mercoledì 27 agosto 2008

Referendum in Bolivia : ha vinto il presidente indio




LE ANDE DI EVO

Ho letto nei giornali che Evo Morales ha vinto il referendum, a cui aveva chiamato i cittadini boliviani, per una verifica di metà legislatura. E' una buona notizia. Attraversando il grande altipiano boliviano mi è capitato due anni fa di passare per Orinaca nel distretto di Oruni dove Evo Morales presidente indio celebrava la vittoria con la sua gente nel paese in cui era nato.
Le popolazioni andine aymara e quichua come anche le restanti 28 comunità indigene minori della Bolivia salutavano con le loro canzoni e indossando i loro meravigliosi costumi questo quarantenne un po’ sorpreso di essere diventato il primo indio presidente della repubblica. E’ nato da una famiglia contadina del dipartimento di Oruro ha avuto sette fratelli ma soltanto tre sono sopavvissuti alla miseria.E’ stato alla guida del sindacato dei”cocaleros”del Chapare,movimento che si è battuto contro le multinazionali per difendere le comunità indigene e le loro risorse a partire dalle foglie di coca .
Ho avuto la sensazione che l’elezione di Evo venga vissuta come una rivoluzione e non come una svolta democratica.
La speranza di cambiamento è forte nel paese più povero del continente,una speranza attesa troppo a lungo e oggi a portata di mano.Deve lavorare molto per dare alla Bolivia la strada di un riformismo possibile .Ha bisogno per questo di alleati nella sinistra democratica del continente e soprattutto mediare un rapporto con le spinte radicali dei movimenti sociali del suo paese.Provenendo egli stesso da questi movimenti non avrà sconti ma dovrà comunque guidare le scelte non perdendo mai la bussola democratica .La garanzia della sua governabilità sarà basata nel mantenere un giusto rapporto tra i movimenti sociali i partiti e le istituzioni parlamentari mettendo in campo gli strumenti della democrazia e del consenso.
Mi accorgo,scrivendo questa nota che il mio ragionamento scivola verso le mie convinzioni riformiste che forse non si adattano alla complessità della situazione boliviana.Ma credo che i presupposti per il governo della nuova Bolivia non siano affatto facili.Nonostante questo l’elezione di Evo Morales sarà l’inizio di una nuova storia .

domenica 24 agosto 2008

Con Robert Redford a Cortona

(nella foto Redford nei panni del bandito gentiluomo Sundance Kid)

