sabato 26 dicembre 2009

lettera dall'Antartide


Antartide

Peggio delle peggiori previsioni: la conferenza di Copenaghen sul clima si è conclusa con una sconfitta della logica e della ragione. Qualcuno ha detto: “E’ come se avessero proposto di scalare l’Everest in tuta e scarpe da ginnastica”. Infatti, tra l’obiettivo dichiarato, mantenere, l’aumento di temperatura sotto i due gradi a fine secolo, e gli strumenti messi a disposizione c’è un abisso. E questo è senz'altro motivo di preoccupazione. Pensiamoci, anche in questi giorni festa e, spero, di serenità. Pensiamoci anche se questi sembrano problemi troppo grandi e magari distanti dalla vita quotidiana. Perché invece tutto è incredibilmente legato, in questo nostro pianeta, ci sono reti di cause e di effetti che legano perfino la Patagonia, dove mi trovo, ad Arezzo, la nostra città; i ghiacci dell'Antartide – o i deserti africani – e la meteorologia della nostra provincia.
Almeno da vent'anni gli scienziati spiegano in modo diffuso che il continuo aumento della concentrazione di CO2 in atmosfera rischia di produrre un riscaldamento globale inconciliabile con la presenza di diversi miliardi di esseri umani sul pianeta. In assenza di adeguate contromisure si profila uno scenario agghiacciante e i primi segnali sono già visibili: aumento delle alluvioni e degli uragani, avanzata delle aree desertificate, crescita del livello dei mari, scioglimento dei ghiacci.
Non posso fare a meno di pensare a tutto questo mentre mi trovo cosi vicino alla penisola antartica. E per inciso, ormai è chiaro anche a chi non mi conosce bene, sono caduto vittima dell’incantesimo del continente ai confini del mondo.
Per questo, prima di allontanarmi, ho sentito il bisogno di rinnovare qui il mio personale impegno. Un impegno e una promessa. Ho preso coscienza che qui si trovano le ultime risorse naturali della terra.
E quindi: alla regione dei ghiacci senza fine lascio la promessa di agire, spero assieme a milioni di uomini e donne, per aiutarla a mettersi in salvo. Cercherò anch’io di diventare un testimone attivo a difesa di questo ambiente incontaminato.
Può sembrare strano che oggi dichiari il mio impegno in questo senso, dopo tanti anni di politica e di lavoro istituzionale nella mia città e nella mia regione. Eppure mi sembra che non ci sia discontinuità in tutto quetso, mi sembra comunque di aver intrapreso un cammino che non mi allontana, ma mi avvicina a quanto ho fatto in passato.
L’Antartide è stato avvistato la prima volta meno di 200 anni fa. Fino ad allora era stata soltanto una macchia bianca nelle mappe del pianeta. Oggi la terra incognita di un tempo vive il momento più difficile della sua esistenza.
Il riscaldamento del pianeta e lo scioglimento dei ghiacci da una parte, l’assalto dell'uomo con la ricerca del profitto dall’altra, stanno infatti rompendo l’incantesimo.
La sfida che abbiamo davanti è enorme ma ognuno di noi che ha amato e ama quest’ambiente cosi estremo può fare qualcosa. L’obiettivo su cui stanno lavorando scienziati ed esploratori è quello di creare il più grande parco del mondo.
Un parco di ghiaccio grande come un continente che non sarà mai spartito e usato, perché appartiene al futuro nostro e dei nostri nipoti.
L’altra grande preoccupazione è la perdita del paesaggio antartico. E i paesaggi, ovviamente, possono anche essere deturpati, possono perfino scomparire. Sacrificati a vari interessi più o meno legittimi, condannati da una convinzione dura a morire: e cioè che il paesaggio non conti e non costi, che il paesaggio non abbia un valore intrinseco.
Al mondo sono pochissimi i posti che non hanno subito il cambiamento per mano dell’uomo. Fra questi c’è, sicuramente, l’Antartide, continente non costruito, non modellato, non scalfito.
Di qui, appunto, il fascino della sua presunta immutabilità. Presunta, perché le grandi riserve petrolifere, i giacimenti di metalli preziosi, l’esplosione del turismo possono cambiare nel giro di pochi anni quello che non è cambiato da che mondo è mondo. L’Antartide ha molti potenti nemici da cui guardarsi.
Per fortuna comincia anche ad avere diversi buoni amici: persone che sicuramente non possiedono la potenza devastante di una multinazionale ma possono sfoderare la serena forza delle buone idee, dei valori giusti. Persone armate della consapevolezza che niente può valere la distruzione di un miracoloso equilibrio naturale, nemmeno l’immensa ricchezza nascosta nelle profondità ghiacciate; che l’uomo dovrà prendere coscienza di questo continente senza distruggerlo; che l’Antartide è di per sé un bene, un bene essenziale per tutti noi come l’aria e l’acqua che ci donano la vita; che pregiudicare questo bene è pregiudicare la nostra stessa vita. Perché l’Antartide può solo continuare a esistere così com’è, immutato e immutabile.
Immutabile, ma sempre diverso. Perché la natura, qui in Antartide, si dedica con energia alla costruzione di forme sempre nuove. Dovevo arrivare fin qui per capire davvero che nulla si ripete nella natura. Ma poi questa nuova comprensione voglio condividerla con tutti voi. Chissà, magari nella speranza che proprio da Arezzo possa partire un segnale forte di amicizia e di futuro nei confronti del continente di ghiaccio. (tito barbini, corriere di arezzo sabato 26 dicembre 2009)

domenica 20 dicembre 2009

Patagonia tragica e ribelle


A ogni modo visitando città e villaggi, in questo lungo viaggio nell’immensa Patagonia, mi capita di venire a conoscere tante altre storie politiche. Scelgo anche questa volta di mettermi dalla parte dei più deboli: cioè di quei migranti che, stretti nelle stive delle navi, arrivarono quaggiù alla ricerca della vita e spesso trovarono altro; persone che
scelsero di lottare per rimanere uomini liberi.
Oggi voglio parlare dei braccianti e dei salariati, che agli inizi del Novecento hanno abitato le prime città di legno di Punta Arenas e di Ushuaia.
E solo per dare un’idea delle condizioni di lavoro nei grandi allevamenti di pecore qui a Punta Arenas: i braccianti, tra cui molti italiani, dell’allevamennto dei Menendez furono costretti a fare sciopero per chiedere l’abolizione dei castighi corporali inflitti ai lavoratori minorenni da parte dei caposquadra. Altri tempi, naturalmente.
A difendere i lavoratori era nata la Società Obrera della Patagonia. Unsindacato di ispirazione anarchica che metteva insieme i lavoratori di tutti i settori. Dai portuali ai tosatori di pecore.
Il 24 Maggio del 1920 venne eletto segretario del sindacato un giovane immigrato da poco. Aveva appena compiuto vent’anni. Si chiamava Antonio Soto. Ho incontrato questa storia quasi per caso per la strada che mi porta a Rio Gallego. Si dice che fu la prima avvisaglia di un movimento che si estese a tutta la regione.
Lo sciopero generale investì i grandi allevamenti e le prime industrie di trasformazione del pesce e della carne. Tutto si paralizzò, da Santa Cruz a Rio Gallegos, da Puerto Natales a Punta Arenas.
Chiedevano aumenti salariali ma, soprattutto salari pagati in moneta e non con buoni da spendere soltanto negli spacci aziendali. Il governatore, sollecitato dai grandi proprietari e latifondisti fece intervenire l’esercito.
Fu cosi che nell’autunno del 1922 il tenente colonnello Ector Vazela intervenne e la vicenda si concluse con il massacro di migliaia di lavoratori che furono frettolosamente sepolti in fosse comuni.
Nessuno riusci mai a stabilire il numero dei morti ma una cosa è certa: tra quelli che ripararono in Cile e quelli che morirono la popolazione della cittadina di Santa Cruz passò da diciassettemila abitanti ad appena undicimila.
I fatti di Santa Cruz furono rimossi dalla memoria collettiva dell’Argentina, sepolti per più di mezzo secolo sotto le scartoffie di una commissione di inchiesta che non ha mai nemmeno iniziato il suo lavoro. E’ merito dello storico Osvaldo Bayer, che ha pubblicato un libro “ Patagonia Tragica”, se questi fatti oggi sono tornati all’attenzione.
Ed ecco che ancora una volta si ripropone il tema della memoria storica di un paese. Quando tornerò ad Arezzo cercherò questo libro dai miei amici della libreria “Il viaggiatore immaginario”. Spero che sia stato tradotto in Italia, perché anche in Italia abbiamo bisogno di coltivare la memoria.
E’ solo un’altra storia che ho sentito in queste terre alla fine del mondo. In questo mio viaggio ricordare gli avvenimenti ha il senso di un atto di giustizia: la mia personale riparazione al cospetto di una terribile storia che si ripete.

sabato 12 dicembre 2009

Terra del Fuoco




Ci sono storie che devono essere narrate. Prima di tutto quelle delle donne e degli uomini che hanno abitato, per primi, quel mondo alla fine del mondo : gli indios.
Scrivo degli indios e mi viene subito in mente Enriqueta Gastelumendi. E’anche questa una piccola storia che mi va di raccontare ai miei lettori del Corriere. Morta a 91 anni, nell’agosto del 2004, l’ultima rappresentante degli indios Ona. Era nata il 15 luglio del 1913, era la più piccola di cinque figli di Ramon Guastalumendi, morto nel 1918, e di una Selk’nam, una Ona battezzata come Maria Felisa che mori nel 1949, senza aver imparato “nient’altro che quattro o cinque parole di spagnolo”.
Era nata nella fattoria di un missionario bianco, un tale che si chiamava Thomas Bridge, uno dei primi europei a stabilirsi nella terra degli Ona. Forse a metterla al mondo era stato un fuggente attimo d’amore o di rapimento della madre con uno spagnolo cacciatore di foche. Per questo lei era considerata impura dalla sua gente. Non aveva sangue intero Enriqueta ma non si considerò mai di razza meticcia. Volle essere e rimanere, dall’inizio alla fine, una donna della tribù degli Onas.
L’ultima.
Portava con se il dolore infinito di uno degli eccidi più terribili, e meno conosciuti, consumati ai danni degli indios del Sudamerica. Un genocidio come quello che abbiamo conosciuto in altre vicende della storia recente, uno sterminio totale fatto da coloni e colonizzatori che venivano dall’Europa , soprattutto inglesi e olandesi.
Ma già avevano conosciuto l’uomo bianco, e la sua ferocia. Da tempo, infatti, i navigatori europei che passavano sulle navi lo stretto di Magellano si divertivano a ucciderli, cosi per esercitarsi al tiro. Passarono dieci anni e i tremila Yàmanas che conobbero lo i bianchi erano diventati mille, nel 1910 , quando arrivarono dall’Italia i missionari salesiani, meno di cento.
E non andò certo meglio agli Onas che popolavano un poco più a Nord le radure dell’Isla Grande. A metà dell’800 arrivarono i cercatori d’oro dall’Italia, dalla Croazia, dalla Spagna e dalla Francia e gli allevatori di pecore dall’Inghilterra. Quando gli indios videro le pecore fu come andare a nozze. Erano più facili, molto più facili da prendere dei Guanachi e la carne era più buona e la lana più calda. Non l’avessero mai fatto, i coloni inglesi decisero di sterminarli. Misero una taglia di una sterlina per ogni paio di orecchie, testicoli o seni che provassero la morte di un aborigeno. E i cercatori d’oro si adeguarono alla caccia e alla sua ricompensa. Insomma ogni mezzo era lecito: lasciarono una balena adulterata spiaggiata sulle rive dello stretto e 500 Onas morirono per averne mangiato le carni, altri 300 furono avvelenati a tradimento in un convivio che avrebbe dovuto sancire la pace. E chi non lasciò il mondo per una sterlina fu colpito dalle malattie oppure venne deportato in Europa ed esibito nei circhi equestri. Si racconta di un certto Maurice Matre che si arricchì grazie a un gruppo di bambini Onas . Faceva pagare il biglietto all’Esposizione di Parigi del 1889, per vedere i bambini in gabbia, costringendoli a mangiare carne cruda e presentati come cannibali.
Tra i cacciatori di teste si è distinto un inglese soprannominato Mister Bond, che portato in fondo il genocidio degli indios in Terra Del Fuoco, si spostò in Patagonia continuò a lavorare per l’industria laniera e nel 1921 partecipò ai massacri degli operai e dei sindacalisti durante il grande sciopero di quegli anni. In un solo giorno partecipò alla fucilazione di 17 lavoratori.
Tornando ai nostri Onas: nel 1905 erano rimasti meno di 500, nel 1945 erano 25. L’ultima discendente diretta, da parte di madre, è la nostra Enriquetta.

