martedì 26 maggio 2009

"la legge e il sorriso"


A PROPOSITO DI LEGALITA’ E SICUREZZA

L'altra sera sono tornato da Firenze dopo aver partecipato alla presentazione de “La legge e il sorriso”, un bellissimo libro che racchiude un'intervista del giornalista scrittore Paolo Ciampi al vice presidente della giunta regionale Federico Gelli. Ho riportato ad Arezzo molte delle domande che appartengono a quel libro. Come rispondere alla richiesta di sicurezza di ogni cittadino? In che modo conciliare il pieno rispetto delle leggi con il desiderio di una società che sia accogliente e tollerante? Ed è possibile immaginare, ma soprattutto costruire, città più vive e più vivibili, meno segnate dalla paura?
Per fortuna nel bagaglio che ho riportato a casa non c'erano solo le domande. C'era anche qualche risposta importante, che mi ha porto Gelli, uomo delle istituzioni e della società civile che da anni si occupa, tra le altre cose, di educazione alla legalità e di politiche per la sicurezza. E che mi ha porto anche Don Luigi Ciotti, un uomo che certo non ha bisogno di presentazioni, anch'egli a Firenze per parlare di questo libro.
Risposte preziose, risposte urgenti, in questa Italia soffocata da un clima che non mi piace: un paese dove la paura, più o meno legittima, è cavalcata da una mortificante demagogia, dove a problemi complessi, come la sicurezza, appunto, si danno risposte viscerali tipo le “ronde” e i “respingimenti”, dove si cerca di esorcizzare la crisi economica con l'individuazione di un capro espiatorio.
Risposte che poi ho provato a riportare nella realtà di Arezzo, perché poi la domanda esiste e non si può ignorarla: insomma, come rendere la nostra città più sicura e direi anche, con un termine che non si usa molto in politica, più serena?
Non è facile, certo, coniugare la “legge” e il “sorriso”, le regole per tutti e l'attenzione per le differenze. Anzi a volte è quasi un rompicapo. Però proprio questo richiama le responsabilità della politica, oltre che di ognuno di noi. Pensare a un futuro diverso per i nostri quartieri, per le nostre comunità, è possibile.
Il libro tenta anche alcune riflessioni su idee che il governo regionale ha introdotto in una recente legge sul degrado.
Per esempio, invece che sulle ronde, si punta su una partecipazione dei cittadini chiamati a un confronto permanente con le forze di polizia. Succede a Chigago e in molte altre città del mondo: tutti insieme di decide cosa fare, quali priorità avere, fosse anche l'incrocio davanti a una scuola da sorvegliare meglio o un giardino pubblico da illuminare di più. E questo mi sembra un fatto di civiltà, piuttosto che sguinzagliare per strada gente con fazzoletti e cellulari. Vorrei che proprio Arezzo si candidasse a sperimentare quella che la legge chiama Conferenze per la vivibilità cittadina.
Mi piace l'idea della mediazione come alternativa all'inflazione di querele e cause. Il senso è di liberare gli uffici giudiziari da tanti contenziosi, puntando piuttosto a forme di conciliazione e risoluzione bonaria di tanti conflitti che, dalla lite di condominio a quella sul traffico, si trascinano per anni e anni con costi e ricadute pesanti sulla vita di tanti. Tutto questo nella consapevolezza che la multa o una condanna in sede giudiziaria spesso e volentieri non solo non risolvono il problema, ma a volte possono perfino acuirlo: pensate a due vicini di casa che finiscono in tribunale, magari per ingiurie. Una sentenza li aiuterà a vivere meglio o a fare pace?
Ed è interessante anche l'idea che per i reati amministrativi si possano prevedere lavori al servizio della comunità piuttosto che sanzioni pecuniarie. Hai distrutto una panchina, adesso dovrai offrire qualche ora del tuo tempo per rimettere a posto il giardino sotto casa. Mi piace perché non è tanto il pagare e finirla lì, credo che fare qualcosa di utile stimoli la consapevolezza di appartenere a una comunità: e questo serve davvero a tutti.
Anche per la mediazione – già attivata con successo a Firenze – e per i lavori utili vorrei che Arezzo potesse essere una sorta di laboratorio regionale. Perché poi quello che conta è l'idea della città che c'è dietro, e ovviamente anche l'idea di sicurezza: che, hanno ragione Gelli e Ciampi, non si conquista solo con le pattuglie per strada, ma con città vive, animate, illuminate, frequentate, amiche dei bambini, degli anziani, dei pedoni, attente ai particolari, fino al singolo vetro rotto.
Peccato che ad Arezzo finora si sia parlato poco di tutto questo. Pure in piena campagna elettorale.
A dire il vero siamo stati poco attenti anche all'appello del presidente Napolitano o alle tanti voci che si sono levate dalla Chiesa e dal mondo del volontariato, per denunciare i pericoli di razzismo in questo nostro paese.
Però so che partire dalla concretezza delle scelte che riguardano un quartiere o una città è il modo migliore per tagliare le gambe alla xenofobia e all'intolleranza.
A Gelli, lo so, non dispiace prendere in prestito le parole di George Bernard Shaw che aiutano le ragioni dell'ottimismo: «Vedi le cose e dici: ‘Perché?’ Ma io sogno cose che non sono mai esistite e dico: ‘Perché no?’»
L'altra sera, però, ho ascoltato anche un'altra citazione, questa volta di Platone, che mi piace ancora di più: «Non conosco una via infallibile per il successo, ma ne conosco una per l'insuccesso sicuro: voler accontentare tutti».
Mi ci riconosco. E aggiungo: inseguire l'”egoismo sociale” come fanno tanti nostri governanti, finirà per portarci solo in un desolato vicolo cieco.

1 commento:

  1. Ciao Tito,
    molto bello e interessante questo tuo post...
    Non nego che a volte sono caduta anch'io vittima della fobia dello straniero e mi sono lanciata in invettive contro questo lassismo che ha permesso l'ingresso di tanti clandestini... non lo nego! Ma a ben riflettere la paura non potrà risolvere un bel niente, così come le ronde!
    Tu parli di "appartenenza" e penso che questa sia la parola chiave: gli stranieri non appartengono a questo paese, non appartengono alle nostre città... perchè non gli diamo questa possibilità e forse a loro, per il momento, non interessa!!! Ma se si sentissero parte di un progetto, di una Comunità, allora tutto sarebbe diverso! Ma la strada è lunga, lunghissima, temo... e non sarà priva di conflitti e anche di sconfitte!!! E anch'io dico "PERCHE' NO?"...
    Caro, carissimo Tito, ti mando un forte abbraccio e un bacio
    Francesca

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