Qualche giorno fa, ospite del Tuscan Sun Festival, Robert Redford ha annunciato che nel 2009 potrebbe portare a Cortona una sezione europea del suo Sundance Film Festival, la prestigiosa manifestazione dedicata al cinema indipendente che si tiene ogni anno negli Stati Uniti, per la precisione a Park City, nell'Utah.
La notizia mi riempie di gioia almeno per quattro ragioni.
La prima è molto personale e irrilevante per voi: sono un cortonese, nato dentro le mura di questa cittadina etrusca di cui per dieci anni sono stato anche il giovane, entusiasta e impaurito sindaco. E allora come non posso emozionarmi pensando a tutto questo?
La seconda ragione è più importante della prima e si chiama Robert Redford. Un attore straordinario che abbiamo ammirato e amato in film indimenticabili, da "A piedi nudi nel parco" a "I tre giorni del Condor", da "La stangata" a "Tutti gli uomini del Presidente" e a "La mia Africa", solo per ricordare alcuni dei tanti che sono entrati nella nostra cineteca ideale. Un attore, ma poi anche un regista, di più, un autore che ha realizzato film importanti, film forti, film intrisi di sensibilità politica e civile, ma non per questo privi di spessore psicologico o di attenzione ai valori estetici.
La terza ragione riguarda la natura e il rilievo oggettivo del Sundance Film Festival e le possibili ricadute che potrà avere la sua sezione europea. In America questa straordinaria manifestazione da anni offre visibilità e prospettive a a tutti quegli attori e autori che non vogliono sottostare alle rigide logiche del mercato e dell'industria di Hollywood. Lo stesso potrebbe valere per il cinema indipendente italiano e europeo: e di questo abbiamo davvero bisogno, con la piena consapevolezza che il cinema non è solo indovinare qualche titolo che sbanca ai botteghini, no, il cinema plasma la nostra cultura, costruisce il nostro immaginario.
E allora è giusto ricordare anche che Robert Redford non ha fondato solo un festival, ma anche un'organizzazione no-profit, il Sundance Institute, che sostiene il lavoro dei cineasti indipendenti e ha così lanciato registi come Quentin Tarantino o Jim Jarmusch, per citarne solo due.
La quarta e ultima ragione di gioia è più particolare e riguarda il nome del festival: Sundance. Sundance come Sundance Kid, il bandito gentiluomo interpretato da Redford nel film "Butch Cassidy", come il personaggio a cui anch'io ho dedicato un capitolo nel mio primo libro.
Non tutti sanno che in una mattina di dicembre del 1905 mentre il vento freddo della Terra del Fuoco spazzava gli stradoni deserti di Rio Gallegos, due giovani e una ragazza ripulirono la cassaforte del Banco Inglès. Fu proprio cosi che Butch Cassidy, Sundance Kid ed Etta Place misero a segno la prima rapina a mano armata del secolo scorso in quella Patagonia in cui io ben volentieri mi sono perso più e più volte.
Venivano da rapine lontane in Texas e in Arizona e la loro era una storia d'amore e d'avventura. Benché fossero i banditi più ricercati d'America si parlò di loro come di simpatiche canaglie capaci di farsi benvolere dalla gente comune. D'altronde pare che non abbiano mai ucciso nessuno. Fui in quegli anni che la banda assunse il nome leggendario di The wild bunch: il mucchio selvaggio.
Forse è per tutto questo che Redford ha scelto questo nome per il suo festival.
Ma torniamo a noi. Torniamo a questo grande progetto per Cortona e per tutta la Toscana.
Abbiamo una sede importante che potrà accogliere degnamente il festival, cioè la fortezza del Girifalco, la bellissima struttura restaurata e recuperata ormai da molti anni che domina Cortona e la Valdichiana. E sono certo che il giovane sindaco Vignini farà l'impossibile per cogliere al volo questa occasione, sia in termini di risorse che volontà politica.
Però ne dobbiamo essere consapevoli: non basterà la volontà di Robert Redford né l'impegno dell'amministrazione comunale.
Ecco perché mi appello alla sensibilità del Presidente della Regione Claudio Martini e dell'assessore alla cultura Paolo Cocchi. Sono stato per troppi anni nel governo regionale per non sapere che un intervento deciso e risolutore da parte della Regione può, come si dice da noi, togliere il vino dai fiaschi.
Certe occasioni vanno colte, assolutamente, senza aspettare che si realizzino da sole, solo perché ci sono piovute addosso come manna dal cielo. Certe occasioni sono come un tram che passa una volta sola: o ci salti sopra quella volta o vivrai di rimpianti.


Tito Barbini ( Corriere di Arezzo 23 Agosto 2008)

