mercoledì 29 settembre 2010

Ritorno al sogno

Me la ricordo come fosse ora, quella sera. Mi ero fermato su una piccola insenatura di un promontorio ispido e ventoso. Una delle quattro case di pescatori ospitava per la notte i rari viaggiatori. Era l’estate australe del 2005. Ero solo. Soprattutto, ero a Capo Horn.
Fin lì ero arrivato con uno sgangherato cargo postale, lento e incerto nel navigare, che consegnava la posta e le merci partendo da Punta Arenas, nell’estremo Cile meridionale, per arrivare fino alle isole che ora potevo scorgere in lontananza. E non so spiegare questa sensa-zione, però sentivo che non avrei potuto essere da nessun’altra parte, se non proprio lì dove ero.
L’indomani, in realtà avrei dovuto partire. Verso nord, purtroppo: perché quel posto fuori dal mondo e dove il mondo sembrava ormai finito, era davvero il punto più remoto raggiunto durante alcuni mesi tra- scorsi a girovagare per l’America latina; e perché oramai mi restavano solo i passi del ritorno, ognuno dei quali mi avrebbe portato un po’ più vicino a casa.
Cioè, realtà mi aspettava ancora Ushuaia, la città più a sud del mondo, e che quindi era quasi paradossale
pensare a nord; mi aspettava la Terra del Fuoco e quel- l’altra distesa, la Patagonia, dove anche le storie e le narrazioni diventano estreme.
Dal crinale sul quale mi ero sistemato, era stato facile smarrirmi nella contemplazione del cielo sopra di me; e non mi stancavo di ammirare la più bella delle costellazioni, la Croce del Sud, per poi rimirarla anche sotto di me, rispecchiata nell’altra immensità che si spalancava davanti a me, quella dell’Oceano.
Spesso, anche d’estate, le notti laggiù sono buie e tempestose, ma questo dicembre dicembre, perché è questo il mese che regala alle ultime propaggini australi un po’ di tepore questo dicembre, dicevo, mi aveva riservato l’incanto di un cielo luminoso. Un tripudio di stelle quale non avevo mai visto e leggermente discosta, come un’ospite che stenta a sentirsi pienamente a suo agio, l’enigma della luna australe.
Splendeva in alto, la luna, e già spingeva la notte verso una nuova alba, perché la notte, nell’estate australe, è cedevole ed effimera, sparisce che pare quasi non sia cominciata: quattro ore, forse nemmeno, reggono le oscurità a queste latitudini.
E forse fu proprio grazie a quel disco bianco magico e strano che per qualche istante mi rabbrividire come un Pierrot stregato dalla luna che riuscii a scoprirmi parte di qualcosa di enormemente più grande di me: e questa sensazione mi rinnovò un desiderio sepolto.
Tornai a rimirare la Croce del Sud, che per me è sempre stata sinonimo di libertà, di quella libertà che si assapora nella distanza e negli spazi aperti. Fosse solo per questo: che la Croce del Sud non appartiene ai miei cieli, si può scorgere solo nella parte meridionale del pianeta.
Ma certo non è solo questo, a far sì che me la porti nel cuore.
Mi piace che non sia una costellazione vistosa, mi verrebbe da dire ingombrante. Mi piace che sia tra le più piccole, con le sue quattro stelle colorate e una quinta, più piccolina e pallida, che pare vagare spaesata tra i bracci della croce: per questo da queste parti la chiamano Intrometida, come si fosse intrufolata in una festa a cui nessuno l’ha invitata.
Però fu guardando la Magellanica, l’ultima stella, quella più luminosa e più vicina al polo Sud, che mi sembrò di scorgere nel cielo il riflesso e il chiarore del continente antartico.
E fu proprio in quell’istante che il desiderio spiccò il volo e divenne una sorte di solenne promessa fatta a me stesso: un giorno o l’altro sarei arrivato laggiù, laggiù nel mondo fuori del mondo; un giorno o l’altro avrei messo piede perfino in Antartide.
Poi, si sa, di promesse a se stessi se ne fanno tante. Molte si perdono nel cammino, sono un po’ come le buone intenzioni di cui è lastricata la strada per l’inferno...
Potevo immaginarmi in Antartide solo in un giorno molto lontano, così lontano da smarrirsi in un’altra vita. In realtà solo una possibilità, di quelle che è bello tenersi stretta anche se non ci credi: e mai avrei pensato di ripartire così presto...
E invece... invece... l'Antartide è stato il mio viaggio più bello.

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