E’ sepolta nel piccolo cimitero di Ushuaia. Quando mi sono incamminato nel vialetto che porta alla sua tomba ho pensato che quelle lastre di granito fossero come dei libri di pietra. Archivi di umanità dove le pagine sanno di vita e non di morte. Sbuco dal vialetto e mi ritrovo davanti a una lastra con la foto di una donna dal sorriso ironico . Enriqueta, appunto. Nessuno si prese la briga di insegnargli a leggere e a scrivere. A quindici anni sposò un uomo che non conosceva e per il resto della sua vita ha tirato avanti lavorando come un animale.
Ho imparato da sola, raccontò prima di morire a un giornale argentino parlando delle sue sculture, giocando. Ha dedicato quasi tutta la sua vita a disegnare e a scolpire. Intarsiava la “lenga”, il legno della Terra del Fuoco riproducendo volti e animali che, come per magia rievocavano una epopea di diecimila anni perché cosi tanti ne vissero indisturbati gli Onas.
(tito barbini- corriere di arezzo sabato 12 dicembre)

sabato 5 dicembre 2009

Lettera dalla Patagonia 3


IL VESCOVO E IL VENERABILE

A nessun viaggiatore verrebbe mai in mente di fermarsi, percorrendo la strada che da Rio Negro porta ai piedi delle Ande Patagoniche, in una città che si chiama Neuquèm. Caso mai può fermarsi sessanta chilometri più avanti e cercare, in uno dei più interessanti siti paleontologici del mondo, le ossa di pietra dei più grandi dinosauri del pianeta. Ma a Neuquèm no, qui nessuno si ferma, a meno che non abbia una ragione davvero speciale.
Ma, andiamo per ordine, perché voglio spiegarvi perché io a Neuquém mi sono fermato. E perché questo c'entri anche con le terre della nostra provincia.
In Italia mi ero imbattuto per caso in un video in Internet dove uno strano sacerdote salesiano, vescovo di una città mineraria e petroliera, vicina ai grandi siti paleontologici e nella terra che fu degli indios Mapuche, parlava di diritti umani e di marce per ricordare le vittime della repressione e i desaparecidos dell’ultima dittatura militare.
Marce che si tenevano, intendiamoci, nella sua città, nella Patagonia argentina. E’ stato cosi che nel viaggio che sto facendo nell’inseguimento del mio salesiano di inizio secolo, Alberto De Agostini, ho fatto una tappa a Neuquèm, con l'obiettivo di conoscere un salesiano dei nostri tempi, Marcello Melani, il vescovo patagonico.
Melani ha origini valdarnesi, anche se ha lasciato la nostra terra più di quarant’anni fa. Da allora come missionario in Argentina ha fatto una lunga esperienza nelle lontane e improvvisate cittadine della Patagonia degli anni Sessanta. La stessa Patagonia, per intendersi, che alcuni anni dopo avrebbe percorso Bruce Chatwin.
E’ stato il parroco durante gli anni difficili della crescita e dell’integrazione della nostra emigrazione in questa zona dell’Argentina e, uno dei pochi , anzi pochissimi, che negli anni della dittatura militare non si è schierato con i golpisti. Ma soprattutto, in questo nostro tempo Melani si trova in prima fila nella chiesa argentina per riparare dagli errori del passato.
Li chiamo errori e non so se è il termine giusto. Comunque sia con esso mi riferisco a tutto quanto ha portato gran parte delle gerarchie cattoliche a essere complici del silenzio.
Ecco, la ragione per cui sono a capitato in questa cittadina della Patagonia, dunque. Sono venuto fin qui per ricordare un nostro conterraneo di cui nessuno parla.
E ho trovato un legame con Arezzo. Un legame che è dato dalla notizia che un nostro concittadino ha avuto una condanna definitiva per aver calunniato e diffamato i giudici italiani Turone e Colombo in merito alla vicenda della strage alla stazione di Bologna.
Si tratta, come avrete capito di Licio Gelli. La condanna,oltre agli anni di carcere, ha sanzionato la confisca di alcuni lingotti d’oro trovati nella villa di Gelli ad Arezzo. Ebbene, i giudici diffamati sono stati risarciti proprio con l’oro di Gelli. Solo che loro, con grande sensibilità, hanno deciso di dare il prezioso metallo alle vittime delle stragi italiane e quelle della dittatura argentina.
E’ stato per questo che le Madri di Plaza De Mayo hanno ricevuto una parte dell’oro confiscato al venerabile capo della P2.
Sembra un giro molto complicato, ma basta pensarci solo un attimo e rammentare le trame di un tempo. Gelli c’entra davvero molto con la dittatura argentina.
Spesso noi aretini facciamo finta di non saperlo oppure ci passiamo sopra con molta disinvoltura, ma questi viaggi in Argentina sono un buon modo per ravvivare la memoria. Siatene certi, ogni volta che tornerò in Argentina farò in modo di coltivare questi ricordi.
Gelli è stato console onorario nel periodo della dittatura. I grandi responsabili della terribile notte argentina che ha portato alla sparizione nel nulla di oltre trentamila ragazzi e ragazze erano, guarda caso, tutti iscritti alla loggia massonica P2.
Ecco qui. Vi ho parlato di un vescovo patagonico e di Licio Gelli. Due conterranei. Uno di cui essere orgogliosi e un altro di cui vergognarsi. La vita, evidentemente, è sempre una questione di scelte. L'Argentina aiuta a non dimenticarselo. (tito barbini- corriere di arezzo 5/12/2009)


sabato 28 novembre 2009

Lettera dalla Patagonia


Lo sapevo che non avrei resistito troppo a lungo: sono di nuovo in viaggio verso le terre lontane della fine del mondo, però intanto penso alle vicende di casa.
Raccolgo questi appunti nel bus che, in tre giorni, da Buenos Aires mi porterà nella Patagonia e da lì alla Terra del Fuoco: terre lontane, terre a cui appartengo, così come appartengo alle strade, alle piazze, agli umori di Arezzo. Terre, anche, che mi regalano una distanza preziosa, direi pure necessaria, per osservare, valutare, capire, talvolta addirittura giudicare.
Non so se sia davvero una fortuna o una opportunità, ma in questa lunga tappa di trasferimento dispongo di tempo in abbondanza. Per riflettere, ma anche per navigare su Internet, per perdermi nel grande mare della Rete. Le nuove tecnologie della comunicazione in effetti ti portano anche a questo, ti regalano uno sguardo diverso dalla distanza, un nuovo modo di viaggiare in cui anche da un altro continente puoi mantenere una finestra aperta su casa tua.
Come ora, per esempio. Il bus taglia le distese della pampa e io invece posso informarmi in tempo reale su tutto ciò che succede ad Arezzo. Questo cambia sicuramente anche la qualità del viaggio, però mi aiuta a riflettere anche a questa distanza siderale.
Prima riflessione, anche da qui posso dire la mia. Volente o nolente, perché a volte non è che avrei voglia di dire la mia, solo che i pensieri non li puoi fermare e poi anche le parole per forza seguono.
Seconda riflessione, forse anche questa un po’ scontata, ma che entra nel merito delle cose: quello che non emerge mai dai tanto discorsi è un qualche segno di novità per quanto riguarda la politica aretina.
Intendiamoci, qualche volta vorrei parlare di cose nuove. Per esempio del centro destra di casa nostra, che però ad Arezzo non esiste, né come opposizione né come partito di governo nazionale. Zero assoluto. Prende soltanto i voti.
Piuttosto, le cronache dei giornali raccontano invece di un’altra puntata della saga delle primarie nel Partito Democratico per indicare i candidati al Consiglio Regionale.
Così anche da quaggiù vorrei dire la mia.
Capisco l’obiezione che molti mi faranno. “Anche dai deserti più lontani e inaccessibili, a migliaia di chilometri di distanza Barbini mette bocca sulle faccende aretine. Ma perché non pensa a viaggiare e fotografare i pinguini della Terra del Fuoco?”
La capisco ma è più forte di me. Ho nei confronti del Partito Democratico un sentimento di amicizia e di appartenenza. Voglio partecipare al dibattito e, se pure da molto lontano, esprimere alcune considerazioni sperando che siano intese solo come buoni consigli.
Intanto avrei preferito che anche per la presidenza della Regione ci fossero stati più candidati. Coloro che si erano affacciati dovevano rompere ogni indugio, lasciare da parte regole improbabili, scendere in campo e esaltare cosi i nuovi strumenti di democrazia e di partecipazione. Non è avvenuto così per la elezione del Segretario nazionale del PD? Oggi i fatti e persino i sondaggi danno ragione a quanto è stato fatto, dimostrano che, qualsiasi sia stato il risultato, le primarie hanno fatto bene.
Perché non avere coraggio? Perché non uscire allo scoperto e mettersi in gioco? Perché non chiedere a tutti gli elettori del centro sinistra cosa pensavano delle candidaturae Con il più pulito e democratico dei metodi, il voto, il voto delle primarie che può far giustizia di ogni piccola o grande manovra.
Invece ci sarà un solo candidato e non si faranno le primarie.
Però che siano primarie vere almeno per il nostri candidati aretini al consiglio regionale. Con più candidati possibili, donne e uomini, che abbiano voglia di misurarsi con le sfide difficili della rappresentanza e del governo regionale. E si faccia una campagna elettorale aperta e trasparente, con idee e programmi per questa provincia. Ognuno con le proprie diversità.
Forse non sarebbe male che si rompesse il finto unanimismo. Rendendo trasparente un dibattito che in un partito grande e complesso potrebbe diventare fecondo. Altrimenti il rischio è quello di una deriva piatta e noiosa fatta di dissensi nascosti e posizioni contrapposte.
Quale deve essere l’impegno dei consiglieri regionali alle sfide che Arezzo sta affrontando? Come è possibile sconfiggere le paure della gente sul futuro che alimentano la sfiducia nella politica? E in che modo l’agenda politica deve collegarsi con le questioni locali e in particolare la crisi economica che attraversa, assieme al paese, la nostra città?
Questo, si attendono i cittadini dai futuri rappresentanti in Regione e non sarebbe male se, questa volta, Arezzo riacquistasse il suo posto nel governo regionale. So, per averne fatto parte per quindici anni e quindi per esperienza diretta, che non sarebbe male. (tito barbini - corriere di arezzo sabato 28/11/2009)

