domenica 10 gennaio 2010

ritorno a buenos aires





Anche questa, come Arezzo, è ormai la mia città. Poco importa che sono rare le volte che posso respirare la sua aria, addentrarmi nelle sue strade. Buenos Aires è sempre radicata nel mio cuore, nella mia fantasia, anche per i mesi dell'anno in cui vivo a casa mia. Anche se già l'espressione “a casa mia” avrebbe bisogno di essere approfondita, specificata, sicuramente chiarita, prima di tutto a me stesso.
E dunque vi scrivo da Buenos Aires. Sono tornato volentieri in questa città, ho con lei quel legame particolare che puoi avere solo con le città che scegli. Sono stregato da qualcosa che non saprei descrivere bene ma che ha a che fare con l’anima di questo posto. E per tutto questo ci sono poche motivazioni facilmente spendibili.
La città in sé non ha una fisionomia immediatamente accessibile o forme architettoniche che io possa definire, con convinzione, belle. Nel suo primo viaggio a Buenos Aires, l’ispettore Pepe Carvalho, il personaggio di Vàzquez Montalban parla di una delle strade più simboliche della città Avenida Corrientes, come di un “ambiente caotico che invecchia, come se le attività commerciali e gli edifici congiurassero per il massimo disaccordo estetico”.
Naturalmente, per i bonaurensi Corrientes è la strada più bella del mondo.
In realtà è una città che mi fa venire in mente diverse altre città viste e conosciute. Attraversarla è come sfogliare un album di ricordi. Penso ai palazzi di Parigi e Londra, ai grattacieli di New York, alle terrazze con i balconi di ferro battuto come Madrid, forse non belli come gli originali ma dal
fascino discreto e seducente.
Oppure penso a repliche d’interi quartieri, italiano o spagnolo, che qualcuno ha fatto lo scherzo di trapiantare quaggiù popolandoli di attori e comparse che recitano alla perfezione la nostalgia.
Alle volte mi sembra di rivivere scene della mia remota giovinezza. Buenos Aires è una città meticcia, un crogiolo di razze e culture, una città che si crede europea ma che sogni e reinventa New York. In fondo come vorrei che fossero tutte le città del mondo, anche la nostra Arezzo, perché sono convinto che le differenze che riescono a convivere fanno la forza di una città, producono ricchezza, alimentano attrattive.
A Buenos Aires cammini in una grande strada con enormi platani e facciate pompose, quindi ti perdi in tutte le stradine laterali, scoprendo piazzette segrete e caffetterie con baristi dall’aria annoiata, le pareti ingiallite dal tempo e dal fumo, con sale buie e banconi di granito bianco, quasi tutti inaugurati negli anni della grande emigrazione.
E nei mille caffè rivivono anche i luoghi letterari con gli scrittori che hanno creato il suo mito, i poeti del tango e i filosofi dell’esistenzialismo.
Sì, penso davvero che l’argentino abbia preso quasi tutto della vecchia Europa. Spesso ha copiato anche male ma non si è fatto mancare niente.
Qui si confondono tutti gli stili immaginabili. Borges aveva capito tutto questo e diceva: “Io sono sempre stato e sempre starò a Buenos Aires. E’ una città che fa presagire tutte le altre. Non si
lascia mai del tutto, si continua a costruirla ricombinando le istantanee sbiadite che emergono dalla memoria”.
Penso spesso a Jorge Luis Borges in questo mio errare per la città e temo che, forse, la sua Buenos Aires non esista più. Chissà se oggi, dopo anni di dittatura militare e di liberismi selvaggi e improvvisati, dopo le sommosse della gente armata di pentole, Borges potrebbe ancora rizzare le sue costruzioni fantastiche, regalando altre dosi di magia a questa città bellissima e abbandonata all’incuria, assediata e conquistata da migliaia di nuovi poveri.
Chissà se potrebbe ancora inventare i suoi labirinti e situare nella circolarità del tempo i suoi specchi misteriosi.
Amo questa città, nonostante tutto.
E la amo perché è fatta di gente in carne e ossa, perché è uno spezzatino di anime e culture, un miscuglio di caratteri diversi, così grande da far dubitare che esista.
Però esiste davvero. E mi ci trovo bene.
E forse dico tutto questo perché sono ancora alla ricerca del luogo cui appartengo, e non so se sarà un posto antico cui fare ritorno o un nuovo posto verso cui emigrare.
Cerco di sentirla ancora questa città e cercando le tracce di anni lontani e recenti forse comprenderò cosa è diventato il presente. Mi svestirò degli stereotipi segnalati dalle guide e ignorerò l’aneddotica che la riempie infarcendola, spesso, di ovvietà.
Molte cose di Buenos Aires mi aiuteranno ancora.
Per esempio le librerie di Florida, sempre aperte, molti piani di scaffali con i pertugi per le rare edizioni che altrove sono introvabili, librerie che mi accolgono anche a notte fonda quando la città si prepara a dormire. Per esempio l’antico Caffè Tortoni, i suoi tavolini neri di legno intarsiato, le
cioccolate bollenti sulle porcellane bianche, gli argenti spessi e opachi per il tè, anch’essi sciupati dal tempo. Un posto dove ti guardano e ti commuovono le poesie autografe di Borges appese sui muri, assieme agli spartiti dei tanghi di Gardel o agli schizzi dei pittori amati dagli argentini.
E ancora il maestoso Colon, teatro che trattiene magie, intriso di voci e di canto, il preferito da Caruso. Il cimitero della Recoleta con i vialetti liberty e la tomba di Evita, ma anche il cimitero immenso della Cacharita, sconfinata ultima stazione di arrivo di generazioni antiche di migranti, con la statua di Gardel sorridente cui non manca mai una sigaretta accesa tra le dita.
E la gente che corre nel maestoso parco del quartiere Palermo o incede nelle stradine che portano alla parte vecchia del barrio. I banchi degli ambulanti a San Telmo, gli ubriachi della nuova immigrazione del nord che dormono, gonfi di birra, sulle banchine di Porto Madero.
E, infine, la casa della Madri di Plaza De Mayo con la sua Università popolare, le foto e i fascicoli sempre aperti, dei figli o nipoti desaparecidos. E al caffè delle Madri, le insalate e le torte
più buone della città.
Parlerei all’infinito di questa città. Portandomi dietro questa città mi sentirò meglio anche ad Arezzo.
(tito barbini, corriere di arezzo 9/01/2010)

1 commento:

  1. Devo leggerti di meno.
    Altrimenti abbandono figlie/lavoro/casa e corro a girare il mondo come te. E con te e con i tuoi occhi.

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