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mercoledì 29 settembre 2010
Ritorno al sogno
venerdì 24 settembre 2010
GLI INDIOS LO CHIAMAVANO DON PATAGONIA
Stanno silenziosi, sulla riva, non salutano e guardano. Lo sguardo sembra fissare quell’enorme canoa che porta ancora uomini bianchi sulla loro terra. E poi giunge,da dietro il fumo dei villaggi, l’acre odore della carne macellata e lasciata andare a male, l’abbaiare dei cani. Non sa ancora il giovane Alberto del “tiro al bersaglio”.Ci sono un’infinità di rapporti che indicano che nel corso dei primi decenni del secolo scorso, le navi che attraversavano lo Stretto di Magellano o la costa orientale ospitavano viaggiatori che si dilettavano a sparare a tutto ciò che si muoveva negli accampamenti degli indios. Si ignora, ancora oggi il numero delle vittime di questo sport dei bianchi.
lunedì 20 settembre 2010
VIAGGIO A BERLINO CON I FANTASMI DI PIETRA DI KARL MARX ALLEE
giovedì 16 settembre 2010
in viaggio con Salgari

Fu proprio negli anni della mia infanzia che, per la prima volta, mi imbattei nel Mekong, o meglio nel suo nome, che mi riecheggiava come un suono esotico e affascinante, come il rintocco di una secolare campana di bronzo, un suono che mi piaceva sentirmi in bocca. Se ci rifletto solo un attimo di più, so anche dove avvenne questo incontro. E dove poteva essere, per un bambino del dopoguerra, in quella preistoria senza televisione e senza internet? Non poteva che accadere sui libri di Emilio Salgari. Si intitolava La città del re lebbroso e mi pare ancora di toccare quelle pagine pulsanti di emozioni. La spedizione nella foresta vergine, la città morta che come tutte le città morte cela il suo segreto e magari il suo tesoro, il magnifico elefante dalle zanne bianche e lunghissime.I ricordi ormai sono confusi – perché Salgari non si rilegge, piuttosto si custodisce come cosa cara la reminiscenza della sua lettura – però mi sembra che anche qui facesse capolino la maestosa tigre del Bengala.Devo a Salgari i primi assaggi di Oriente. Istantanee scattate dall’immaginazione, come quella, inquietante, del tempio della dea Khalì. Strangolatori e avventurieri, fachiri e pirati, esploratori e assassini. Nomi di una geografia fantastica che col tempo – con malinconia direi crescendo – si sono tradotti nei nomi di paesi reali: il Siam, la Birmania, la Cambogia, la Malesia.Più volte per Carnevale mi sono mascherato da pirata della Malesia. Costava poco, perché bastava una benda nera sull’occhio e un cappellaccio in testa.Erano anni difficili, la guerra era finita e noi, i bambini della strada e dell’oratorio, ci sentivamo grandi e responsabili, anche nel gioco. C’era l’ombra di Salgari, che si distendeva su quei giorni di Carnevale. Ma tornando a quelle letture la cosa che ora mi fa più impressione è che Salgari riuscisse a farmi entrare nei luoghi di cui scriveva, pur non avendovi mai messo piede.Il mio amico Paolo lo racconta in un suo libro, Gli occhi di Salgari,in cui ha narrato le imprese di uno scienziato-viaggiatore fiorentino,Odoardo Beccari, un uomo che ha esplorato in lungo e in largo le foreste della Malesia e le isole dei mari del Sud, facendosi amici i tagliatori di teste del Borneo o i cannibali della Nuova Guinea.Salgari, al contrario, quei posti non li vide mai, al massimo si imbarcò una volta per una navigazione sull’Adriatico da cui ritornò sfinito dal mal di mare e risoluto a rimanersene con i piedi