domenica 22 novembre 2009


In Viaggio

E così sono di nuovo in viaggio. E di nuovo mi sto dirigendo verso i luoghi che sempre di più sono diventati i miei “luoghi dell'anima”, la Patagonia e la Terra del Fuoco. Luoghi dove riesco a sentirmi a casa, benché in modo diverso che ad Arezzo. Luoghi che mi sono entrati nel sangue e che mi aiutano a restituirmi a me stesso.
Starò via almeno otto settimane: un periodo molto lungo per una vacanza, ma direi giusto per un viaggio autentico, che come tale richiama un'esperienza umana, da coltivare, da fare crescere. So di essere fortunato: mi posso permettere di fare ciò che davvero mi piace.
Viaggio per inseguire nuove storie. Viaggio per continuare a scrivere libri di viaggio. E viaggiando cercherò di non perdervi. Qui, sulle pagine del Corriere, cercherò di pubblicare una sorta di diario di bordo.
Spero di non annoiarvi. Ma se non vi annoierò non sarà solo merito mio. In realtà in viaggi come questo succedono tante cose strane, irrilevanti o importanti, diversissime tra loro. Cose che comunque in qualsiasi parte del mondo hanno spesso un nesso che le lega l’una all’altra. E' un po' la storia del battito di farfalla a San Francisco che provoca un terremoto a Tokio. O viceversa.
In fondo è questa la vera globalizzazione: non solo prodotti o crediti che transitano indifferentemente da un continente all'altro, ma anche reti di rapporti di causa ed effetto, valanghe di circostanze, combinazioni, vicende solo apparentemente inspiegabili.
In realtà questo pianeta ci fa respirare sempre aria di casa, anche quando siamo molto lontani. E in questo caso non parla l'uomo che, come vi ho detto, si sente a casa da queste parti.
Accade che mentre visito il Museo dell’Emigrazione di Buenos Aires. In una sosta al bar del museo, aprendo le pagine dei giornali italiani in Internet, mi capita di leggere che nel nostro paese sta aumentando a vista d’occhio l’intolleranza verso gli stranieri. E che crescono a dismisura i comportamenti xenofobi e razzisti nei confronti degli immigrati dal Sud del mondo.
Non parlo solo delle sciagurate politiche di questo governo nei confronti degli immigrati clandestini e del muro che abbiamo alzato nel Mediterraneo. Parlo proprio di una cultura e di un mutamento antropologico che sta prendendo sempre più i miei connazionali.
Proprio qui, guardando le foto ingiallite degli italiani arrivati in Argentina agli inizi del secolo scorso, possiamo avere la prova di questo mutamento.
Il viaggio dell'emigrante significa, ancora oggi, partire senza coltivare la speranza del ritorno. E’ il frutto di una condizione non voluta e imposta dalla necessità di sopravvivere.
Lasciare la propria casa determina lo sradicamento dal nucleo familiare e dal luogo di origine, la perdita degli affetti più importanti e delle persone care.
In questo Museo ho letto che centinaia di migliaia dei mostri emigranti in Argentina non sono più tornati in Italia, nemmeno una volta per tutta la vita che gli è restato da vivere. Vite sempre sospese sul filo della sofferenza.
Eppure la dimensione esistenziale, tormentata e difficile, degli emigranti esiste solo nella memoria degli anziani: e qui si può capire meglio. In Italia, poco o nulla sappiamo della storia della nostra emigrazione. E nessun libro di testo ne parla nelle scuole.
Un tempo eravamo noi italiani gli extracomunitari, gli stranieri, coloro che venivano accettati o respinti ma sempre con diffidenza e quasi sempre con atteggiamenti razzisti.
Peccato non poter organizzare visite guidate dei nostri ragazzi ai musei dell’emigrazione di Ellis Island a New York o quello di Buenos Aires in Argentina.
Forse capirebbero meglio cosa vuol dire una politica di accoglienza e una cultura aperta a tutte le differenze etniche e religiose.
Beh, anche per questo i viaggi sono importanti. Tito Barbini(corriere di arezzo , sabato 21 novembre)

sabato 7 novembre 2009

C'era una volta il muro




Nuovi muri stanno alzandosi
In questi giorni, esattamente venti anni fa, cadeva il Muro di Berlino. Mi verrebbe da dire: c'era una volta il Muro. Come se fosse una fiaba, qualcosa a cui non si può davvero credere, con quel lieto fine che è più dei libri che delle vicende della Storia, quella con la esse maiuscola.
In effetti quel Muro non solo c'era, ma sembrava dovesse esserci per sempre. Invece no, il Muro si sbriciolò e con esso andò a rotoli un intero impero che da Berlino arrivava fino al Pacifico. Di colpo tramontò il “sole dell’avvenire”.
Il libro che ho scritto con Paolo Ciampi “Caduti dal Muro” è stata ed è l’occasione per incontrare molti giovani. Tante scuole, sia medie che superiori, in questi giorni ci stanno chiamando per parlare del libro e allo stesso tempo per provare a spiegare cosa è successo al mondo nei 20 anni dopo. Nei paesi che un tempo si definivano socialisti, ma anche qui da noi, perché sotto quelle rovine anche da noi sono rimaste tante cose: partiti, idee, utopie, speranze.
Insomma, io e Paolo andremo parecchio in giro, con “Caduti del Muro” e con tutto quello che quella notte di novembre del 1989 ha significato per tutti noi.
Nel libro e nel mio lungo viaggio mi pongo costantemente una domanda: perché un’idea che ci era sembrata cosi bella si è rivelata portatrice di errori e di orrori?
E certo non è difficile constatare che le esperienze fallimentari dell’est sono state anche enormi tragedie. Si può dire anche di più, in realtà: tutte le rivoluzioni lo sono, perché riproducono invariabilmente il male che vorrebbero estirpare.
E allora lo dico chiaro e tondo: anch’io, avendo parteggiato per quelle rivoluzioni. sono corresponsabile dei loro insopportabili costi e del loro esito infelice.
E’ una conclusione che può avere anche un significato liberarorio. Però, sia ben chiaro, non è una abiura.
Cosa mi trattiene? Mi trattiene il sospetto che questa condanna morale di tanta parte della storia del secolo scorso nasconda in realtà un’autoassoluzione, la proclamazione della superiorità dei sistemi che hanno vinto. Il comunismo ha perso la sfida con la democrazia e con la libertà. Ma chi porterà avanti le idee di libertà e di eguaglianza che il comunismo sosteneva?
Le esperienze individuali non si possono trasmettere, appunto perché sono individuali. Neppure scrivendo un libro. E questo non ha la minima importanza. Però temo che qualcosa di simile valga anche per le esperienze collettive, cioè per le vicende della storia: e questo è un discorso più serio, assai più serio di quanto in effetti vorrei.
Quel che noi chiamiamo revisionismo storico è quasi sempre intenzionale e politicamente finalizzato. Per dirla in un altro modo, è sempre un'operazione poco trasparente, a volte perfino ambigua. Certamente è favorita dall'oblio, dall'appannamento della memoria e degli eventi, che è quasi una legge di natura: un fenomeno fatale come il trascorrere del tempo, a cui non c’è rimedio.
Lo so benissimo che, generalizzando così, “sfuggo allo specifico” e cado nel peccato mortale dell’ideologia e per di più di un ideologia fallita.
Mi va bene così, se questo mi serve a capire meglio le nefandezze del mondo in cui viviamo. Non ci si può lamentare all'infinito di quello che succede nel mondo senza mai cercarne le cause nella cultura dominante (che non chiamerò capitalista ma gli assomiglia molto e, a tutti, consiglio di andare a vedere l’ultimo film di Michel Moore).
Sono crollati insieme lo statalismo e il trionfo del mercato e del privato. E oggi, anzi, dopo il disastro della finanza globale, in Occidente si assiste al ritorno dello Stato. Invocato dovunque e soprattutto in Italia. Per proteggere i settori sociali colpiti dalla crisi. Sempre più ampi. Ma reclamato anche dagli attori del mercato stesso. Gli imprenditori. Perfino le banche. Cosa farebbero senza il soccorso dello Stato?
E poi gli Stati nazionali. La fine del muro di Berlino ne annunciava la crisi, parallelamente al rafforzarsi di altre - e nuove - entità sovranazionali. Sono sempre lì. Evocati e invocati. Attenti a rivendicare la loro autorità. All'interno dei loro confini. Per quanto cambiati profondamente, rispetto a vent'anni fa. Certo, il crollo del Muro ha allargato ad Est le frontiere d'Europa. Ci ha avvicinati all'Oriente. E ha favorito il flusso di milioni di cittadini, attraverso confini sempre più aperti.
E noi siamo sempre più impauriti dal numero crescente degli immigrati: ci fingiamo "padroni a casa nostra". Invochiamo altri muri. Nuovi muri. Per terra e per mare. Ma, soprattutto, erigiamo nuovi confini davanti e intorno a noi.
Preferiamo non vedere. Non confonderci con gli stranieri: che restino tali.
Piccoli e grandi muri crescono ancora. E chi non si accorge di questo soffre di ipocrisia. Che di tutte le ideologie è la più irritante.

lunedì 26 ottobre 2009

I giorni del riso e della pioggia




L’opera:
Dal Vietnam al Tibet, dal delta del Mekong alle sue lontane sorgenti. Su questo itinerario reale se ne dipanerà un
altro, non meno impegnativo e complesso, che porterà l’autore protagonista a ripercorrere mentalmente la sua
vita a ritroso, proprio come sta facendo col grande fiume. È tipico di Barbini condurre ogni viaggio sul doppio
binario del presente e del passato, usando i posti in cui si trova come porte temporali per i luoghi della propria
anima. Dopo l’ex blocco comunista di Caduti dal Muro, spunto di riflessioni su ideali e realtà politiche, lo scrittore
toscano torna a percorrere e a scrivere dell’Asia, e questa volta lo fa navigando lungo uno dei suoi fiumi più
importanti, che taglia da nord a sud l’Indocina, e bagna Tibet, Birmania e Tailandia, e poi ancora Laos, Cambogia
e Vietnam. Durante I giorni del riso e della pioggia il bagaglio esistenziale del viaggiatore si alleggerisce, come stemperato
nella massa d’acqua del grande Mekong che egli sta risalendo «come un vecchio barcone incrostato di
conchiglie, sabbia e antico cordame». E in questo lento andare, con quel senso di libertà che non serve ad aggiungere
quanto piuttosto a ripulire, l’uomo riesce pian piano a sollevare se stesso e a svincolarsi – quasi – dal
peso di domande e inquietudini accumulato in una intera esistenza. Perché tutto quel che si fa tornare a galla
scorre a pelo d’acqua con gran facilità…
L’autore:
Tito Barbini ha un passato di impegno e incarichi politici nelle istituzioni pubbliche toscane: giovanissimo è stato
eletto sindaco di Cortona, poi presidente della Provincia di Arezzo e in seguito assessore regionale. Viaggia
molto e ne scrive con passione: in questa stessa collana è pubblicato Caduti dal Muro.
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Collana Off the road
Formato 12x16
Pagine 224
ISBN 978-88-8427-160-0
Prezzo Euro 10,00
Uscita Gennaio 2010
I GIORNI DEL RISO
E DELLA PIOGGIA
dal delta del Mekong
alle sorgenti del Tibet
di Tito Barbini
Tito Barbini è tornato in Asia.
Dopo Caduti dal muro e le terre dell’ex Unione sovietica, ecco i sei
paesi dell’Indocina attraversati sulle acque del fiume Mekong.
Una traversata che è insieme metafora e pretesto del vivere.

