terre che non hanno conosciuto guerre, scontri tribali o campi di sterminio e dove non è arrivata la follia dell’uomo"      
    Non ha mica torto, Bruce, ma Francisco ormai guarda altrove, oltre i finestrini carichi di polvere. Guarda passare la campagna patagonica. I suoi pensieri corrono lontano. Pensa a quella terra che scorre sotto i suoi occhi, che si accosta ai primi segni di modernità e vi si confonde.
Pensa al passo precipitoso del tempo che sta cambiando la Patagonia della sua infanzia. 
 Dai finestrini polverosi vengono incontro e si materializzano all’improvviso vecchie stazioncine abbandonate, vagoni lasciati lì a corrodersi e a lottare con il vento. A volte dalle stazioni deserte si dipanano rotaie arrugginite che si dirigono verso il nulla.
Nella ricerca interiore di una terra ultima per Coloane era fondamentale ritrovarsi nel mondo che finiva, aggrapparsi e quello e non farsi abbagliare da quello che iniziava. Non c’era altro nella scoperta, se non raccontare la fatica di stare al mondo.
Ecco, proprio questo pensava, la fatica dell’uomo. Per amare l’uomo, soprattutto il diverso da te. Per questo era stato guardiano di pecore e mucche nelle haciendas della Terra del Fuoco, partecipato alla ricerca del petrolio nello stretto di Magellano, vissuto lunghi anni in mezzo ai cacciatori di foche, e navigato a bordo di terribili baleniere. Poi, a quarant’anni, aveva cominciato a scrivere. Riuscì persino a sfuggire a Pinochet che voleva tutti i comunisti morti o in galera nell’isola di Dawson. 
Scrisse e ci raccontò il suo mondo alla fine del mondo. Fatto di oceani lividi, di fiordi e parole, popolati di foche e balene, pescatori e naufragi.  Naufragi di legni ma anche di uomini. E la sua Patagonia coperta di erba grassa e bestiame asciutto e venti che non conoscono la pietà.
Ora è qui sul treno e si rivolge a Chatwin come se gli dovesse un’ultima risposta.
"Sai, sono nato a Chiloè, all’inizio della Patagonia cilena, un’isola bella e verde, ma mi sono sempre sentito parte dell’immenso arcipelago magellanico. Un’isola con un porto per il legname e uno per le baleniere, navi sempre sull’orlo della tragedia, venti che piegano gli uomini e fanno impazzire i cani"
Come se questo fosse la spiegazione di tutto. Niente da aggiungere.
E il rumore del treno scandisce le parole che arrivano come doni inaspettati. Impossibile non pensare a Sepulveda:
Iniziai a camminare nel parco, poi per le strade deserte, all’improvviso mi accorsi che l'eco dei miei passi si moltiplicava. Non ero solo. Non sarei stato solo mai più.
Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indios e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del Fuoco, i suoi marinai e i suoi vagabondi del mare. Adesso sono tutti con me e mi permettono di dire a voce alta che vivere è un magnifico esercizio.


venerdì 10 dicembre 2010

L'ultimo lembo di terra





Vicino a Puerto Willians, l’ultimo centro abitato al mondo prima della solitudine antartica, c’è un  cimitero di croci bianche che  si affaccia sul canale di Beagles. Sono sepolti qui un centinaio di Yamanas che furono avvelenati dall’uomo bianco venuto dal nord, dall’Europa e anche dall’Italia.
A volte mi domando perché debba spingermi fino a qui per ritrovare qualcosa di autentico. Per ritrovare me stesso, ma anche la sostanza di storie che in fondo confermano la crudeltà dell'uomo, la sua infinità capacità di produrre il male.
A volte mi domando semplicemente perché debba ricercare queste latitudini. Come se volessi scappare, che poi è uno scappare per modo di dire, perché poi non c'è giorno che non rifletta sull'Italia. Che non rifletta al suo presente e al suo futuro.
Sarà che poi alla fine, anche a pensarci e a ripensarci, la distanza sa filtrare e mettere nella giusta prospettiva. Da questa terra lontana e aspra, scenario di drammi storici così intensi, si può restituire alla giusta dimensione anche le storie della mia città. E' più facile riflettere su appetiti, interessi, dissidi, contrasti, litigi.
E dunque,  i cercatori d'oro e prima di loro i cacciatori di foche.
I cacciatori di foche, prima di abbandonare la spiaggia lasciarono alcuni vitelli di mare avvelenati. 
Ci volle poco prima che gli indios, affamati e alla ricerca di proteine animali, sempre più rare grazie alla caccia spietata dei cacciatori bianchi, mordessero l’esca e morissero come mosche.
Ho conosciuto  questa storia incontrando tre donne in una casetta di legno poco lontana dal porticciolo, alcuni anni fa.
Melinda stava qui di casa in compagnia  di Ursula e di Christina. Sono tre donne tra le ultime discendenti del popolo Yamana, un gruppo di nomadi che vivevano nella costa di Puerto Willians tra il canale di Beagle e Capo Horn. 
Andavano a caccia con una lancia e utilizzando le fionde e le donne tessevano i vestiti con i loro capelli. Melinda ha perduto tutta la sua famiglia, durante un focolaio di polmonite, sull’isola di Dawson,  dove oltre duemila Yamana e Onas furono raggruppati all’inizio nel 1889 dai missionari salesiani per essere evangelizzati nutriti e curati.
Melinda è morta quest’anno. Al mio ritorno nella Terra del fuoco non c’era più ad aspettarmi. E sì che mi aveva promesso di riordinare i suoi ricordi per ritrovare la faccia di quel giovane missionario che da bambina aveva conosciuto ma che non ricordava che si chiamasse De Agostini.
E’ rimasta Christina la sorella , mi dicono nel paese che sia l’ultima Yamana ancora in vita. 
Intreccia ancora dei panieri di vimini , mestiere che ha imparato dai suoi antenati che con la stessa tecnica cucivano le canoe di corteccia. In questa azione marinara solo le donne potevano gettarsi nude nell’acqua gelata  con il loro vestiario nella testa, erano loro che pilotavano le imbarcazioni.
 Nella mitologia di questo popolo, nell’universo brulicante di Yamanas  che lottavano per guadagnarsi l’esistenza materiale, le donne avevano per lungo tempo dominato il mondo per il loro coraggio e la loro ingegnosità, prima che l’uomo prendesse il potere. 
Anche Ursula è morta alcuni anni fa.
E ora anch'io mi sento più solo.