ben a terra per tutto il resto della sua vita.Si faceva chiamare «capitano di lungo corso» Salgari, ma era solo una sua fantasia o un sussulto di amor proprio. Allo stesso modo girava in bicicletta per Verona con un turbante da marajà o si inventava battute di caccia alla tigre sulle colline di Torino a uso e consumo dei suoi figli.Però Salgari ha raccontato – e in questo modo ha regalato a tutti noi – il mondo che Beccari aveva visto con i suoi occhi. Occhi, mi spiega Paolo, che sono stati indispensabili perché un ragazzino come me si ritrovasse tra le mani quel mondo fantastico eppure anche vero in cui si dipanano le vicende di Sandokan, di Yanez, oppure di James Brooke.Oggi se penso a Salgari lo immagino inchiodato nella sua modesta abitazione, mentre intinge il pennino nella boccetta dell’inchiostro, con un atlante spalancato davanti e una nuova avventura in testa. Lo vedo alle prese con una pila di vecchi libri che narrano di paesi e popoli distanti, cronache e resoconti di viaggio scovati nelle biblioteche pubbliche, volumi di carta ingiallita e lacerata, tenuti insieme da rilegature consumate dal tempo.Era un forzato del lavoro, Salgari (posso chiamarlo Emilio?), un uomo che è passato attraverso un’infinità di sofferenze e di umiliazioni che hanno impastato una vita quotidiana non fatta certo di avventura.Sempre che avventura non fosse anche adempiere ai tremendi obblighi contrattuali con i suoi editori, solo per sbarcare il lunario.Così aveva scritto nel 1909, all’amico pittore Gamba:«La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte e quando riposo sono in biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle e subito spedire agli editori senza avere avuto il tempo di rileggere e di correggere». Già, i contratti lo obbligavano a scrivere tre libri ogni anno. Diciamo in tutto un migliaio di pagine in bella copia. Tre pagine ogni giorno e se una domenica voleva riposare, o se un giorno era preso dalla febbre, all’indomani le pagine da scrivere erano sei. Più il lavoro di direzione di un periodico di viaggi, più le novelle. Per aiutarsi cento sigarette al giorno. E una bottiglia di marsala che beveva da mattina a sera.Dopo di che si suicidò – scegliendo la fine atroce di un samurai di un’altra epoca – fu ritrovata una lettera in cui accusava i suoi editori di averlo condannato alla miseria e chiedeva loro di restituire qualcosa, per i suoi funerali e per la sua povera famiglia.Torti dimenticati, ormai. Torno a guardare Emilio e penso che alla resa dei conti la sua vita non è stata troppo diversa da quella di Odoardo, lo scienziato che si aggirò per continenti e paesi inesplorati. Beccari, il viaggiatore in carne e ossa, l’uomo mosso dall’irrequietezza, dalla smania di conoscere popoli e continenti, dalla voglia di toccare con mano. Salgari, il viaggiatore della fantasia, l’uomo per cui l’avventura non ha uno spazio fisico, ma solo gli orizzonti immensi che una mente, ben foraggiata dalle letture giuste, ci può regalare. Chi dei due è andato più lontano?».A questa domanda non so dare risposta. So solo che nel corso della mia vita mi sono sentito l’uno e l’altro. Sono stato e sono Emilio che con Odoardo va a braccetto, tra una chiacchiera e un gesto di stupore.
domenica 5 settembre 2010
Chatwin, quelle scarpe intorno al collo

Esiste una terra scontrosa, avara di se, innamorata del proprio silenzio, chiusa nella buccia della propria solitudine?
Si chiama Patagonia?