sabato 17 ottobre 2009

La Politica è bella




«La politica è bella». Dice proprio così: sono queste le parole che il padre del protagonista sussurra al figlio poco prima di morire. «La politica è bella»: fai fatica a crederci, ma è proprio questo è il messaggio di speranza che l’ultimo film di Giuseppe Tornatore ci regala. Una frase che non sentivo dire da anni e che avevo bisogno di ascoltare nuovamente. Una frase che mi ha colto di sorpresa e che mi ha emozionato, permettendomi di tornare di incanto alla mia infanzia e alla adolescenza, quindi anche alla mia storia politica. Quella storia che ho cercato di raccontare in “Caduti Dal Muro”, il libro che ho scritto con Paolo Ciampi.
Baarìa è un film in programmazione nelle sale aretine. Lo consiglio vivamente a chi di voi mi legge e ha imparato a conoscermi. Ma lo consiglio soprattutto, e caldamente, ai giovani rampanti della politica, che siano di centrodestra o centrosinistra non importa.
Non credo alle folgorazioni tipo Paolo sulla strada di Damasco, ma chissà che non rappresenti comunque una lezione salutare. Di quelle che ti aiutano a riflettere su te stesso e su quello che stai combinando della tua vita (e peggio ancora, della vita degli altri). Chissà, magari proprio grazie a questo film riusciranno a comprendere meglio i valori della politica che sono lontani dal carrierismo e dalla ricerca di un posto nei consigli di amministrazione di qualche ente, pubblico o privato che sia. Tornatore ricostruisce un mondo che non c’è più.
Uomini e donne che non ci sono più. Ma la vera magia è che quel mondo, con le relazioni umane che esso conteneva, ha ancora la capacità di farsi raccontare e in questo modo di destare passioni. Baarìa è, soprattutto nel primo tempo e prima dell’avvento degli anni sessanta, un film epico. Un film che attraverso una storia individuale dispiega una storia collettiva. La storia di un popolo. E raccontando la storia di un popolo, custodisce e trasferisce la memoria di quella storia e di quel popolo. E’ capace , in ultima analisi,di mettere davanti ai nostri occhi la nostra identità, quasi facendocela toccare e sentire respirare .
In un momento in cui tutti sono alla ricerca d’identità, molti s’interrogano sul senso stesso dell’identità, altri addirittura la re-inventano, basta ripensare alle pagliacciate della Lega che riempie ampolle alle sorgenti del Po, oppure al mondo virtuale, finto e immorale, proposto da Berlusconi. Giuseppe Tornatore sembra invece aver trovato il filo che sbroglia la matassa. Lui racconta e raccontando accumula.
Accumula storie e sentimenti. Storie e sentimenti che insieme “costruiscono” la Storia. Però in questa storia si sviluppa anche il concetto di politica e di politico. E come non rivivere le emozioni,gli ideali, le speranze , la passione che la mia generazione ha riversato nell’impegno politico? Come non guardare con nostalgia a ciò che eravamo e a ciò che con le lotte politiche si voleva cambiare? Il cinema, il grande cinema, ha sempre raccontato il passato e il futuro. È stato memoria o ha anticipato. Il cinema può essere anche speranza e quel «La politica è bella», proferito in punto di morte, è la più bella speranza che Tornatore potesse regalarci. Una speranza quanto mai necessaria oggi e che, ripensando ai miei vent’anni, mi fa tornare il sorriso. Eppure ciò che conta, ciò che resta – è uno dei grandissimi momenti del film, probabilmente il più alto – è il passaggio di testimone tra un padre e suo figlio. Un passaggio di consegne che ci dice molto: se anche resta poco della Storia maiuscola, rimane la vita degli esseri umani, che conta più delle ideologie. Rimangono principi e valori essenziali, quali la dirittura e la coerenza, il volersi bene. Quello di Giuseppe è un ricordo, un omaggio intimo e privato, alla propria famiglia prima di tutto. Ma ci sono storie che ti fanno sentire a casa tua, che le ascolti solo per dirti, è vero, anch'io c'ero, riguarda anche me. Per dirti e per dire ad altri, magari a chi verrà dopo di noi: e per capire così che non tutto è stato inutile.

lunedì 5 ottobre 2009

La mia Patagonia





Ho già consegnato all'editore il mio nuovo libro " I giorni del riso e della pioggia" (Dal delta del Mekong alle sorgenti del Tibet) . Uscirà nelle librerie il prossimo Febbraio. Mi sono messo già al lavoro per scriverne un'altro. Un nuovo libro di viaggio per raccontare la straordinaria storia del prete salesiano Alberto Maria De Agostini, esploratore e missionario nei primi anni del secolo scorso, che gli indios della Terra del Fuoco chiamavano semplicemente Don Patagonia. Partirò di nuovo per un lungo viaggio il 15 Novembre. Nel frattempo ho già iniziato a buttare giù alcuni appunti.




La mia Patagonia


Ecco le strade, che come nastri appoggiati sulle onde lunghe di un mare in bonaccia, vanno verso l’infinito.
Alcuni sono d’asfalto e tutti gli altri, fatti di terra, hanno una sfumatura di colore ocra. Ovunque pennellate di tinte improbabili perché cambiate incessantemente dal vento. La mancanza di un segno, un segno qualsiasi all’orizzonte mi inquieta ancora una volta.
Sono ormai molti anni che vengo in Patagonia. Ogni volta ho la sensazione che il luogo non cambia, forse l’unico posto al mondo che non cambia mai, anche se ormai sembra sia diventata una località ambita dal turismo mondiale della tarda modernità. D’altronde non può cambiare il nulla, quello più tormentato ed estremo la dove le storie, tutte le storie, vanno a finire.
Perché mi attira cosi tanto la Patagonia?
Mi sono posto questa domanda tante volte, magari scrivendo qualche pagina sul mio diario di viaggio o leggendo su qualche pagina di un viaggio della fantasia. Anche Darwin deve essersi fatta una domanda simile:
..Richiamando le immagini del passato, scopro che le pianure della Patagonia si ripresentano con insistenza ai miei occhi, eppure quelle pianure sono considerate da tutti squallide e inutili. Le si può descrivere soltanto con caratteri negativi; senza case, senz’acqua, senz’alberi, senza montagne, producono soltanto alcune piante nane. Perché allora, e ciò non accade soltanto a me, questi aridi deserti mi si sono impressi così fortemente nella memoria?
Da parte mia ho sempre trovato delle risposte nel senso della promessa. La promessa di un viaggio verso il nulla e alla ricerca di un paradosso. La promessa,certo, di una dimensione non conosciuta della spazio, ma anche qualcosa di incorporeo e immateriale, forse l’anima.
Perché la Patagonia è luogo del silenzio, delle solitudini estatiche e della libertà. Sembra che, quando si sta morendo, in pochi attimi ci scorra davanti tutta la vita trascorsa. La Patagonia funziona un po’ allo stesso modo: ti consegna a una moviola della mente, allo scorrere lento della tua esistenza, e ti costringe a tentarne un bilancio. Mi succede solo qui, e in Antartide. Il bus, passato il Rio Colorado , entra in un orizzonte che mi è ormai familiare.

venerdì 11 settembre 2009

11 settembre 1973


E' vero oggi ricordiamo il folle l'attentato alle torri di New York. Ma un'altro 11 settembre rimane fisso nella mia mente : il colpo di stato in Cile e l'assassinio di Allende. Voglio ricordarlo con una pagina del mio libro "Le nuvole non chiedono permesso".


Sono già stato in questo grande cimitero di Santiago.Tanti anni fa. Nel 1990 accompagnai qui una delegazione della Regione Toscana. A dire il vero questa visita non era in programma. Però un giorno tradimmo gli impegni ufficiali solo per portare dei garofani rossi alla tomba provvisoria e incerta di Salvador Allende.

La salma era tornata da pochi giorni a Santiago dopo la lunga notte della dittatura. Naturalmente fummo fermati dai carabinieros.

Mi affiora questo ricordo mentre il bus urbano si avvicina al cimitero. Il mezzo è affollato di gente, per lo più anziane signor. Chissà cosa pensano di questo straniero che, con il suo mazzo di garofani rossi,chiede informazioni sulla fermata giusta.

Allende riposa ora in una grande tomba di marmo rosa che il popolo cileno gli ha dedicato: un monito a non dimenticare la notte della dittatura, cosi come il vicino memoriale dedicato ai desaparecidos. Ritorno indietro a quel giorno del Settembre del 1973 quando tanti come me piansero nelle strade e nelle piazze italiane la morte di Allende e della democrazia cilena. Quelle bombe che caddero sulla Moneda, il palazzo presidenzial, seppellirono anche il nostro sogno di un legame indissolubile del socialismo con la democrazia. Cosi questa mia giornata, cominciata con la tomba di Allend, non poteva che concludersi con la visita al palazzo in cui il presidente venne vigliaccamente ammazzato.

La Moneda oggi è completamente restaurata . Se capiti all'ora giusta puoi assistere al cambio della guardia presidenziale. La loro marcia, nei giardini fioriti, possiede la tranquilla solennità del rito quotidiano di Buckingham Palace.

Poco più in là un gruppo di liceali sta montando una mostra fotografica sugli indios. Chissà se questi ragazzi ricordano i loro coetani del 1973. E chissà se possono ricordare: qualcuno li ha messi in condizione di ricordare? Altri ragazzi, prima di loro, sono stati arrestati e portati alla Stadio Nazionale, e qui torturati e uccisi. Altri sono scomparsi in fondo al mare o sono stati inghiottiti in una delle tante carovane della morte. Qui, come in Argentina, le madri e le nonne dei desaparecidos, con i loro muti cartelli sul cuore, continuano a proporre la loro domanda, perennemente senza risposta: "Donde estàn? Donde?"

mercoledì 12 agosto 2009

La mia Patagonia






Paolo Ciampi mi ha scritto...




L'altra sera io e Tito Barbini siamo tornati insieme da una presentazione di Caduti dal muro a Pietrasanta. Sarà stato per ingannare il tempo in autostrada, sarà stato per l'ora e il giorno in qualche modo ideali per alimentare l'idea di partenze e distanze: ci siamo avventurati in uno dei più spinosi argomenti che può sollevare la letteratura di viaggio. Quanto dei paesi reali c'è nelle pagine di uno scrittore? Intendendo: anche dello scrittore più autentico, più sincero con se stesso...Discussione difficile. Tito a un certo punto mi ha spiegato che la letteratura di viaggio è appunto letteratura, qualcosa di più e di diverso dai diari. Io mi sono avventurato in qualche spericolata affermazione sul senso della realtà: perché il problema non è l'invenzione dello scrittore, la sua possibilità di immaginare e creare; il problema è capire se esiste un paese reale, o se in effetti ogni paese non vada declinato al plurale: tanti paesi quanti gli sguardi delle persone che lo attraversano. Ogni viaggiatore parte e arriva con il bagaglio delle sue esperienze, delle sue letture, delle sue conversazioni. Anch'io qualche settimana fa ho scrutato gli orizzonti del Baltico aspettandomi le navi vichinghe di mille sogni di ragazzo... Poi Tito mi ha raccontato della sua Patagonia, che non è affatto la Patagonia dell'uomo che la Patagonia ce l'ha piantata nel nostro immaginario, Bruce Chatwin. Più tardi, tornato a casa, mi ha spedito la pagina di un nuovo libro a cui sta lavorando. Eccola.