domenica 5 dicembre 2010

In Patagonia




Geografia intima e lontana


Alcuni concittadini che leggono  sul Corriere di Arezzo  le mie note di viaggio mi hanno scritto  per chiedermi se sono vere le notizie riportate da un signore che non conosco ( e in evidente malafede) sul sito “Arezzo Notizie” circa un mio rientro in politica o nell’impegno amministrativo con le elezioni amministrative della prossima primavera. Le notizie non sono vere, ovviamente, e nessuno può scambiare il mio giudizio severo sulla giunta Fanfani come un rientro nella scena politica. Ho fatto altre scelte. Ecco perché invece voglio rispondere ad altri concittadini che mi chiedono  della Patagonia e del nuovo libro che sto scrivendo con questo viaggio. E dunque, Alberto De Agostini era il fratello minore del De Agostini più conosciuto, quello che avrebbe fondato la casa editrice che ci ha portato il mondo a casa. 
Chi era davvero l’ho scoperto solo leggendo un piccolo libro trovato  su quel rompighiaccio in viaggio per l’Antartide.  Un  giovane prete salesiano che all’inizio del secolo scorso decise di mettersi lo zaino in spalla per affrontare un viaggio alla fine del mondo; forse stanco del suo Piemonte, comunque estraneo a una missione sacerdotale fatta tutta in casa.
Alle volte penso come sia curioso che, questo piccolo libro, scritto da Alberto in anni cosi distanti, libro di geografia intima e lontana,abbia richiamato sulla sua strada un altro scrittore viaggiatore. Eppure è successo a me che sono tornato per anni in Patagonia e Terra del fuoco non per raccontare questa terra ma per raccontare le emozioni di chi c’era già stato.
 Con Alberto Maria De Agostini è iniziato uno strano gioco: ho preso i suoi ricordi e li ho fatti miei. Ora cerco di restituirli, lui non può riprenderseli ma è come se mi accompagnasse in questo mio viaggio attraverso la sua vita. Ma il gioco è in corso da parte mia con i miei lettori. Di sosta in sosta cerco di restituire a loro tutto ciò che nel viaggio è scoperta o è in pericolo di estinzione. Viaggiare è anche consumare spazi liberi della vita, una lieve e impalpabile presa di possesso dell’esperienza altrui.  Possesso della cultura e delle emozioni della vita degli altri.
Che vita, che ha fatto Alberto De Agostini.
 Esploratore, alpinista, cartografo, grande antropologo, marinaio che ha sfidato Capo Horn. Ma soprattutto uomo, semplicemente uomo, che ha riconosciuto e fatto sua l’umanità degli indios.
Più tardi mi avrebbe colpito una foto che appare insieme alle poche notizie che di lui ti propone internet. La stessa che ritroviamo sempre, anche nei suoi libri.
La figura smilza e allampanata con la tonaca svolazzante e il basco in testa che armeggia con la macchina fotografica sul lungo treppiede, in bilico sulle rocce scoscese, le pareti del Fritz Roy sullo sfondo.

Questo misconosciuto salesiano ha scalato montagne, scoperto ghiacciai, percorso migliaia di chilometri a piedi per documentare la geografia degli ultimi lembi del mondo, salvato dall’oblio la vita di interi popoli che sono rimasti almeno nelle sue quarantamila fotografie.
Un viaggiatore raro e fantasioso che forse ha messo più passione nell’arrampicarsi sulle vette innevate che nel convertire gli abitanti della Terra del Fuoco.