giovedì 16 dicembre 2010

L'ultimo treno della Patagonia





Da Nahuel Pan, Patagonia arida, un po’ prima della fine del mondo, ogni giorno, o quasi, parte un treno. Torna a Esquel da dove è partito, frontiera di neve col Cile.
Sono quattrocento chilometri, da Esquel a Ingeniero Jacobacci, un tragitto tutto curve e canyon di colore ocra.
Sì, anch'io ho preso il leggendario treno patagonico invece di proseguire verso lo Stretto di Magellano.  Volevo bighellonare un po', come si dice dalle mie parti, perdere tempo prima di andare a Sud.  E quale mezzo migliore del treno per smarrirsi nelle fantasie del viaggio?
 E poi cosa significa perdere tempo? Quasi sempre si viaggia per perdere tempo. E perdendolo in realtà si ritrova.
Perdere tempo in Patagonia vuol dire vagare utilmente per avvicinare angoli inesplorati e luoghi attesi. Il destino del viaggiatore ti porta sempre da qualche parte, promessa di terra e acqua.
Sono ormai nella parte della Patagonia che annuncia la Terra del Fuoco, dove il continente si sbriciola nel verde dello stretto e le colonie dei pinguini ammorbano l’aria con il loro odore, inconfondibile. 
Il treno entra e agita l’immaginario di ogni viaggiatore. Qui, del leggendario Ferrocarril Patagonico non resta quasi più niente. Ormai solo i ricordi che ci hanno lasciato scrittori e missionari.
Il peggior presidente dell’Argentina, dopo i generali, ha pensato bene di inaugurare l’era delle privatizzazioni selvagge con la chiusura di quasi tutta la rete ferroviaria.  Almeno la leggendaria Trochita ha resistito a tutti gli attacchi. E' così amata dagli argentini che quando tentarono di chiuderla ci fu una vera e propria sollevazione popolare.
E così, giorno dopo giorno, alla folle velocità di trenta chilometri all’ora, continua a sbuffare attraverso la pampa.
Quattro carrozze, banchi di legno con lo sporco indurito che si nasconde nei graffiti che sono dappertutto.  Incisi con i coltelli, conservano i nomi e le date di chi è salito su questo treno. Chissà quali storie ci stanno dietro. Alcuni vengono da Puerto Montt o dalle isole di Chiloè nell’altro oceano, quello che Magellano ha chiamato Pacifico.
In ogni carrozza c’è la stufa in fondo, con la legna pronta per il fuoco. Sono i passeggeri a curarsi di tenere il fuoco acceso se la notte non vogliono congelarsi. E le notti gelate accompagnano la strada  ferrata fino alle Ande.
Un viaggio nel vuoto, terra e cielo. Giallo, verde e azzurro. Scorre dai finestrini l’ultima prateria del mondo.
Il Far West dell'Argentina.
I passeggeri del treno mi salutano, perché tutti salutano da queste parti, un incontro è un’occasione per conoscere storie, per raccontarsi e raccontare, con umiltà, senza alterigia. Siamo in pochi nel vagone. Mi viene da pensare che ormai il treno lo prendano solo i turisti, ma forse mi sbaglio.
Almeno aiuta a conoscersi. Viaggio con una decina di turisti assortiti, una giovane donna embarazada che sorseggia un termos di yerba mate e un gruppo di liceali che vanno a fare campeggio approfittando della fine della scuola.
Posso dare via libera alla fantasia? Perché no?
Sto bene qui, mi assale un senso di pace interiore, un benessere che va oltre i pensieri, forse perché in treno è facile lasciarli liberi, i pensieri.
Sogno spesso di abitare la mia stessa immaginazione. Quando accade riesco a trovare le la gioia di raccontare storie inventate.
 Immagino allora di essere con i miei eroi. Quelli che hanno dato la loro anima per far crescere quella della leggenda patagonica. Questa è una carrozza del treno tutta per noi.
Sono saliti tutti, o quasi tutti. Dall’anarchico spagnolo Antonio Soto al giovane Errico Malatesta che in Patagonia fu cercatore d’oro e cacciatore di foche, dal mio salesiano alpinista, all’aviatore e postino Saint Exupery e là, in fondo al vagone, proprio vicino alla stufa, il gruppo degli scrittori viaggiatori con in testa Bruce Chatwin e Paul Theroux che conversano animatamente con il grande cantore della fine del mondo: Francisco Coloane.