Ho sempre presente una foto di Bruce Chatwin, una foto di quelle che descrivono cose che hai già saputo: giovane, single, omosessuale, con le scarpe intorno al collo. Un sorriso dolce ma uno sguardo irraggiungibile, perso verso orizzonti che non ti comprendono. Bisogna leggere “Anatomia dell’irrequietezza” per viaggiare con Chatwin alla scoperta di Chatwin. Forse in nessun altro libro o articolo è stato cosi vicino a rivelare che cosa stava al fondo del suo essere e della sua inquietudine di camminatore instancabile. Forse, come un uccello migratore, è passato volando sopra le terre immense della Patagonia, forse si è fermato a guardare e descrivere la gente e i posti. I suoi racconti, le sue storie o i suoi schizzi di viaggio sono belli e avvincenti. Eppure io sento, ho dentro di me un’altra Patagonia.Sono anch’io convinto che “In Patagonia” cambiò radicalmente la concezione del racconto di viaggi. Dopo di lui i viaggi in America del sud, in Africa o in Australia sono stati compiuti dagli scrittori di viaggi con lo stesso orrore del domicilio, la stessa irrequieta erranza e la sua disperata volontà di rompere gli schemi dell’incontro con l’altro, il diverso da te. Tutto vero e non mi passa nemmeno lontanamente per la testa di muovere un rimprovero a Chatwin, sarebbe da parte mia una presunzione smisurata. Voglio solo dire che la Patagonia che si è incollata al mio animo è diversa da quella descritta da Chatwin. D’altronde Bruce prima di essere un viaggiatore è uno scrittore. Uno scrittore che in un’intervista azzardò questa dichiarazione: “nessuna pretesa onestà descrittiva vale al punto da sacrificare un dettaglio inventato che migliori la storia”.

giovedì 6 agosto 2009

Il mio libro "Antartide" è arrivato nel rompighiaccio



Hola Tito!
Acabo de recibir el sobre con el libro!! Muchas gracias por tan lindo regalo y por la dedicatoria, ya le avisamos al Capitán, esta temporada estará el libro en nuestra biblioteca!
Muchas gracias nuevamente
saludos cordiales
Reinhardt Kern




Non è stupendo? Oggi mi è arrivata questa lettera da un membro della spedizione in Antartide. Il mio libro "Antartide, perdersi e ritrovarsi alla fine del mondo" è arrivato nel luogo da dove è partito, nella preziosa biblioteca del rompighiaccio che mi ha accompagnato, alcuni anni fa, nel mio viaggio tra i ghiacci.

venerdì 17 luglio 2009

Praga magica e triste.


Si sta avvicinando l'anniversaro dell'invasione della Cecoslovacchia da parte delle truppe del Patto di Varsavia. Sono passati quarant'anni. Oggi non esiste più l'Unione Sovietica e nemmeno la Cecoslovacchia. Debbiamo però ricordare ai giovani una delle pagine più tristi della storia europea. Lo faccio con un capitolo del mio ultimo libro "Caduti Dal Muro"


PRAGA

L’idea di tornare a Praga mi è nata un pomeriggio piovoso mentre rientravo in albergo a Berlino.
Ho preso il treno notturno per il sud e con un solo cambio a Norimberga, mi sono ritrovato all’alba nella stazione centrale di Praga.
La città è vuota e silenziosa e le strade sono quasi deserte a quest’ora. Un velo sottile di nebbia si attarda ancora sui tetti bagnati dalla brina.
Per arrivare a Piazza Venceslao devo attraversare i binari della tranvia proprio accanto alla stazione. E’ un posto che mi piace.
Mi piace guardare i tram che partono per le prime corse della mattina.
Scelgo di andare a piedi e da lontano già intravedo le guglie e le cupole dorate di Mala Strana, passo accanto alla Sinagoga e al vecchio cimitero ebraico dove è sepolto Franz Kafka e da li mi incammino lungo la strada che porta alla piazza .
Per la prima volta, dopo tanti anni, mi ritrovo al vecchio Hotel Europa. Mi emoziona vederlo di nuovo.
L’evidente restauro non ha rovinato gli antichi stucchi ricamati sui muri e pure gli specchi, scrostati e appannati, sono sempre gli stessi. Anche le intriganti sculture di bronzo continuano ad ammiccarti dagli angoli del salone. La luce proietta sul pavimento i contorni dei campanili gotici e delle guglie di Mala Strana disegnate sulle vetrate colorate del soffitto.
“Avete una camera con le finestre che danno sulla piazza”? Chiedo all’impiegata della reception.
La mia richiesta deve sembrare strana e la mia voce incrinata dall’emozione se la donna, al di là del bancone, mi rivolge uno sguardo dolce e incuriosito. Abbiamo il tempo e la voglia di parlare.
Si chiama Anna.
Aveva solo 17 anni e studiava lingue, quando suo padre gli disse che avrebbe dovuto guadagnare qualcosa per la famiglia.

Si presentò al comitato politico per l’occupazione giovanile e fu assegnata al ricevimento degli stranieri presso l’Hotel Europa.
Proveniente da Tabor, nella Boemia del nord, era arrivata lì circa quarant’anni prima. Da allora non aveva più lasciato l’albergo.
E’ ancora bella e ha un’aria a me familiare, mi lascio andare al pensiero che sia lei, quella ragazzina bionda che, trentasette anni prima, mi accolse sorridendo sulla porta girevole che dalla strada ti aiuta ad entrare nel salone della ricezione.
Sono tornato a quei giorni.
Il viaggio nell’anima e nella memoria continua qui.
Le truppe del Patto di Varsavia entrarono in Cecoslovacchia nella notte tra il 20 e il 21 Agosto del 1968.
Ricordo tutto di quella notte.
Sono passati quasi quarant’anni ma le immagini che mi tornano alla mente sono nitide e si affollano inattese e prepotenti nella mia memoria.
Mi svegliarono le esplosioni che provenivano da un punto non lontano e il rombo dei tanks russi.
Le finestre della mia camera davano proprio sui viali di Piazza San Venceslao.
Le cose che vidi si resero indimenticabili.
La piazza era invasa dai carri armati, gli spari, sordi e fumanti, tutti in direzione del Museo Nazionale dove gruppi di giovani tentavano una coraggiosa, quanto inutile, resistenza.
Ero tornato a Praga, dopo essermi sposato, per rivedere e abbracciare i miei amici della federazione giovanile comunista praghese conosciuti, due anni prima, al festival internazionale di Helsinki.
Tutto sembrava tranquillo in quei caldi giorni d’estate, la città era piena di turisti, i praghesi rientravano dalle ferie dai monti Tatra o dai laghi della Boemia.
Le strade brulicavano di gente e nei parchi i vecchi preoccupati guardavano i bambini giocare.
La “primavera di Praga,” quella politica, era iniziata presto quell’anno.
Alexander Dubcek, il giovane segretario del Partito Comunista, aveva in pochi mesi scaldato il cuore del suo paese e riacceso le speranze di milioni di comunisti in Europa e nel mondo.
La posta in gioco era alta: tenere insieme democrazia e socialismo.
Far vivere proprio in un paese comunista, una nuova idea di libertà e di giustizia. Una nuova rivoluzione, insomma, che abbandonasse il regime imposto dall’Unione Sovietica e spingesse la storia a riappropiarsi di una grande idea di cambiamento, tradita e calpestata, proprio lì e in tanta parte del mondo.
Tutto fu inutile
I colpi mi svegliarono... Il balzo verso la finestra, il tempo di vestirmi e giù per le scale con la voglia di uscire nella piazza.
Il dolore, la rabbia, vedere, vivere la ...storia! Forse volevo persino protestare, ribellarmi, indignarmi anch’io come la gente di Praga che, sbigottita e umiliata, uscendo dalle case, correva incontro a San Venceslao.
Tutto fu inutile.
La porta era sbarrata da due ragazzi in divisa. La piazza non era permessa.
La mia libertà non era permessa. Improvvisamente ho conosciuto la coercizione su di me.
Insopportabile.

Anche la mia volontà stritolata dai cingoli, impossibilitata a rialzarsi, frantumata e umiliata.
Umiliata da un giovane ufficiale dell’armata rossa che, gentilissimo e raffinato nei modi, continua a ripetere la stessa cosa : “ ... tranquilli è una normale operazione militare siamo stati chiamati per ristabilire l’ordine.” Fa quindi accomodare tutti gli stranieri con il loro passaporto, nella sala del vecchio Caffè Europa.
In quella sala, ad un piccolo tavolo di marmo verde si sedeva spesso Franz Kafka e forse ha scritto qui, mentre dalla vetrata guardava la piazza animarsi, alcune pagine dei suoi racconti.
Mi viene in mente la Metamorfosi : “ Nel destarsi, un mattino, da sogni inquieti, Gregori Samsa si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto.”
Strano destino questo della sua città che una mattina si sveglia popolata da giganteschi insetti di acciaio che sputano saliva di fuoco.
La storia fini con un foglio di via obbligatorio. Devo lasciare la Cecoslovacchia entro ventiquattro ore se voglio riprendermi, oltre la frontiera tedesca, la mia libertà.
Cosi ricordo quei giorni dell’Agosto del 1968.
Ritorno al presente con Anna che mi racconta dei giorni e degli anni che seguirono.


Non ci furono scontri cruenti e significativi, i morti furono circa trenta e qualche centinaio di feriti.
Dubcek fu arrestato e portato a Mosca. Mezzo milione di comunisti furono espulsi dal partito e privati del loro lavoro.
Gli esponenti della Primavera di Praga, politici, giornalisti e intellettuali diventarono operai, camerieri e muratori.
Dubcek fin, poi, a lavorare come manovale in una azienda forestale vicino a Bratislava.
La sera del 16 gennaio 1969 un giovane studente, esile e biondo, si avvicinò al monumento del Re Santo.
Teneva nascosta nel cappotto una tanica di benzina che si versò addosso. Si chiamava Jan Palach
Il fuoco si portò via la sua vita e accese una speranza che durò vent’anni fino a che il muro di Berlino, crollando, non fece rotolare i suoi calcinacci fino a Praga.

lunedì 15 giugno 2009

Perù: Salviamo l'Amazzonia!