martedì 19 agosto 2008

Prime pagine



Le prime pagine dei quotidiani aretini che troviamo in edicola in questi giorni di agosto colano inchiostro sulle gesta sportive degli atleti italiani alle Olimpiadi cinesi. È giusto così: lo spettacolo è straordinario, ricco di momenti belli e anche commoventi. E poi sono molti i toscani in lizza, né mancano alcuni atleti aretini, tra cui un tennista, un giocatore di pallavolo, una ginnasta e un nuotatore, mio conterraneo cortonese.
Sarà per la loro cadenza ogni quattro anni, sarà per la loro capacità di proporsi come un evento che abbraccia il mondo intero, ma delle precedenti edizioni delle Olimpiadi custodisco nel cuore immagini potenti, che difficilmente potranno essere cancellati. Anche con Pechino, sono sicuro, andrà così.
I quotidiani durano un giorno, come dice la parola stessa, mentre la gerarchia delle notizie e della percezione che ne abbiamo cambia con la velocità della luce. La presenza dei nostri atleti a Pechino resterà invece nella storia dello sport per sempre e sicuramente segnerà la vita di questi ragazzi. E poi (dico per dire) riempire le prime pagine dei giornali estivi, aumentandone la diffusione che immagino sempre critica in questa stagione, con delle belle notizie renderà più liete le nostre ferie d'agosto.
Eppure quante riflessioni, quanti turbamenti, in questi giorni. Anche quello che la festa cinese nasconde non può essere dimenticato.
Le Olimpiadi richiamano ideali di pace e fratellanza universale, eppure, nella stessa ora in cui Putin salutava festoso e sorridente le sfilate di Pechino le sue truppe invadevano la Georgia con migliaia di morti. E in Cina niente è cambiato ai diritti della democrazia, alla pena di morte, ai diritti di autodeterminazione...
Da Pechino a casa nostra. E qui almeno si è provato a parlare della tragedia che è il convitato di pietra delle gare olimpiche: il Tibet.
Comunque poco. Ad Arezzo è stata proposta una bellissima mostra sul Tibet, a San Giovanni Valdarno un bravo sindaco ha organizzato alcune giornate dedicate al popolo del Tetto del Mondo. Alcuni giovani di una associazione non violenta hanno issato uno striscione in un cavalcavia.
Nulla di più. Non una parola dalle forze politiche tradizionali e poco spazio nei mezzi d'informazione. Diciamocelo: potevamo fare di più.
Da parte mia, voglio seguire i nostri successi alle Olimpiadi, ma voglio anche gridare forte cosa penso sul regime cinese. Perché è così: la gioia per questo grande evento sportivo è offuscata dallo scempio che viene fatto di ogni diritto
Ancora oggi chi dissente viene arrestato. Ancora oggi non ci sono speranze per il popolo tibetano. Ricordiamocene quando in questi giorni festeggeremo un podio o applaudiremo un'impresa sportiva, meravigliandoci dello spettacolo straordinario che ci hanno predisposto i signori di Pechino.


(Tito Barbini) Corriere di Arezzo Venerdi 15 Agosto


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giovedì 7 agosto 2008

viva la rivoluzione, la rivoluzione è morta




Cominciano oggi i giochi olimpici. La gioia per questo grande evento sportivo viene offuscata dal ricordo che accompagna il mio viaggio nell'agosto del 2006.

Soprattutto i giorni trascorsi a Pechino, sotto una cappa di caldo e di smog, la noia e la delusione, mi indussero a pensieri fantastici che ritrovo nella mia moleskine. Vorrei essere vissuto al tempo del viaggio di Marco Polo quando la Cina offriva tutto il suo splendore, uno spettacolo non ancora clonato e contaminato, scrigni magici e città proibite.
In questo viaggio ho incontrato un paese sovraeccitato che sta affondando nella sua stessa crescita.
E’ semplice e non trovo altre parole per dirlo: un paese senza valori fondanti che pensa a fare gli affari calpestando i più elementari diritti umani.
Cosa resta qui del comunismo? La salma mummificata del grande Timoniere nella sua bara di cristallo? Gli echi lontanissimi della Lunga Marcia? I foglietti ingialliti del Libretto Rosso? Non più le grigie e abbottonate tuniche di Ciu en Lai e Lin Piao, ma le facce tirate dei nuovi mandarini del partito e dello stato.
Gli eredi di Deng Xiaoping sempre sorridenti, le grisaglie scure con camicie firmate e cravatte di seta e poi i manager dei giganteschi conglomerati finanziarioindustriali dello stato, i futuri King Maker del mondo lanciati nella globalizzazione attenti alle aperture e chiusure delle Borse di New York, Londra e Francoforte.
Tutto questo ha un senso? Lo avrà ancora?
E’ lontanissimo quel dicembre del 1978 quando i ragazzi di Pechino incollavano il dazebao al “muro della democrazia”in piazza Tienanmen ed è ormai sfocata l’istantanea di quel giovane che, con la busta di plastica in mano, si para davanti ad un grande carro armato. Tutto questo sembra molto lontano.
Tutti nel mondo sono interessati a fare accordi bilaterali o a contenere le spinte di espansione commerciale ed economica nessuno chiede libertà e democrazia.
Corre l’economia cinese ma genera un arretratezza culturale e civile.
Non solo aumentano le disuguaglianze sociali ma in modo geometrico la criminalità organizzata e non.
Milioni di persone hanno perso la terra, il lavoro e affrontano il pericolo di finire in carcere o peggio perché non hanno più niente da perdere. Per non parlare della tragedia tibetana.

Scene da capitalismo reale.