 Aprire il confronto, donare la parola a ognuno. Ognuno può dire la sua, qualcosa. Non molto, perché il tempo, nei sogni, è tiranno,  però è questo il momento per raccontare l’emozione più grande che hanno vissuto alla scoperta di questa terra.
La porta di fondo dello scompartimento si apre. Entrano i nuovi viaggiatori e io sono con loro. Vicino alla stufa Coloane e Chatwin stanno ancora chiacchierando, lanciano un occhiata ai nuovi arrivati, un cenno di saluto ma tornano subito alla loro discussione.
"Non si capisce nulla della Patagonia se non si esplora anche la Terra del Fuoco", dice Francisco Coloane.
"In che senso?"
"Nel senso che i confini sono invenzione degli stati, io non conosco nulla di più unito e conseguente. Conosci l’una e comprendi l’altra e allora ti abituerai a pensarle insieme, nella loro storia e nel loro destino. E questo vale per i colori, i sapori, per la gente che ci abita e per gli indios che lì ci sono nati".
"Credo di aver capito, ma allora perché non ci mettiamo anche l’Antartide?" replica Chatwin. "Un unico grande sud del mondo con le sue terre inesplorate e i ghiacciai incontaminati. Terre che non hanno conosciuto guerre, scontri tribali o campi di sterminio e dove non è arrivata la follia dell’uomo"      
    Non ha mica torto, Bruce, ma Francisco ormai guarda altrove, oltre i finestrini carichi di polvere. Guarda passare la campagna patagonica. I suoi pensieri corrono lontano. Pensa a quella terra che scorre sotto i suoi occhi, che si accosta ai primi segni di modernità e vi si confonde.
Pensa al passo precipitoso del tempo che sta cambiando la Patagonia della sua infanzia. 
 Dai finestrini polverosi vengono incontro e si materializzano all’improvviso vecchie stazioncine abbandonate, vagoni lasciati lì a corrodersi e a lottare con il vento. A volte dalle stazioni deserte si dipanano rotaie arrugginite che si dirigono verso il nulla.
Nella ricerca interiore di una terra ultima per Coloane era fondamentale ritrovarsi nel mondo che finiva, aggrapparsi e quello e non farsi abbagliare da quello che iniziava. Non c’era altro nella scoperta, se non raccontare la fatica di stare al mondo.
Ecco, proprio questo pensava, la fatica dell’uomo. Per amare l’uomo, soprattutto il diverso da te. Per questo era stato guardiano di pecore e mucche nelle haciendas della Terra del Fuoco, partecipato alla ricerca del petrolio nello stretto di Magellano, vissuto lunghi anni in mezzo ai cacciatori di foche, e navigato a bordo di terribili baleniere. Poi, a quarant’anni, aveva cominciato a scrivere. Riuscì persino a sfuggire a Pinochet che voleva tutti i comunisti morti o in galera nell’isola di Dawson. 
Scrisse e ci raccontò il suo mondo alla fine del mondo. Fatto di oceani lividi, di fiordi e parole, popolati di foche e balene, pescatori e naufragi.  Naufragi di legni ma anche di uomini. E la sua Patagonia coperta di erba grassa e bestiame asciutto e venti che non conoscono la pietà.
Ora è qui sul treno e si rivolge a Chatwin come se gli dovesse un’ultima risposta.
"Sai, sono nato a Chiloè, all’inizio della Patagonia cilena, un’isola bella e verde, ma mi sono sempre sentito parte dell’immenso arcipelago magellanico. Un’isola con un porto per il legname e uno per le baleniere, navi sempre sull’orlo della tragedia, venti che piegano gli uomini e fanno impazzire i cani"
Come se questo fosse la spiegazione di tutto. Niente da aggiungere.
E il rumore del treno scandisce le parole che arrivano come doni inaspettati. Impossibile non pensare a Sepulveda:
Iniziai a camminare nel parco, poi per le strade deserte, all’improvviso mi accorsi che l'eco dei miei passi si moltiplicava. Non ero solo. Non sarei stato solo mai più.
Coloane mi aveva passato i suoi fantasmi, i suoi personaggi, gli indios e gli emigranti di tutte le latitudini che abitano la Patagonia e la Terra del Fuoco, i suoi marinai e i suoi vagabondi del mare. Adesso sono tutti con me e mi permettono di dire a voce alta che vivere è un magnifico esercizio.


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