Il governo del Perù si sta scontrando violentemente con i gruppi indigeni che protestano per la rapida devastazione della foresta pluviale amazzonica da parte di compagnie estrattive, petrolifere e di disboscamento. La foresta è un tesoro mondiale – sosteniamo i protestanti e firmiamo la petizione al Presidente Garcia per fermare la violenza e salvare l’Amazzonia:

Firma la petizione Il Governo peruviano ha esercitato pressione sulla legislatura permettendo alle compagnie estrattive e di coltivazione su larga scala di distruggere rapidamente la loro foresta pluviale amazzonica.Le popolazioni indigene hanno protestato pacificamente per due mesi chiedendo di poter esprimere legittimamente i propri pareri nei decreti che contribuiranno alla devastazione dell’ecologia e delle popolazioni amazzoniche, e che saranno disastrosi per il clima globale. Ma lo scorso fine settimana il Presidente Garcia ha risposto: inviando forze speciali per sopprimere le proteste in scontri violenti e bollando i protestanti come terroristi.Questi gruppi indigeni sono sulla linea del fronte nella lotta per proteggere la nostra terra - Appoggiamoli ed appelliamoci al Presidente Alan Garcia (che è notoriamente sensibile alla propria reputazione internazionale) affiché fermi immediatamente la violenza e si apra al dialogo. Clicca in basso per firmare l’urgente petizione globale ed un preminente politico latino americano molto rispettato la consegnerà al Governo per nostro conto. http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492 Più del 70 per cento dell’Amazzonia peruviana adesso è pronta per essere afferrata. I giganti del petrolio e del gas, come la compagnia anglo-francese Perenco e le nord-americane ConocoPhillips e Talisman Energy, hanno già impegnato investimenti multimiliardari nella regione. Queste industrie estrattive hanno un record molto basso di benefici apportati alla popolazione locale e nella preservazione dell’ambiente nei paesi in via di sviluppo – motivo per il quale i gruppi indigeni stanno chiedendo il diritto di consultazione sulle nuove leggi, riconosciuto a livello internazionale. Per decenni il mondo e le popolazioni indigene hanno assistito a come le industrie estrattive devastassero la foresta pluviale che è dimora per alcuni ed un tesoro vitale per tutti noi (alcuni climatologi chiamano l’Amazzonia "i polmoni del pianeta" – che inspira le emissioni di carbonio che provocano il surriscaldamento globale e restituisce ossigeno). Le proteste in Perù sono le più forti e disperate mai espresse, non possiamo permettere che falliscano. Firma la petizione, ed incoraggia i tuoi amici e familiari ad unirsi a noi, così che possiamo aiutarele popolazioni indigene del Perù ad ottenere giustizia e prevenire ulteriori atti di violenza da parte di tutti.http://www.avaaz.org/it/peru_stop_violence/?cl=254476985&v=3492

giovedì 11 giugno 2009

vent'anni dalla caduta del muro di berlino


BERLINO.
IL MURO DENTRO DI ME

Quando fui a Berlino la prima volta, quarant’anni fa, alcuni anni dopo la costruzione del muro, la cosa che ricordo meglio è la stazione di Friedrich Strasse.
Entrai nella Repubblica Democratica Tedesca da questo posto di frontiera dove a pochi passi i potenti riflettori illuminavano le torrette con le guardiole dei “vopos,” come venivano chiamati i guardiani del muro. Mi colpirono subito le caratteristiche della costruzione.
Il muro, in quel punto, non era una semplice recinzione di cemento armato ma una struttura complessa attraversata da diverse sezioni, ognuna di esse funzionale a scongiurare e reprimere tentativi di fuga. I muri in realtà erano due e tra l’uno e l’altro si metteva in campo una serie di espedienti repressivi ingegnosi e complementari tra di loro.
Il muro di cemento armato, che guardava ad Ovest, era di un colore molto chiaro per mostrare meglio il profilo dei fuggiaschi ed era sormontato da un tubo di cemento per impedire di arrampicarsi. Venivano poi vari fossati e fili spinati con allarmi ottici e sonori.
Una pista era destinata allo scorrimento dei guardiani e una a quello dei cani da guardia, con un lungo guinzaglio che scorre su appositi binari
L’ultima striscia, prima del muro della parte ad est, era una sorta di campo con punte di acciaio conficcate nel terreno, i berlinesi chiamavano questo spazio con un nome bizzarro: “erba di Stalin.”
La frontiera fa sempre un certo effetto. La frontiera è tante cose insieme : paura e inquietudine, ti divide a metà, chiude una porta e ne apre un’altra. Cosi ricordo quella frontiera che divideva il cielo di Berlino. Un tavolo di una stanza grigia, con uniformi grigie sotto uno striscione rosso che ti dava il benvenuto.
Per il resto ho un ricordo meno nitido.
Forse eravamo nell’agosto del 1966. In Italia stava muovendo i primi e incerti passi il movimento studentesco.
In quel periodo ero alle prese con il mio nuovo incarico di segretario provinciale dei giovani comunisti.
Fu proprio grazie a quell’incarico che mi arrivò il viaggio premio con il soggiorno di quindici giorni in una località del Baltico.
Ma il punto della mia riflessione non può essere questo.
Ci vuole più coraggio, è inutile girarci attorno e descrivere da osservatore neutrale un fatto storico che si piazzava come un macigno nella strada della mia formazione politica.
Ripensando a quella sera in treno nella stazione di Berlino vorrei ritrovare il mio stato d’animo di allora. Cosa provavo?
Provai un senso di sgomento? Mi chiesi se tutto ciò era giusto?
Insomma, quali domande mi sono fatto e soprattutto quali risposte mi sono dato?
Quello che è certo non iniziai allora un viaggio critico nella mia coscienza.
Oh, no, io credevo ancora in quei paesi.
In quei tempi ero ancora cieco e giustificavo tutto quello che vedevo e quello che non volevo vedere.
Provavo a seguire un ragionamento nella mia testa che ,più o meno, si svolgeva cosi : la fine della seconda guerra mondiale con la sconfitta del nazismo, aveva lasciato il posto alla guerra fredda. Il tentativo di isolare l’Unione Sovietica passava dalla destabilizzazione dei paesi socialisti e dal tentativo di stroncare le economie delle giovani democrazie popolari dell’Europa dell’Est.
Ho sempre avuto il sospetto che questa mia resistenza alla verità fosse anche suggerita dalla mia condizione di giovane e promettente dirigente comunista. Ma questo è quello che mi fa stare peggio.
Il muro era anche dentro di me e anche io avevo diviso il cuore dalla ragione.



martedì 26 maggio 2009

"la legge e il sorriso"


A PROPOSITO DI LEGALITA’ E SICUREZZA

L'altra sera sono tornato da Firenze dopo aver partecipato alla presentazione de “La legge e il sorriso”, un bellissimo libro che racchiude un'intervista del giornalista scrittore Paolo Ciampi al vice presidente della giunta regionale Federico Gelli. Ho riportato ad Arezzo molte delle domande che appartengono a quel libro. Come rispondere alla richiesta di sicurezza di ogni cittadino? In che modo conciliare il pieno rispetto delle leggi con il desiderio di una società che sia accogliente e tollerante? Ed è possibile immaginare, ma soprattutto costruire, città più vive e più vivibili, meno segnate dalla paura?
Per fortuna nel bagaglio che ho riportato a casa non c'erano solo le domande. C'era anche qualche risposta importante, che mi ha porto Gelli, uomo delle istituzioni e della società civile che da anni si occupa, tra le altre cose, di educazione alla legalità e di politiche per la sicurezza. E che mi ha porto anche Don Luigi Ciotti, un uomo che certo non ha bisogno di presentazioni, anch'egli a Firenze per parlare di questo libro.
Risposte preziose, risposte urgenti, in questa Italia soffocata da un clima che non mi piace: un paese dove la paura, più o meno legittima, è cavalcata da una mortificante demagogia, dove a problemi complessi, come la sicurezza, appunto, si danno risposte viscerali tipo le “ronde” e i “respingimenti”, dove si cerca di esorcizzare la crisi economica con l'individuazione di un capro espiatorio.
Risposte che poi ho provato a riportare nella realtà di Arezzo, perché poi la domanda esiste e non si può ignorarla: insomma, come rendere la nostra città più sicura e direi anche, con un termine che non si usa molto in politica, più serena?
Non è facile, certo, coniugare la “legge” e il “sorriso”, le regole per tutti e l'attenzione per le differenze. Anzi a volte è quasi un rompicapo. Però proprio questo richiama le responsabilità della politica, oltre che di ognuno di noi. Pensare a un futuro diverso per i nostri quartieri, per le nostre comunità, è possibile.
Il libro tenta anche alcune riflessioni su idee che il governo regionale ha introdotto in una recente legge sul degrado.
Per esempio, invece che sulle ronde, si punta su una partecipazione dei cittadini chiamati a un confronto permanente con le forze di polizia. Succede a Chigago e in molte altre città del mondo: tutti insieme di decide cosa fare, quali priorità avere, fosse anche l'incrocio davanti a una scuola da sorvegliare meglio o un giardino pubblico da illuminare di più. E questo mi sembra un fatto di civiltà, piuttosto che sguinzagliare per strada gente con fazzoletti e cellulari. Vorrei che proprio Arezzo si candidasse a sperimentare quella che la legge chiama Conferenze per la vivibilità cittadina.
Mi piace l'idea della mediazione come alternativa all'inflazione di querele e cause. Il senso è di liberare gli uffici giudiziari da tanti contenziosi, puntando piuttosto a forme di conciliazione e risoluzione bonaria di tanti conflitti che, dalla lite di condominio a quella sul traffico, si trascinano per anni e anni con costi e ricadute pesanti sulla vita di tanti. Tutto questo nella consapevolezza che la multa o una condanna in sede giudiziaria spesso e volentieri non solo non risolvono il problema, ma a volte possono perfino acuirlo: pensate a due vicini di casa che finiscono in tribunale, magari per ingiurie. Una sentenza li aiuterà a vivere meglio o a fare pace?
Ed è interessante anche l'idea che per i reati amministrativi si possano prevedere lavori al servizio della comunità piuttosto che sanzioni pecuniarie. Hai distrutto una panchina, adesso dovrai offrire qualche ora del tuo tempo per rimettere a posto il giardino sotto casa. Mi piace perché non è tanto il pagare e finirla lì, credo che fare qualcosa di utile stimoli la consapevolezza di appartenere a una comunità: e questo serve davvero a tutti.
Anche per la mediazione – già attivata con successo a Firenze – e per i lavori utili vorrei che Arezzo potesse essere una sorta di laboratorio regionale. Perché poi quello che conta è l'idea della città che c'è dietro, e ovviamente anche l'idea di sicurezza: che, hanno ragione Gelli e Ciampi, non si conquista solo con le pattuglie per strada, ma con città vive, animate, illuminate, frequentate, amiche dei bambini, degli anziani, dei pedoni, attente ai particolari, fino al singolo vetro rotto.
Peccato che ad Arezzo finora si sia parlato poco di tutto questo. Pure in piena campagna elettorale.
A dire il vero siamo stati poco attenti anche all'appello del presidente Napolitano o alle tanti voci che si sono levate dalla Chiesa e dal mondo del volontariato, per denunciare i pericoli di razzismo in questo nostro paese.
Però so che partire dalla concretezza delle scelte che riguardano un quartiere o una città è il modo migliore per tagliare le gambe alla xenofobia e all'intolleranza.
A Gelli, lo so, non dispiace prendere in prestito le parole di George Bernard Shaw che aiutano le ragioni dell'ottimismo: «Vedi le cose e dici: ‘Perché?’ Ma io sogno cose che non sono mai esistite e dico: ‘Perché no?’»
L'altra sera, però, ho ascoltato anche un'altra citazione, questa volta di Platone, che mi piace ancora di più: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma ne conosco una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti».
Mi ci riconosco. E aggiungo: inseguire l'”egoismo sociale” come fanno tanti nostri governanti, finirà per portarci solo in un desolato vicolo cieco.

giovedì 30 aprile 2009

Caduti dal Muro...e ci siamo fatti male.


Quest'anno cade l'anniversario della caduta del muro. 1989-2009.


Berlino è ancora un grande cantiere a cielo aperto.
Dopo la riunificazione è cominciata la più grande operazione di rinascita di una città dopo quella realizzata, sempre a Berlino, sulle macerie della seconda guerra mondiale. E ancora non è finita.
I lavori proseguono e gli ultimi casermoni socialisti, con quei cubi di cemento che ricordano i pezzi di una costruzione Lego, lasciano inesorabilmente spazio alle nuove forme dell’architettura moderna.
Berlino non è certo povera di motivi di interesse e di seduzione per ogni genere di visitatore: non lo è mai stata.
Però oggi regala un’occasione irripetibile: la possibilità di compiere una sorta di pellegrinaggio in una città che cambia freneticamente, attraverso spazi conquistati e trasformati, idee che si trasformano in opere, squarci di meraviglia per un nuovo che è anche bello, architetture leggere e trasparenti che acquistano volume e fisionomia grazie ai progetti di maestri quali Rogers, Piano, Eisenman, Grassi.
Non credo che tutto questo durerà per molto tempo ancora: se non sei stato ancora a Berlino, non perdere altro tempo.

