domenica 5 dicembre 2010

In Patagonia




Geografia intima e lontana


Alcuni concittadini che leggono  sul Corriere di Arezzo  le mie note di viaggio mi hanno scritto  per chiedermi se sono vere le notizie riportate da un signore che non conosco ( e in evidente malafede) sul sito “Arezzo Notizie” circa un mio rientro in politica o nell’impegno amministrativo con le elezioni amministrative della prossima primavera. Le notizie non sono vere, ovviamente, e nessuno può scambiare il mio giudizio severo sulla giunta Fanfani come un rientro nella scena politica. Ho fatto altre scelte. Ecco perché invece voglio rispondere ad altri concittadini che mi chiedono  della Patagonia e del nuovo libro che sto scrivendo con questo viaggio. E dunque, Alberto De Agostini era il fratello minore del De Agostini più conosciuto, quello che avrebbe fondato la casa editrice che ci ha portato il mondo a casa. 
Chi era davvero l’ho scoperto solo leggendo un piccolo libro trovato  su quel rompighiaccio in viaggio per l’Antartide.  Un  giovane prete salesiano che all’inizio del secolo scorso decise di mettersi lo zaino in spalla per affrontare un viaggio alla fine del mondo; forse stanco del suo Piemonte, comunque estraneo a una missione sacerdotale fatta tutta in casa.
Alle volte penso come sia curioso che, questo piccolo libro, scritto da Alberto in anni cosi distanti, libro di geografia intima e lontana,abbia richiamato sulla sua strada un altro scrittore viaggiatore. Eppure è successo a me che sono tornato per anni in Patagonia e Terra del fuoco non per raccontare questa terra ma per raccontare le emozioni di chi c’era già stato.
 Con Alberto Maria De Agostini è iniziato uno strano gioco: ho preso i suoi ricordi e li ho fatti miei. Ora cerco di restituirli, lui non può riprenderseli ma è come se mi accompagnasse in questo mio viaggio attraverso la sua vita. Ma il gioco è in corso da parte mia con i miei lettori. Di sosta in sosta cerco di restituire a loro tutto ciò che nel viaggio è scoperta o è in pericolo di estinzione. Viaggiare è anche consumare spazi liberi della vita, una lieve e impalpabile presa di possesso dell’esperienza altrui.  Possesso della cultura e delle emozioni della vita degli altri.
Che vita, che ha fatto Alberto De Agostini.
 Esploratore, alpinista, cartografo, grande antropologo, marinaio che ha sfidato Capo Horn. Ma soprattutto uomo, semplicemente uomo, che ha riconosciuto e fatto sua l’umanità degli indios.
Più tardi mi avrebbe colpito una foto che appare insieme alle poche notizie che di lui ti propone internet. La stessa che ritroviamo sempre, anche nei suoi libri.
La figura smilza e allampanata con la tonaca svolazzante e il basco in testa che armeggia con la macchina fotografica sul lungo treppiede, in bilico sulle rocce scoscese, le pareti del Fritz Roy sullo sfondo.

Questo misconosciuto salesiano ha scalato montagne, scoperto ghiacciai, percorso migliaia di chilometri a piedi per documentare la geografia degli ultimi lembi del mondo, salvato dall’oblio la vita di interi popoli che sono rimasti almeno nelle sue quarantamila fotografie.
Un viaggiatore raro e fantasioso che forse ha messo più passione nell’arrampicarsi sulle vette innevate che nel convertire gli abitanti della Terra del Fuoco.

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