mercoledì 12 agosto 2009

La mia Patagonia






Paolo Ciampi mi ha scritto...




L'altra sera io e Tito Barbini siamo tornati insieme da una presentazione di Caduti dal muro a Pietrasanta. Sarà stato per ingannare il tempo in autostrada, sarà stato per l'ora e il giorno in qualche modo ideali per alimentare l'idea di partenze e distanze: ci siamo avventurati in uno dei più spinosi argomenti che può sollevare la letteratura di viaggio. Quanto dei paesi reali c'è nelle pagine di uno scrittore? Intendendo: anche dello scrittore più autentico, più sincero con se stesso...Discussione difficile. Tito a un certo punto mi ha spiegato che la letteratura di viaggio è appunto letteratura, qualcosa di più e di diverso dai diari. Io mi sono avventurato in qualche spericolata affermazione sul senso della realtà: perché il problema non è l'invenzione dello scrittore, la sua possibilità di immaginare e creare; il problema è capire se esiste un paese reale, o se in effetti ogni paese non vada declinato al plurale: tanti paesi quanti gli sguardi delle persone che lo attraversano. Ogni viaggiatore parte e arriva con il bagaglio delle sue esperienze, delle sue letture, delle sue conversazioni. Anch'io qualche settimana fa ho scrutato gli orizzonti del Baltico aspettandomi le navi vichinghe di mille sogni di ragazzo... Poi Tito mi ha raccontato della sua Patagonia, che non è affatto la Patagonia dell'uomo che la Patagonia ce l'ha piantata nel nostro immaginario, Bruce Chatwin. Più tardi, tornato a casa, mi ha spedito la pagina di un nuovo libro a cui sta lavorando. Eccola.




Ho sempre presente una foto di Bruce Chatwin, una foto di quelle che descrivono cose che hai già saputo: giovane, single, omosessuale, con le scarpe intorno al collo. Un sorriso dolce ma uno sguardo irraggiungibile, perso verso orizzonti che non ti comprendono. Bisogna leggere “Anatomia dell’irrequietezza” per viaggiare con Chatwin alla scoperta di Chatwin. Forse in nessun altro libro o articolo è stato cosi vicino a rivelare che cosa stava al fondo del suo essere e della sua inquietudine di camminatore instancabile. Forse, come un uccello migratore, è passato volando sopra le terre immense della Patagonia, forse si è fermato a guardare e descrivere la gente e i posti. I suoi racconti, le sue storie o i suoi schizzi di viaggio sono belli e avvincenti. Eppure io sento, ho dentro di me un’altra Patagonia.Sono anch’io convinto che “In Patagonia” cambiò radicalmente la concezione del racconto di viaggi. Dopo di lui i viaggi in America del sud, in Africa o in Australia sono stati compiuti dagli scrittori di viaggi con lo stesso orrore del domicilio, la stessa irrequieta erranza e la sua disperata volontà di rompere gli schemi dell’incontro con l’altro, il diverso da te. Tutto vero e non mi passa nemmeno lontanamente per la testa di muovere un rimprovero a Chatwin, sarebbe da parte mia una presunzione smisurata. Voglio solo dire che la Patagonia che si è incollata al mio animo è diversa da quella descritta da Chatwin. D’altronde Bruce prima di essere un viaggiatore è uno scrittore. Uno scrittore che in un’intervista azzardò questa dichiarazione: “nessuna pretesa onestà descrittiva vale al punto da sacrificare un dettaglio inventato che migliori la storia”.

1 commento:

  1. Cercavo informazioni su Chatwin e sono finita qui..che bel sito..anche io adoro viaggiare!fosse per me partirei immediatamente!l' ultimo viaggio quest estate 2 settimane a zonzo in Israele,zaino in spalla..un viaggio bellissimo!

    Daniela
    www.ilcoltellodibanjas.blogspot.com

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