E così ora cammino per questa città che, nel bene e nel male, è stata al centro delle tragedie e delle speranze, dei crimini e dei desideri di riscatto della nostra epoca.
Guardo la Berlino che una volta c’era e che non c’è più, la Berlino protagonista della Storia e quella che dalla Storia è stata brutalizzata.
L’arietta frizzante, le vetrine illuminate, la gente che si affolla pacificamente alle fermate dei tram, la composta allegria degli imbiss - i chioschetti dove ti puoi sempre fermare per una birra e un panino al wurstel - l’eleganza dei ristoranti di Oranienburger Strasse… tutto questo certo non aiuta a capire.
Per quanto mi riguarda la testa mi gira a forza di pensieri. Mi ritrovo a Postdamer Platz e medito su quella che fu una terra di nessuno.
Mi godo la bellezza della cupola trasparente del Reichstag e ritorno all’incendio che un giorno appiccarono i nazisti, lugubre avvisaglia della successiva catastrofe.
Penso al 9 novembre del Muro fatto a pezzi, strappato con le mani, a martellate, a colpi di piccone, e solo dopo con le ruspe, però poi mi lascio folgorare dal ricordo di un altro 9 novembre, quello della Notte dei Cristalli: la notte di un’altra frenesia collettiva, quella della caccia all’ebreo e delle sinagoghe rase al suolo.
E godo della libertà ritrovata, ma non posso fare a meno di pensare alle tortuosità della Storia, alle sue crudeli contraddizioni, alle inesauribili possibilità di sofferenza che è in grado di infliggerci.
È finita l’epoca del socialismo, che sicuramente non è mai stato il Paradiso in terra, e la disillusione è già in agguato dietro l’angolo, perché anche l’Occidente non è rose è fiori, non è solo supermercati strapieni di delikatessen e pubblicità con sorrisi e promesse di felicità.
È anche miseria, è anche fatica, è anche iniquità.
Pensi almeno di aver girato pagina una volta per tutte ed ecco che le città dell’est, soprattutto le periferie più degradate, si popolano di inquietanti bande naziste. E i “nostalgici”, chiamiamoli così, cominciano a entrare nei parlamenti regionali.
Proprio mentre sono qui viene pubblicato un’inquietante ricerca del centro studi della Spd, il grande partito socialdemocratico della Germania: almeno 15 tedeschi su cento, leggo, potrebbero riconoscersi in un partito di estrema destra, addirittura il 20 per cento coltiverebbe pregiudizi antisemiti…
Come se niente fosse successo… un colpo di spugna sulla tragedia più immane del Novecento.

Tutto è in movimento, in questa straordinaria città, tutto è pronto a stupirti perché cambia, non perché rimane uguale a se stesso.
A Berlino Est, però, resiste ancora un grande fantasma di pietra.
La vecchia Stalin Allee, oggi Karl Marx Allee, è certamente la strada più ideologica della Germania e insieme una metafora della nostalgia.
Su questo grande viale, lungo due chilometri e largo più di cento metri, si affacciano gli esempi più classici dell’edilizia socialista. I palazzi, completamente restaurati e ben conservati, riprendono i canoni austeri e compatti dell’edilizia sovietica, senza tuttavia rimuovere completamente l’eredità architettonica della Berlino di Bismarck.
Nel complesso non è male, il colpo d’occhio è tutt’altro che sgradevole, almeno nella misura in cui è possibile serbare uno sguardo freddo, distaccato.
Se le emozioni prendono quota, come succede a me ora, il discorso è un altro.
Questa strada, lo so bene, per oltre cinquant’anni ha impegnato in estenuanti dibattiti urbanisti e architetti di tutto il mondo. Però quanto mi si agita dentro non è certo un dilemma estetico.
Oggi, quasi per un’intera giornata, l’ho percorsa avanti e indietro, all’ombra dei tigli, indugiando su particolari e pensieri. Più volte mi sono soffermato a contemplare i simboli che evocano il regime tramontato.
Anche in altre città della Germania orientale lapidi e monumenti sono stati risparmiati dalla furia iconoclasta, ed è giusto, perché la distruzione di oggi non aiuterà certo la memoria di domani.
Però tutto quello che si vede, che si respira, che si può perfino toccare in questa strada ricorda quel passato: assieme a quel poco che ormai rimane del Muro la Karl Marx Allee ci riporta davvero ai tempi della guerra fredda e dei blocchi contrapposti.
È solo in questa strada che si comprende davvero cos’era Berlino quando era divisa nel cielo e in terra, quando il Muro tagliava quartieri, separava famiglie, lasciava finire nel nulla strade che un tempo congiungevano.
Tutto mi ricorda qualcosa.
Le panchine dei giardinetti a lato, per esempio, sono decisamente affollate. A occuparle non sono i turisti, si capisce al volo, ma gli inquilini dei grandi palazzi che si affacciano sulla strada.
Fossimo in qualsiasi altra parte del pianeta, non ti verrebbe da pensare a nient’altro che a pensionati che ammazzano pigramente il loro tempo al tepore di un pallido sole nordico.
Però non si può abitare per caso in quella che un tempo portava orgogliosamente il nome di Stalin Allee.
Gli alloggi, qui, venivano assegnati a chi aveva acquisito particolari benemerenze nei confronti del regime e del partito. Un appartamento in questa strada era un premio. No, non necessariamente un privilegio riservato a carrieristi e opportunisti, perché c’era anche chi ci credeva, c’era chi avrebbe dato la vita per il socialismo…
Tra questi vecchietti probabilmente c’è anche qualcuno dei “pionieri” che nel dopoguerra accorsero a Berlino da volontari, per spazzare via le macerie e ricostruire una città degna di una patria nuova, di un uomo nuovo…

Proprio in questi giorni lungo la Karl Marx Allee si ricorda la Stalin Allee di un tempo con una serie di mostre fotografiche.
Tra tutte le immagini spicca, anche per dimensioni, quella della parata militare dell’ottobre 1989, in occasione del quarantesimo anniversario della nascita della Germania Est, cioè della DDR.
È un’impressionante esibizione di forza: un esercito imponente che sfila tra masse in delirio.
Un trionfo al quale pare non mancare niente.
Mai vista tanta gente.
Un’enorme festa di popolo, davvero: e invece, a rivedere tutto col senno di poi, nient’altro che un funerale.
Le esequie di un regime anacronistico, fradicio nelle fondamenta, ormai incapace perfino di puntellarsi su qualche tentativo di autoriforma.
La storia spesso è tragica, ma talvolta non manca di ironia. Un mese più tardi, solo un mese, e tutto questo sarebbe sparito, lo stesso Muro sarebbe stato fatto a pezzi!


dal libro "caduti dal muro" di paolo ciampi e tito barbini (vallecchi 2009)

martedì 7 aprile 2009

Riscaldamento del Pianeta


POLO SUD
Antartide, cede ponte di ghiaccio. Alla deriva l'iceberg più grande
Nuovo allarme per il riscaldamento globale: la placca che si è staccata dal continente è grande come la Giamaica.

Il mio amore per l'Antartide è ancora grande. Questo continente continuerà ad abitarmi dentro e credo di averlo detto con il mio libro. Il libro si conclude con l'impegno a fare qualcosa per difenderlo. Testimoniare quello che accade è per me un imperativo morale. Ecco l'ultima notizia.


SI ERA formato silenziosamente nel corso di diecimila anni. In pochi giorni, sorprendendo tutti gli scienziati, l'iceberg di Wilkins, a nord dell'Antartide, si è spaccato in mille pezzi e i suoi frammenti sono caduti in mare con una serie di schianti fragorosi. Così si è rotto il cordone ombelicale. Il cordone ombelicale che teneva ancorata alla penisola antartica questa piattaforma bianca di 3.700 chilometri quadri era ormai ridotto a una passerella di ghiaccio lunga 40 chilometri e larga 500 metri. Nel corso della settimana scorsa si è sbriciolato quasi completamente lasciando alle correnti dell'Oceano antartico il compito di spazzare via blocchi di iceberg grandi come palazzi. Anche se nella penisola antartica oggi soggiornano diverse spedizioni scientifiche, il cataclisma è avvenuto lontano da testimoni umani. Solo gli occhi del satellite dell'Agenzia spaziale europea Envisat hanno registrato la perdita del più grande e più meridionale fra i pezzi di calotta mai distrutti dal riscaldamento climatico. "Wilkins ha iniziato a restringersi negli anni '90", spiega Angelika Humbert, la glaciologa dell'università tedesca di Munster che segue quotidianamente le immagini del polo sud inviate da Envisat. "Ultimamente però il ritmo della distruzione delle piattaforme di ghiaccio è accelerato. Non passa anno senza registrare la perdita di un iceberg gigante". Da una stazione della British Antarctic Survey, il glaciologo inglese David Vaughan, che a gennaio aveva percorso il corridoio di ghiaccio nel suo punto più stretto - appena 500 metri a 20 metri di altezza dal mare - commenta stupefatto: "Tre giorni fa il corridoio era sottile, ma intatto. È incredibile quanto la distruzione sia stata rapida".
Solo nel 2008 il calore aveva rubato alla piattaforma il 14 per cento della sua superficie, seminando in mare un'accozzaglia di frammenti di iceberg. Nel 1930, quando Hubert Wilkins sorvolò questa piattaforma rivendicandola fra i possedimenti di re Giorgio V e lanciando dall'aereo una bandiera inglese e un certificato di proprietà, la sua area toccava i 13mila chilometri quadri. Al polo sud è ancora conservato il 91 per cento di tutto il ghiaccio del pianeta. Per ragioni non del tutto chiare però, la penisola antartica oggi si sta riscaldando a una velocità superiore rispetto al resto del continente, e anche al pianeta nel suo complesso. Negli ultimi 50 anni la temperatura media è aumentata di 2,5 gradi e l'emorragia di ghiaccio ha superato la soglia dei 25mila chilometri quadri, restringendo il profilo del continente. Neanche negli ultimi inverni, quando il bilancio fra neve fresca che cade e ghiaccio che si scioglie dovrebbe essere positivo, Wilkins era riuscito a recuperare il volume perduto. Dal momento che l'iceberg era già un blocco galleggiante, il suo distacco e il prevedibile scioglimento non provocheranno di per sé un aumento dei livelli degli oceani. La sua perdita però, come un tappo che salta, faciliterà il deflusso del ghiaccio disciolto che dall'interno della penisola antartica si riversa in mare ogni estate