Alle volte mi viene da chiedermi cosa sia stato il viaggio Di Chatwin. Amavo da ragazzo passare ore intere davanti al mio mappamondo. Tracciavo itinerari di viaggi immaginari. Erano sempre le terre estreme a imprigionare la mia fantasia. La Patagonia, assieme alla Terra del Fuoco era sempre in mezzo. Giochi di un ragazzo che, tuttavia, nascevano dal bisogno di scoprire il mondo la dove il mondo sembrava finire. Più ancora: tante fortezze alla frontiera di un altro deserto dei Tartari cui ogni viaggiatore sperduto non sarebbe mai potuto tornare indietro. Come Chatwin il tenente Giovanni Drogo arriva in una terra estrema. Un’esplorazione fatta di lucide visioni, di ombre, di sussulti e misteri, di miti avulsi strappati a qualsiasi riferimento storico, universali perché fuori da ogni tempo. La Patagonia come la fortezza Bastiani. La fortezza è un avamposto al confine con il deserto. La Patagonia è il deserto. E come Drogo, Chatwin arriva in quella solitutine convinto di ripartirne presto. E’ sicuro di se, di avere tutta la vita davanti. Trascorreranno molti anni prima di rendersi conto che il tempo è fuggito e con esso la sua idea iniziale di Patagonia. Ho pensato spesso al bellissimo racconto di Buzzati. Vale la pena rileggerlo in queste terre, per riflettere e guardarsi dentro. L’idea dell’attesa, della speranza, prende anche me, mi tenta nei miei viaggi ma essa è un’idea fin troppo comoda. La ricerca d’indizi che ci possono far credere a questa possibilità è spesso un tentativo inconscio di dare un senso alla nostra immobilità , di giustificarla.
La ricerca delle tracce lasciate da Alberto De Agostini non mi impedisce di dare un’occhiata ogni tanto ai libri di Bruce Chatwin, soprattutto a In Patagonia.
Di Chatwin ho sempre presente una foto. Una di quelle foto che sembrano raccontare per intero una storia di vita: è lui, giovane, single, omosessuale, con le scarpe intorno al collo. Un sorriso dolce ma uno sguardo irraggiungibile, perso verso orizzonti che non ti comprendono.
Bisogna leggere Anatomia dell’irrequietezza per viaggiare con Chatwin alla scoperta di Chatwin. Forse in nessun altro libro o articolo è stato cosi vicino a rivelare che cosa stava al fondo del suo essere e della sua inquietudine di camminatore instancabile.
Come un uccello migratore Chatwin è passato volando sopra le terre immense della Patagonia. Talvolta si è fermato a guardare e descrivere la gente e i posti. I suoi racconti, le sue storie o i suoi schizzi di viaggio sono belli e avvincenti.
Eppure lo voglio dire: io sento e ho dentro di me un’altra Patagonia. E di questo persino mi vergogno. Faccio fatica a parlarne, quasi fosse una manifestazione di vanità o un reato di lesa maestà.
Insomma, sono anch’io convinto che In Patagonia cambiò radicalmente la concezione del racconto di viaggi. Dopo Chatwin i viaggi in America del sud, in Africa o in Australia sono stati compiuti da scrittori con lo stesso orrore del domicilio, la stessa irrequieta erranza, con la stessa disperata volontà di rompere gli schemi dell’incontro con l’altro, il diverso da te.
Tutto vero e non mi passa nemmeno lontanamente per la testa di muovere un rimprovero a Chatwin, sarebbe da parte mia una presunzione smisurata.
Ma ripeto: la Patagonia incollata al mio animo è diversa da quella descritta da Chatwin. D’altronde lui prima di essere un viaggiatore era uno scrittore. Per me forse vale il contrario.
Una volta ho letto una sua intervista, in cui spiegava che nessuna pretesa onestà descrittiva vale al punto da sacrificare un dettaglio inventato che migliori la storia. Questo non può non far pensare. Il viaggiatore non è lo scrittore, e viceversa. Bisogna capire quando parla l'uno, quando l'altro.
Sono ormai passati venti anni da quando Chatwin non c'è più. Morì nel gennaio 1989 e ancora oggi i viaggiatori s’interrogano sull’irrequietezza che lo spinse in Patagonia.
Però nel frattempo io ho incontrato un altri grandi testimoni delle terre australi.
Un nome? Francisco Coloane, scrittore immenso, scrittore che a volte è come una mano che mi agguanta il cuore.
E' sua la Patagonia che sento mia.