venerdì 25 marzo 2011

La bandiera dell’Italia perbene




 Nei giorni scorsi ho esposto la bandiera italiana alla finestra della mia casa in via Garibaldi. Anzi, prima di tutto sono andato a comprarmela.  E devo essere sincero, devo cconfessare che alcuni anni fa questo gesto mi sarebbe apparso come retorico e  declamatorio di un nazionalismo che non mi è mai appartenuto.
 D’altronde sono stato un comunista e un internazionalista e al tricolore accompagnavo sempre la bandiera rossa. “Sentimenti complicati” ha detto qualcuno l'altro giorno rispetto a tutto ciò che rappresentava il tricolore: ed è proprio così.
 E allora, cosa è cambiato? Perché ora mi sento orgoglioso di essere italiano?

Intendiamoci, la parola orgoglio non mi piace. E in questo momento difficile non userei nemmeno l’aggettivo “contento”. Credo però, oggi, nella necessità del sentimento di italianità. In un senso dell'italianità che ovviamente deve essere interpretato in chiave moderna, con la consapevolezza, comunque, che l’unità nazionale è un valore da difendere in un paese cosi sconnesso.  
C’è chi sorriderà e commenterà che questa non è l’Italia ma il paese degli scandali e dell’ingiustizia. Dei ladri di stato e dei politici corrotti. Un paese dove la scuola viene massacrata, la ricerca umiliata, la cultura soppressa e strangolata. Un paese dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il trenta per cento e ai ragazzi e alle ragazze viene rubato il futuro.
 È vero.
Ma a volte il futuro si costruisce attraverso il passato. A volte è più importante lo sforzo per raggiungere un traguardo che il traguardo stesso
E, io credo ancora nell’Italia perbene. Quell’Italia nella quale hanno creduto Falcone e Borsellino, e prima di loro i caduti del Risorgimento e della Resistenza, Enrico Berlinguer e Alcide De Gasperi, Piero Calamandrei e Piero Gobetti. Ed è per questa Italia che vorrei che gli aretini esponessero ogni anno le loro bandiere, bandiere reduci dall’ultima partita della nazionale, bandiere dimenticate in soffitta, o semplici panni tricolori appesi ad asciugare nelle terrazze.
Intendiamoci, l’idea che debba essere una sorta di amor di patria il movente decisivo dello scontro contro Berlusconi, la sua cultura (o incultura) politica, la sua gestione della cosa pubblica e degli affari privati, ha qualcosa che non mi convince.
Se Silvio Berlusconi incarnasse una riedizione postmoderna del populismo fascista le piazze festanti, i richiami all’etica, l'indignazione in tutte le sue più colorite forme, i sentimenti democratici di tanti cittadini non sarebbero certamente sufficienti. Se ci trovassimo di fronte ad un regime antidemocratico bisognerebbe agire come sulla sponda sud del Mediterraneo, con altrettanto rischio e altrettanta decisione.
Berlusconi non è il fascismo, il suo partito non è fuori, come si diceva una volta, dall'«arco costituzionale», non è antipatriottico, né al servizio di potenze straniere. Sta dentro il quadro delle istituzioni democratiche, anche se queste istituzioni democratiche sta tentando di delegittimare e cambiare a colpi di maggioranza.
 Però questo governo si regge in piedi grazie a un partito, la Lega di Bossi, che della divisione e del disprezzo dei valori unitari ha fatto la sua bandiera. 

Per questo è importante il tricolore. Per questo sono importanti le bandiere dell’Italia perbene. E credetemi, come è accaduto lo scorso 17 marzo, queste bandiere avranno un grande valore simbolico e politico.

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