mercoledì 1 aprile 2009

Il volto della follia


AD AREZZO MEMORIA E ATTUALITA’ DI FRANCO BASAGLIA


Vent’anni fa, nel 1989 cadeva il Muro di Berlino e quest’anno si celebra l’anniversario di questo evento storico. Sono passati invece trent’anni dalla caduta di altri muri di casa nostra: i muri dei manicomi. E’ infatti del 1979 la prima applicazione della legge 180 che porta il nome di Franco Basaglia.
Pensavo proprio l’altro giorno a questo anniversario che per me segna malgrado tutto un grande traguardo di civiltà. Ci pensavo l’altra mattina, ascoltando a Radio Rai un programma che prendeva spunto da alcuni terribili fatti di cronaca che hanno visto per protagonisti persone con evidenti disturbi psichici ma abbandonate a se stesso. E inutile dire che anche su questo terreno si respira un’aria sempre più brutta in Italia. In alcuni messaggi pervenuti in redazione non c’era solo voglia di riapertura di manicomi. Peggio, ho sentito evocare la pena di morte e anche la tentazione dell’eugenetica… E chissà, forse le terribili stragi avvenute proprio nello stesso tempo in paesi come l’Alabama e la Germania hanno perlomeno sottratto il terreno alle peggiori strumentalizzazioni politiche.
Basaglia, insomma. Un grande convegno che si terrà ad Arezzo dal 26 al 28 Marzo ricorderà questa straordinaria figura di psichiatra e con lui la feconda stagione della chiusura dei manicomi e dell’affermarsi di una nuova pratica e cultura della lotta all’emarginazione. E non possiamo dimenticare che proprio nella nostra città c’è stata una delle esperienze più significative del nostro paese, con un valore etico, scientifico e anche politico, universalmente riconosciuto.
Ho avuto modo di conoscere Basaglia e Agostino Pirella, direttore storico del manicomio di Arezzo, nel breve periodo in cui sono stato presidente della provincia di Arezzo. La peculiarità dell’esperienza aretina, è importante sottolinearlo, fu la capacità di legare il progetto di chiusura dell’ospedale psichiatrico alla realizzazione dei servizi territoriali di igiene mentale che prefigurarono quelli che poi furono previsti dal servizio sanitario nazionale. Fu una stagione straordinaria che registrò l’impegno di tutti gli operatori, dagli infermieri ai medici, e la partecipazione dell’intera città.
Ricordo le assemblee in cui gli stessi degenti ponevano a tutti noi le domande scomode e terribili sulla realtà di quelle istituzioni e su quell’universo concentrazionario. C’era speranza, c’era passione, in quelle assemblee. C’era la consapevolezza condivisa di stare scrivendo una bella pagina di civiltà.
Cosi il padre della legge 180 ricorda quell’esperienza: “La cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibilità diventa possibile. Dieci, quindici, vent’anni fa (siamo nel 1979) era impossibile pensare che un manicomio potesse essere distrutto. Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma in ogni modo abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo, e la testimonianza è fondamentale”
Oggi la legge 180, nonostante i tentativi di modificarla, non è una legge datata, smentita dai fatti, superata dalle evidenze scientifiche. Oggi dimostra ancora la sua attualità e semmai chiede di essere attuata fino in fondo, perché siano presenti sul territorio e dotate di personale e risorse adeguate tutte le strutture che, in alternativa al manicomio, devono farsi carico del disagio mentale.
La stessa Unione Europea, in un recente atto di indirizzo, ha recepito interamente i principi ispiratori e i contenuti di questa grande riforma, raccomandando a tutti i paesi membri di andare verso un progressivo abbandono delle istituzioni psichiatriche di tipo concentrazionario per andare ad una organizzazione dei servizi territoriali.
Ben venga quindi il convegno di Arezzo. Non una celebrazione ma un impegno concreto per il futuro. Non credo che i promotori dell’iniziativa vogliano fare un dogma della 180, però se cambiare è sempre possibile, non si può permettere che, in un clima di restaurazione, siano cancellate conquiste importanti. Che, in altre parole, siano riproposte strutture residenziali per i cosi detti cronici, disgiunte da un programma riabilitativo e col solo obiettivo di sottrarre i pazienti all’ambiente sociale. Ovvero, di rimuovere il problema nascondendolo, come si fa con la polvere sotto il tappeto.
Certo non possiamo dimenticare che l’Italia è fatta di tante realtà diverse. L’eccezionale esperienza dei servizi territoriali di igiene mentale, le case famiglia gestite dagli ex degenti, non sono un patrimonio esteso all’intero paese. E spesso le famiglie sono sole di fronte al disagio mentale. Vero, tutto vero. Ma i problemi si risolvono solo guardando avanti, con soluzioni per il futuro, non con nostalgie per il passato, per di più troppo comode.


(tito barbini, il corriere di arezzo, sabato 28 marzo)

venerdì 13 marzo 2009

Dalla parte dei Tibetani


In queste ore è ripresa la violenta repressione, da parte degli occupanti cinesi, nei confronti dei tibetani. Non posso far altro che testimoniare la mia vicinanza alla gente del Tibet con un capitolo del mio ultimo libro "Caduti dal Muro".


Sul tetto del mondo


Quando ci penso, provo gratitudine nei confronti di una vita che mi ha concesso questa fortuna: sono capitato in tanti posti meravigliosi di questo nostro mondo che ormai faccio fatica a contarli, o comunque a rammentarli tutti con l’intensità che ciascuno di essi meriterebbe.
Ognuno di questi luoghi è stato per me un dono. Un dono atteso, un dono che era nell’aria, nella maggior parte dei casi.
Più raramente la meraviglia è andata oltre ogni aspettativa. Come ora, qui: tra tutti, Paolo, questo è davvero il dono più inaspettato.
Ho colto al volo un’altra occasione e da ieri sono in Tibet: basta pronunciarlo questo nome – Tibet – e dentro ti si scuote qualcosa.
Il senso di sorpresa che provo, è chiaro, ha poco a che vedere con la casualità di questa destinazione: questa, lo sai bene, non è affatto una novità.
A pensarci bene, poi, non è nemmeno la distanza tra il Tibet che mi si spalanca davanti e le mie aspettative, comunque alte. Semmai a prendermi in contropiede è una coincidenza, tra la realtà e quanto mi illudo di aver sempre sognato.
Ecco, proprio così.
Qui in Tibet sto sperimentando sensazioni confuse, che mi scivolano via piacevolmente come una brezzolina primaverile. Fossi un ragazzino, potrei riconoscerle come i sintomi di una bella cotta. Meglio, di un colpo di fulmine.
Qualcosa del genere mi è successo nelle distese della Patagonia o al cospetto degli sterminati laghi salati dell’altipiano boliviano.
E ora in Tibet: con la stessa meraviglia per la mia capacità di meravigliarmi ancora. Ma anche con qualcosa di diverso: un crampo allo stomaco per qualcosa che si sta irrimediabilmente perdendo.
Gli amori più tenaci, del resto, sono sempre tinti di nostalgia. E figurarsi con il Tibet, un luogo dove a ogni momento non sai se inchinarti a una bellezza che viene da lontano oppure recriminare sulle offese del presente.
Sono sul tetto del mondo: e chissà quante volte hai sentito questa espressione. È banale, ma tanto non è che ci siano molte parole per rendere conto di emozioni come queste.
Puoi solo apprezzarne la sincerità. Intuire cosa si può provare di fronte a una natura che ti si concede con un brivido di eternità. Magari constatare quanto possa essere semplice, essenziale, la tua vita, così come sono semplici, essenziali, i colori di questo mondo, dominato dal bianco, dal verde, dall’azzurro.
E poi c’è la gente del Tibet. Sì, anche questo è davvero importante.
Con tutto quello che vi è successo Lhasa appare ancora come una comunità che trattiene altri tempi. Una città misteriosa e magica, disposta al sorriso.
E il Potala: la residenza del Dalai Lama fino a che non è stato costretto all’esilio.
Con un solo colpo d’occhio provi ad abbracciare questo palazzo unico al mondo che si dice abbia al suo interno almeno mille stanze e capisci all’istante che non potrai giudicarlo solo per la sua spettacolare architettura.
Il Potala ti lascia senza fiato perché, volente o nolente, avverti che non è fatto solo di mattoni, non è solo materia che si innalza al cielo per tredici piani. Qualsiasi cosa sia stata impiegata per costruirlo, nell’impasto non deve essere mancata tanta ancestrale saggezza.
Pare proprio che le sue tremila finestre siano altrettanti occhi illuminati, capaci di scrutare ben oltre la candida parete dell’Himalaya, sulla vita di tutti, sull’inspiegabile pulsare dell’universo intero.
Che emozione, Paolo, arrampicarsi per le ripide scale che ti conducono al suo interno. L’ascesa non è solo una questione di altitudine e questo lo capisci appena sei su, con il fiato rotto dalla fatica e la sensazione di aver varcato una porta dello spirito, accolto dalla cantilena dei monaci che intonano i mantra.
Non so dirti per quanto tempo me ne sono rimasto lì, davanti alle lampade accese nel burro di yak, mescolato tra le migliaia di pellegrini che ogni giorno salgono alla residenza celeste e si prosternano davanti agli altari dorati.
So solo che a un certo punto anch’io ho chinato il capo sui piatti dove tutti, prima di tornarsene alle loro abitazioni, lasciano la loro offerta.
Alla prima non ci ho fatto caso, ma l’istante dopo ne sono rimasto folgorato.
Ai piedi delle statue dei Budda spuntano decine, centinaia di immagini di Mao Tse Tung.
Non che ci sia niente di straordinario. Semplicemente, il volto del Grande Timoniere è riprodotto in tutte le monete e tutte le banconote cinesi. E oggi, anche da queste parti, è più facile donare denaro, piuttosto che frutta o riso o quant’altro. Segno dei tempi.
Ma segno dei tempi è anche il ritratto di Mao che spunta ovunque, non per devozione o per un omaggio sentito, figurarsi, solo perché è così, perché è la Cina che comanda.
Così ti tocca onorare il Budda con l’uomo che ha inviato il suo esercito per inghiottire il Tibet e farne una provincia remota e anonima della Cina Popolare.
Per non parlare di quello che è successo dopo: dici Mao e pensi al Dalai Lama in esilio, alla rivoluzione culturale che ha provato a cancellare un’intera religione, ai templi bruciati e ai monaci in prigione, al milione di morti tibetani, cifra per approssimazione.
Da oltre mezzo secolo dura l’occupazione cinese del Tibet e ogni giorno viene derubato un frammento di verità e di tradizione autentica.
Perché poi sta succedendo anche questo. I cinesi hanno costruito strade e aeroporti, aperto uffici, fabbriche, negozi. Dopo millenni di isolamento oggi Lhasa la puoi raggiungere comodamente in treno, partendo da Pechino.
Così i cinesi possono gridare ai quattro venti che il paese è uscito da un medioevo che non finiva più. Il Tibet si sta modernizzando, grazie a loro.
E chiamiamola pure modernizzazione. A me piuttosto fa venire in mente una devastante operazione chirurgica, un trapianto innaturale contro la volontà di chi è steso sul tavolo.
Però non è nemmeno questo il punto.
Mi chiedo semmai se il popolo tibetano passerà giorni migliori con la modernizzazione alla cinese. Se vivrà una vita più felice con qualche monastero in meno e qualche fast-food in più.
Discutibile, è ovvio.
Ma in ogni caso quello che mi disturba di più è che ci si riempia la bocca di parole come libertà e democrazia solo quando serva per gli interessi di bottega.
Siano quello che siano, i tibetani. Però siano quello che desiderano, no? Con i loro silenzi, le loro preghiere, i loro sorrisi.
E invece da mezzo secolo sono soli e inascoltati.
Il mondo è indifferente, o meglio, troppo interessato alle ragioni del gigante cinese, con cui si fanno sempre buoni affari.
Perché preoccuparsi di un popolo che può vantare solo maestri di sapienza?
Scendendo per le scale del Potala è come fossero rimaste con me quelle immagini di Mao Tse Tung. E ora mi è chiaro, non potevano che stare lì.
Impresse su una banconota, prima ancora che ai piedi del Budda.


(dal libro "Caduti dal Muro" ediz. Vallecchi 2009)